Il neoclero non predica la conversione, ma il peccato

Il neoclero non predica la metanoia (conversione), ma il peccato. Ecco perché la neochiesa ha rinunciato, o sta rinunciando, alla prima delle sue funzioni essenziali, “l’esortazione alla penitenza” e alla seconda: “l’annuncio del Vangelo”.

di Francesco Lamendola (16-12-2017)

La ragion d’essere della Chiesa è la giustificazione delle anime davanti a Dio, cioè la loro salvezza eterna; e la salvezza delle anime, per il cattolico, viene da due cose: la conversione (metanoia) dell’anima, che riconosce in Dio il Bene supremo e che si distacca dall’amore disordinato di sé per giungere all’amore ordinato, frutto del nuovo orientamento complessivo della propria vita, interiore ed esteriore, sia con la fede, sia nelle opere; e l’accoglienza della divinità di Cristo, della sua missione redentrice e del suo valore insostituibile. Di queste due cose essenziali, la Chiesa persegue la prima mediante l’invito alla penitenza, alla mortificazione dell’io, alla presa di coscienza della condizione di peccato nella quale vivono le anime che si tengono lontane da Dio; la seconda, mediante l’annuncio della Rivelazione, la predicazione del Vangelo, l’apostolato della preghiera  e delle opere. O, almeno, così faceva la Chiesa fino a qualche tempo fa; così aveva sempre fatto, ed era scontato che facesse, fino alla “stagione” del Concilio Vaticano II.

Poi, anche se moltissimi non se ne sono resi conto, qualcosa è cambiato, senz’altro nello stile e nelle forme esteriori, ma anche, innegabilmente, benché più gradualmente, anche nell’essenza viva della vita cristiana: una certa accondiscendenza nei confronti del mondo, e, al tempo stesso, un desiderio di piacere alle masse, di stare dalla loro parte, di averle come amiche, o, almeno, di non averle contro: sintomo certo di una  crisi della fede, che, però, non è stato visto e riconosciuto per tempo, anzi, è stato spacciato – da alcuni in buona fede, da altri no – per una forma di fede più matura, più consapevole, più calata nella realtà dei fatti, più vicina alla persona del “prossimo”. Dimenticando, però, che il compito di chi annuncia il Vangelo non è di “stare vicino” agli uomini, come che sia, anche sulle vie sbagliate; ma indicare loro Cristo, che è via, verità e vita. E non c’era solo questo; c’era anche dell’altro: c’era il desiderio, forse inconscio, forse conscio, di ritagliare per se stessi una vita più “comoda”, assecondando gli istinti, lasciando via libera agli appetiti, anche quelli più disordinati e distruttivi, ma senza rinunciare all’etichetta di “cristiani” e di “cattolici”, sotto la quale ci si sente più in pace e più a posto con la coscienza. Di fatto, codesti cattolici accomodanti con se stessi e con il mondo, non sono cattolici, ma atei: atei che hanno l’improntitudine di spacciare il loro ateismo pratico per una forma più matura e aggiornata di comprensione della Parola di Dio. E molti di questi atei travestiti da cattolici sono membri del clero, sono teologi, sacerdoti, vescovi e cardinali. Sono anche, sotto il profilo umano – sia detto per inciso -, delle brutte persone: perché chi indossa un abito non suo per far credere agli altri di essere quel che non è, non può essere considerato una bella persona: le belle persone sono leali, sono trasparenti, si mostrano per ciò che sono e se, nel mostrarsi interamente, si espongono a delle critiche o a dei rischi, sono anche disposte a pagare il prezzo della loro sincerità e della loro coerenza.

