Il pensiero pericoloso di Giuseppe Dossetti

La sua opera di politico prima e di sacerdote dopo non sfugge al “peccato originale” della Scuola di Bologna, di cui Dossetti è, non a caso, il fondatore e l’ispiratore: l’impostazione di fondo di tutta la sua visione è infatti la contrapposizione tra il passato e il futuro, che assegna al presente il ruolo di momento di rottura, affinché il futuro possa essere in discontinuità rispetto al passato.

di Don Claudio Crescimanno

Giuseppe Dossetti (1913-1996) nasce a Genova in una famiglia della piccola borghesia. Poco dopo la famiglia si trasferisce in provincia di Reggio Emilia. Qui frequenta il liceo classico e poi s’iscrive a Giurisprudenza nell’Università di Bologna; si trasferisce successivamente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove, nel 1940, ottiene la libera docenza e la cattedra di Diritto canonico. Nel 1942 è docente di Diritto ecclesiastico nell’Università di Modena.

Giuseppe Dossetti durante gli anni della Democrazia Cristiana.

Contemporaneamente è attivo nell’Azione Cattolica diocesana e durante la Seconda guerra mondiale (1939-1945) partecipa alla lotta antifascista del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): nel 1944 entra a far parte del CLN provinciale di Reggio Emilia come rappresentante della Democrazia Cristiana (DC) e ne diviene presidente. La sua esperienza confluisce, dopo la fine della guerra, nella militanza politica a tempo pieno: alla fine del 1945, è chiamato nel Consiglio nazionale della DC e nel 1946 diviene membro dell’Assemblea Costituente.

Nel direttivo nazionale della DC e in parlamento si colloca nella corrente che guarda a sinistra. I frequenti scontri con il presidente del Consiglio dei ministri e leader della DC Alcide De Gasperi (1881-1954) e la maturazione di una vocazione dedita esclusivamente all’impegno religioso, lo portano ad abbandonare tutti gli incarichi politici nazionali e a trasferirsi a Bologna, dove fonda il Centro di studi religiosi san Vitale che poi diviene, sotto la guida di Giuseppe Alberigo (1926-2007), la cosiddetta “Scuola di Bologna”. Nel 1956 lascia anche la carriera accademica e inizia la preparazione all’ordinazione sacerdotale, che riceve dall’arcivescovo di Bologna, il cardinal Giacomo Lercaro (1891-1976), nel 1959. Dall’anno seguente partecipa, come consulente dell’arcivescovo di Bologna, ai lavori del Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965). Nel frattempo, fonda una comunità monastica maschile e femminile, la Piccola Famiglia dell’Annunziata. Terminato il Concilio, il card. Lercaro vede nella linea progressista di don Dossetti la migliore opportunità per riformare la chiesa di Bologna e lo nomina pro-vicario dell’arcidiocesi.

Il 1° gennaio del 1968 l’arcivescovo inaugura la prima giornata mondiale della pace, appena istituita dal beato Papa Paolo VI (1897-1978), pronunciando un discorso, preparatogli da Dossetti, in cui condanna con veemenza la guerra anticomunista in Vietnam (1955-1975) e sostiene un concetto di “pace” facilmente assimilabile a quello teorizzato dalla propaganda comunista. La risonanza internazionale del fatto spinge il Pontefice a chiedere al card. Lercaro di lasciare il governo episcopale di Bologna. A questo punto, Dossetti si ritira definitivamente nel silenzio della propria comunità monastica. La sua vita terrena si conclude a Monteveglio, in provincia di Bologna, nel dicembre del 1996.

Dossetti (a destra) con il card. Lercaro (a sinistra).

Si è soliti dividere l’abbondante produzione letteraria di Dossetti in due categorie, che rispecchiano sia le due componenti fondamentali del suo impegno culturale, sia le due parti in sui si divide la sua vita: quella a tema politico e quella a tema religioso. Le opere più significative della prima parte, quella politica, sono: Chiesa e Stato democratico (Servire, Roma, 1947); I discorsi a Palazzo D’Accursio. 30 giugno 1956-30 gennaio 1958 (Centro studi sociali e amministrativi, Bologna, 1958); Dossetti giovane. Scritti reggiani. 1944-1948 (Cinque lune, Roma, 1982); La ricerca costituente (1945-1952) (Il Mulino, Bologna, 1994); Costituzione e Resistenza (Sapere 2000, Roma, 1995); I valori della costituzione italiana (Mucchi, Modena 1995); Scritti politici (1943-1951) (Marietti, Genova, 1995); nonché La Costituzione. Le radici, i valori, le riforme (Lavoro, Roma, 1996). Le opere più significative della seconda parte, quella religiosa, sono: Con Dio e con la storia. Una vicenda di cristiano e di uomo (Marietti, Genova, 1986); Non restare in silenzio, mio Dio (San Lorenzo, Reggio Emilia, 1987); Memoria di Giacomo Lercaro, in Chiese italiane e Concilio. Esperienze pastorali nella Chiesa italiana tra Pio XII e Paolo VI (Marietti, Genova, 1988); Credo in un solo Dio Padre onnipotente. Il problema di Dio, il mondo spirituale e l’idolatria, il fine soprannaturale dell’uomo (San Lorenzo, Reggio Emilia, 1990); Come un bambino in braccio a sua madre, con il card. Carlo Maria Martini [1927-2012] e don Umberto Neri [1930-1997], Reggio Emilia, San Lorenzo, 1993); Conversazioni (In Dialogo, Milano, 1994) e Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione (Il Mulino, Bologna, 1996).