Ora sta succedendo che la Chiesa ha rinunciato, o sta rinunciando, sia alla prima delle sue funzioni essenziali, l’esortazione alla penitenza, sia alla seconda, l’annuncio del Vangelo. Il papa in persona ha definito una solenne sciocchezza il proselitismo; e sempre il papa ha dato l’esempio di come si fa un “viaggio apostolico” senza mai nominare, neanche per sbaglio, Gesù Cristo (ma nominando, in compenso, sia Buddha, sia i diritti dei “poveri” islamici perseguitati nel Myanmar). Ha anche affermato, pochi mesi dopo la sua elezione al soglio di san Pietro, che, in qualunque questione morale, ciò che decide la via da prendere è l’ascolto della propria coscienza individuale, distruggendo così, in un attimo, duemila anni di dottrina morale della Chiesa di cui, teoricamente, è il capo supremo, beninteso quale vicario di Cristo. Ma se la Chiesa non deve invitare alla penitenza, né nominare Gesù Cristo, e neppure annunciare la morale cristiana, che razza di chiesa sarà mai, e a chi o a che cosa gioverà il fatto della sua esistenza? Gesù diceva ai suoi discepoli: Voi siete il sale della terra; e poi li ammoniva così: Ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa glielo si potrà rendere? (Mt., 5, 13). Domanda che bisognerebbe rivolgere, oggi, a un gran numero di membri del clero, dal papa fino all’ultimo presbitero: chi vi restituirà il sapore che avete perso? Come potete risultare credibili, attrarre a voi quelli che non credono, se voi, per primi, mostrate di non credere alle buone ragioni per cui la Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo? Se non osate annunciare Gesù Cristo, per non “offendere” i seguaci delle false religioni? Se giudicate sciocco farlo? Se pensate che una morale vale l’altra? Quanta superbia, quanta falsità e ipocrisia in coloro i quali si dicono seguaci di Gesù Cristo, ma poi non dicono e non fanno nulla da cui li si possa riconoscere come tali! Gesù ha mandato i suoi apostoli ad annunciare il Vangelo e a battezzare tutte le genti: possiamo dunque immaginare san Pietro, san Giovanni, san Giacomo, san Tommaso, san Filippo,  che si recano nei vari Paesi del mondo antico e, una volta giunti in una nuova città, evitano persino di fare il nome di Gesù Cristo, ma, in compenso, lodano i capi e i fondatori delle false dottrine? Quel che dicono gli Atti degli Apostoli è che essi hanno obbedito al mandato del divino Maestro, hanno predicato Gesù e il suo Vangelo, e hanno affrontato le calunnie, le persecuzioni e la morte, senza mai lasciarsi intimidire, né trattenere da qualsiasi altra forma di umano rispetto. Al sommo sacerdote e ai capi del Sinedrio, che li avevano fatti arrestare e imprigionare, ordinando loro di non predicare più Gesù Cristo al popolo, sotto minaccia di morte, san Pietro ricomincia immediatamente ad annunciare Gesù alla folla di Gerusalemme; arrestato, dice a nome di tutti: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini! (At., 5, 29).

Ma a chi, o a che cosa, stanno obbedendo il papa Francesco, i vescovi Paglia e Galantino, il generale dei gesuiti Sosa Abascal, e tutti gli altri membri del clero attuale i quale, invece di esortare alla conversione di vita ed annunciare Gesù Cristo, dicono che tutti gli uomini andranno in paradiso, che tutti i peccatori saranno perdonati, Giuda compreso, e che non vi sarà alcun giudizio, perché la misericordia di Dio è talmente grande da cancellare comunque il peccato e i suoi effetti? E un documento ufficiale, come l’esortazione Amoris laetitia, in cui si dice che chi vive in concubinato, dopo aver lasciato il legittimo consorte, può accostarsi alla santa Eucarestia come se niente fosse, che cosa rappresenta, oggettivamente: un invito alla conversione, alla metanoia, al ritorno a Dio, oppure una esplicita autorizzazione a rimanere nel peccato, con l’empia argomentazione che Dio null’altro chiede agli uomini, se di meglio non si sentono di fare? Un simile “insegnamento” è di aiuto o di danno alle anime? Una simile dottrina è fedele al mandato di Gesù Cristo, o ne è l’esatta negazione? E se ne è l’esatta negazione, che cosa bisogna pensare, quali conclusioni se ne devono trarre, riguardo a coloro che l’annunciano con tanta sicumera, con tanta spavalderia, sempre circondati da stuoli di cortigiani, di folle plaudenti, di fotografi e giornalisti che ne immortalano le pose più sguaiate, i gesti più istrioneschi, e che registrano con sorrisi di compiacimento perfino – Dio ci perdoni – le sortite del papa alla latrina ambulante, come è accaduto durante la visita all’arcidiocesi di Milano, contandone la durata sul cronometro, come non si fa nemmeno con i divi del rock o con le stelle del cinema? Eppure, se la Chiesa smette di predicare la conversione e di annunciare Gesù crocifisso, morto e risorto per amore dell’umanità, che cosa le resta mai da fare? Predicare i diritti umani? Battersi per l’approvazione della legge sullo ius soli? Istituire il Matrimonio per le persone omosessuali, a imitazione di quel che fanno le legislazioni civili? Sì, è proprio questo che la neochiesa sta facendo. E i cattolici dovrebbero riconoscere in essa la mater e la magistra che guida con dolce e infallibile sollecitudine i loro passi sul cammino della vita? Dovrebbero ascoltare la voce di siffatti pastori, anche se non la riconoscono, e lasciarsi condurre per mano da una simile guida, anche se li sta conducendo lontano da Cristo, verso l’apostasia?

Lo ripetiamo: lo scopo della vita umana è la giustificazione davanti a Dio, cioè tornare a uno stato di giustizia di fronte al Creatore; e lo scopo della Chiesa è aiutare gli esseri umani a raggiungere una tale meta. Per questo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa, e non per altro: non per predicare i diritti umani, né il diritto di cittadinanza e il matrimonio omosessuale, tanto meno il divorzio e l’aborto. La conversione dell’anima a Dio, con il relativo abbandono dell’amore disordinato di sé, e il riconoscimento della divina Incarnazione di Gesù Cristo per la salvezza dell’umanità peccatrice, sono gli atti fondamentali per mezzo dei quali l’anima ritorna alla figliolanza divina, ricucendo il legame che era stato incrinato dal Peccato originale, e sfruttando a pieno la grande, insostituibile possibilità offerta dalla Redenzione di Cristo.

Scriveva a questo proposito il teologo Arialdo Beni; e diciamo “scriveva” perché, ormai, per trovare un libro serio di teologia, conforme alla vera dottrina cattolica, bisogna andare a cercarlo quasi sempre negli anni precedenti il Concilio, o in quelli di poco seguenti, quando ancora i frutti velenosi di quella assemblea non erano giunti a far sentire ovunque i loro mefitici effetti (in: A. Beni-G. Biffi, La grazia di Cristo, Torino, Marietti, 1974, pp. 189-192):