Sia nel ruolo di politico cattolico, sia poi in quello di sacerdote, Dossetti ha esercitato un grande fascino sui giovani dell’Italia uscita dalla guerra e alla ricerca di una nuova ispirazione ideale, in quanto cattolici e membri della neonata società democratica. Ha saputo indicare con lucidità di analisi i limiti delle esperienze passate e con ampiezza di visione gli orizzonti che si aprivano per un impegno culturale e sociale fondato sulla fede cristiana. Per esempio, è indubbiamente il politico cattolico che meglio ha saputo vedere come gli eventi drammatici delle due guerre mondiali esigessero la nascita non solo di una società nuova, ma piuttosto di una nuova civiltà cristiana; così pure è stato uno dei primi cristiani d’Occidente a intuire la riserva di spiritualità contenuta nella vita delle Chiesa orientali.

Purtroppo, nonostante questi e altri fattori certamente positivi, la sua opera di politico prima e di sacerdote dopo non sfugge al “peccato originale” della Scuola di Bologna, di cui Dossetti è, non a caso, il fondatore e l’ispiratore: l’impostazione di fondo di tutta la sua visione è infatti la contrapposizione tra il passato e il futuro, che assegna al presente il ruolo di momento di rottura, affinché il futuro possa essere in discontinuità rispetto al passato.

Già all’indomani dell’esordio nella vita pubblica spiegava che «una grande trasformazione è destinata non tanto ad operarsi in futuro, ma è già in atto, in una misura ancora incompleta, ma tuttavia molto superiore alla coscienza che noi abbiamo della parte realizzata. E questa sproporzione tra fatto e coscienza del fatto è presente non solo nei singoli individui, ma soprattutto in coloro che dirigono gli Stati, la Chiesa, le grandi istituzioni economiche, sociali e politiche e le istituzioni culturali ed ecclesiastiche. Occorre, perciò, acquisire una mentalità di sospetto e di diffidenza contro mille modi spontanei di difesa e di reazione che insorgono in noi nella complessa sfera infrarazionale che ci portano a schierarci a difesa di principi o realtà che noi supponiamo ancora intangibili quando di fatto essi sono ormai quasi completamente travolti» (relazione al convegno di Civitas Humana, Milano, 1-11-1946). Questa impostazione, che esprime anzitutto una visione culturale e politica, negli anni del Concilio e del post-Concilio si riversa, accentuandosi, nell’ambito teologico, liturgico e pastorale.

Giuseppe Dossetti con il “discepolo” Romano Prodi.

Il sacerdote e monaco Dossetti e – ancora una volta – la “sua” Scuola di Bologna, danno un contributo essenziale a una comprensione e a un’applicazione del Vaticano II incentrata sul criterio della discontinuità tra passato e futuro, tra “Chiesa pre-conciliare” e “Chiesa post-conciliare”, e organizzano una aperta ostilità nei confronti di tutti quei settori ecclesiali considerati appunto «di difesa e di reazione». Tale ostilità comporta una inappellabile condanna di tutti coloro che cercano di leggere invece il Concilio in coerenza con l’intera Tradizione della Chiesa e che tentano di favorire una applicazione dei documenti conciliari in tal senso. Come il Dossetti politico è influenzato da una visione fortemente religiosa che lo pone inevitabilmente in conflitto con De Gasperi e con il partito, nel quale, insieme al sindaco di Firenze Giorgio La Pira (1904-1977), vorrebbe che le norme evangeliche fossero anche lo statuto giuridico e il progetto politico, così il Dossetti sacerdote resta influenzato dall’appartenenza alla sinistra democristiana che guarda con una certa indulgenza ad alcune istanze del comunismo e che finisce per sposare la logica progressista, secondo cui la conservazione del passato ha una valenza intrinsecamente negativa e l’adozione incondizionata di ciò che è nuovo in quanto nuovo ha una valenza intrinsecamente positiva.

A questo punto diventa inevitabile la caduta in uno schema ideologico che influenza i tanti che ne subiscono l’influsso, sia in ambito ecclesiale sia nell’azione politica. Questo schema è sbagliato e di conseguenza estremamente pericoloso, perché, senza che ce ne si avveda, la dicotomia nuovo/vecchio diventa il criterio interpretativo e, contro il costante insegnamento del Magistero, soppianta il vero criterio cattolico di valutazione della realtà che è dato dal giudizio di ciò che è vero o falso, bene o male.

Dossetti durante gli ultimi anni.

Le sue posizioni progressiste, tanto in ambito politico quanto in quello ecclesiale, sono così influenzate dal suo essere “cattolico di sinistra” o “cattolico democratico” (come si chiameranno i politici ispirati alla sua linea) da farlo sentire profondamente deluso dal corso preso dalla politica e dalla Chiesa dalla fine degli anni 1960 in poi. Per questo, si ritira nel silenzio della vita monastica. Giudica infatti il pontificato del beato Paolo VI, e quindi a maggior ragione quello di san Giovanni Paolo II (1920-2005) una retromarcia, almeno parziale, rispetto alle attese di cambiamento profondo che egli si aspettava nel dopo-Concilio; giudizio non meno severo riserva alle evoluzioni in ambito politico. Rivelatore, a questo proposito, il fatto che, nei quasi trent’anni della sua volontaria reclusione, esca dal “silenzio” solo in alcune, scelte occasioni per insorgere a difesa dello spirito del Concilio nonché della laicità e intangibilità della Costituzione italiana, a suo parere, messi in pericolo da atteggiamenti revisionisti.

Tratto daDIZIONARIO ELEMENTARE DEL PENSIERO PERICOLOSO, curato da Gianpaolo Barra, Mario A. Iannaccone, Marco Respinti.

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