L’uomo arriva alla giustificazione attraverso un processo piuttosto complesso, che importa molti atti. Ci vuole prima di tutto la FEDE, “inizio e radice – come la chiama il Concilio di Trento – di ogni giustificazione” (D 1532). “Senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr 1, 6). […] La fede è soprattutto fiducia e obbedienza, nel senso di confidenza e abbandono totale all’amore immenso di Dio; e quindi è fedeltà, impegno, buone opere; però è anche e innanzitutto FEDE DOGMATICA. “Fate penitenza e credete al Vangelo” (Mc 1, 15): sono questi i due temi, con i quali Cristo inizia la sua predicazione pubblica. Prima dell’ascensione darà agli apostoli l’incarico di prolungare il suo magistero autoritativo così: “Andate, fate discepole tutte le genti… Predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato” (Mt 28, 19 e Mc 16, 16). Giovanni dichiara di aver scritto il suo Vangelo perché la gente creda che Cristo è Dio e perché, credendo, abbia la vita eterna (cfr. Gv 20, 31), la quale è essenzialmente adesione alla persona di Cristo e quindi anche alla sua opera e alla sua dottrina: “Questa è la vita eterna: che conoscano te e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 6, 28). Per Paolo la giustizia cristiana è la giustizia che nasce dalla fede (Rom 1, 16-17; 3, 21-31; 10, 1-11; Ebr 10, 39; 11, 6). Però la fede dell’Apostolo non è la pura fede dogmatica , né una cieca fiducia, staccata dalle opere: è la risposta e l’adesione a Cristo-persona di tutto l’uomo, e quindi soprattutto della sua volontà, del suo cuore, ma anche del suo intelletto: proprio perché è l'”obbedienza al Vangelo” trasmesso attraverso la predicazione (Rom 10, 16-17, diventa confidenza, speranza certa (2 Tim, 1, 12), docilità del volere umano al volere divino (Rom 1, 5; 16, 26), fedeltà a tutta prova (Rom 8, 35), zelo indefesso (2 Cor 12, 15; 1 Cor 1, 9; 2 Cor, 11, 29, ecc.); sfocia insomma nella carità: “in Cristo ciò che vale non è la circoncisione o l’incirconcisione (ovverosia certe pratiche esterne, ormai morte), ma la fede che opera mediante la carità (Gal 5, 6) che è “la pienezza della legge” (Rom 13, 10), al punto che, “quand’anche io possedessi tutta la fede da spostare le montagne, se poi non hanno la carità, sono un nulla” (1 Cor 13, 2). […] Finché la carità resta iniziale, un desiderio d’amore, non è perfetta e l’uomo, nonostante i molteplici atti preparatori che compie, quello compreso, è ancora in peccato, rimane ancora in cammino verso la giustificazione. Quando vi arriva? Quando, con cuore “contrito” fa un vero atto di carità, e cioè di amore di Dio al di sopra di tutto e di tutti, compreso se stesso. In quel medesimo istante nasce rinasce, diventa creatura nuova: quell’atto si salda automaticamente con la infusione della virtù della carità ed insieme della grazia santificante e di tutte le altre virtù. Chi separava il peccatore  da Dio era l’amore disordinato di sé. Con l’atto di carità l’uomo matura  la propria conversione: rinuncia  a se stesso e rinnova la sua adesione totale a Dio, come Bene supremo, come Padre. Se uno arriva a questo punto […] è principalmente per la grazia di Dio. Ora, se Dio conduce uno ad amarlo come Padre, non si capisce proprio perché non dovrebbe riconoscerlo, per ciò stesso, come figlio.

 Oggi il neoclero della neochiesa, insieme ai neoteologi, non parla più questo linguaggio; non dice più che l’uomo deve convertirsi, che deve mutar vita, che deve lasciare le tenebre del peccato per aprirsi alla luce di Cristo; e non parla dell’azione divina, soprannaturale, che si attua nell’anima di colui che si converte e che domanda a Dio, con umiltà e con fede, i doni della grazia santificante. Al contrario, costoro accarezzano i vizi degli uomini e li rassicurano, falsamente, che pur restando nel peccato, essi sono ugualmente cari a Dio. Negano perfino che l’inferno esista, che il diavolo esista, che il peccato mortale sia una rottura irreparabile con Dio. Meglio sarebbe se non fossero mai nati

(fonte: accademianuovaitalia.it)

2 pensieri riguardo “Il neoclero non predica la conversione, ma il peccato

  1. ” Ma a chi, o a che cosa, stanno obbedendo il papa Francesco, i vescovi Paglia e Galantino, il generale dei gesuiti Sosa Abascal, e tutti gli altri membri del clero attuale i quale, invece di esortare alla conversione di vita ed annunciare Gesù Cristo, dicono che tutti gli uomini andranno in paradiso, che tutti i peccatori saranno perdonati, Giuda compreso, e che non vi sarà alcun giudizio, perché la misericordia di Dio è talmente grande da cancellare comunque il peccato e i suoi effetti? ”

    A chi stia obbedendo papa Bergoglio (e tutti quelli sotto di lui a cascata) a questo punto è ormai chiarissimo: ai suoi COMMITTENTI.

    “……. riguardo a coloro che l’annunciano con tanta sicumera, con tanta spavalderia, sempre circondati da stuoli di cortigiani, di folle plaudenti, di fotografi e giornalisti che ne immortalano le pose più sguaiate, i gesti più istrioneschi, e che registrano con sorrisi di compiacimento perfino – Dio ci perdoni – le sortite del papa alla latrina ambulante .,…..”

    Ogni dittatura deve bene avere il suo apparato di propaganda, e dare fiato alle trombe e rullare ai tamburi della rivoluzione…

    "Mi piace"

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