Il teologhese rahneriano, tra “soggettivalità” e “autocomunicazione graziosa” di Dio

I miracoli, la fede, la salvezza secondo Karl Rahner, tutte cose di cui Agostino, Tommaso, Basilio, Anselmo. Girolamo … non si erano mai accorti. Poveretti.

di Silvio Brachetta (04-12-2017)

Vittorio Messori narrava del suo incontro con il teologo Karl Rahner e di come questi volesse «rileggere tutte le verità di fede “in modo nuovo, più semplice, più consono all’uomo del nostro tempo”» (La sfida della fede, Sugarco, 2008).

Karl Rahner, SJ (1904-84)

Ecco come Rahner definisce il concetto di «miracolo», nel suo Corso fondamentale sulla fede (Edizioni Paoline, 1984): «Il miracolo si ha laddove, per lo sguardo dell’uomo spirituale, aperto al mistero di Dio, la concreta configurazione dell’evento è siffatta che ad essa è direttamente partecipata quell’autocomunicazione divina che egli sperimenta già sempre nella sua esperienza trascendentale della grazia in maniera istintiva e che, d’altro canto, si manifesta proprio nel miracolo e così si testimonia come autocomunicazione».

Attenzione a dire che non ci si capisce niente. Questo è diventato il modo di esprimersi ufficiale della teologia moderna, di cui è obbligatorio dire che è chiaro e comprensibile, più di qualsiasi linguaggio del passato. Deve essere capito. Non si osi mai ribattere – come fa Messori – che il «miracolo vero» è che «qualcuno, oltre a Rahner e ai suoi colleghi, teologi contemporanei, ci capisca qualcosa». Non ci si azzardi mai a confessare, in parrocchia o in seminario, di non capire cosa significhi valutare l’«esperienza trascendentale di Dio come conoscenza aposteriorica». Si potrebbe essere guardati male dal parroco e giudicati incapaci di «dire Dio» dall’assemblea celebrante dei nuovi credenti illuminati.

E invece vale dare davvero un’occhiata al Corso chiarificatore di Rahner, stando ben attenti di leggere con entusiasmo ogni singolo passaggio, ogni singola parola, finalmente spiegata dal teologo tedesco, dopo secoli e secoli di oscurità dottrinale. Tommaso e Agostino, ad esempio, non si erano resi conto che la «conoscenza aposteriorica» di Dio è un «diritto» e un «dovere» del fedele. Non avevano soprattutto capito che il «discorso su Dio» è la «riflessione che rimanda a una conoscenza più originaria, atematica e irriflessa di Dio».

Tommaso e Agostino avrebbero fatto malissimo a chiedersi come può essere che una «riflessione» sia «irriflessa». Ma non è matto Rahner, come parrebbe. Sarebbero stati loro a diventarlo, se si fossero posti una domanda tanto assurda.

E Anselmo, Girolamo, Basilio? Quanto più e quanto meglio avrebbero detto, se solo avessero capito che «noi perveniamo a noi stessi e alle strutture trascendentali date con la nostra soggettivalità». Non si dica, non sia mai, che «soggettivalità» se l’è inventata Rahner o il traduttore di Rahner a pagina 82 del libro. Si dica invece che senza «soggettivalità» la teologia è morta, tanto evidente è il concetto. E si dica pure che “amore”, “estasi” e “gloria” sono parole vecchie, spente – e che invece “struttura”, “autocomunicazione”, “aposteriorica” e “soggettivalità” sono le perle del futuro, piene di fascino e speranza.

Con Rahner scopriamo finalmente che la salvezza di Gesù Cristo «non è una condizione oggettiva cosale», ma avviene senza eliminare o contestare «la significatività salvifica dell’intercomunicazione con un altro uomo, anzi con l’uomo in generale». Il vero mistero è capire come mai Tommaso d’Aquino non sia arrivato a tanto acume e perché mai abbia usato parole e sintassi impegnative, ma infinitamente più semplici.

Come può essergli sfuggito, in perfetto teologhese rahneriano, che l’«autocomunicazione graziosa» di Dio, «quale modificazione della nostra trascendentalità non è riflettibile»? Quel sempliciotto di Tommaso come si è permesso di argomentare, nella Summa, con un semplicissimo «Pare che Dio non esista» e dimostrando, senza inutili intellettualismi, che invece esiste?

Questo di Rahner, qui proposto, è solo un piccolo carotaggio di un panorama ben più vasto, a cura di teologi o studiosi che hanno visto nel parlare difficile e contorto un bene per la Chiesa militante e trionfante.

Da più di mezzo secolo i contenuti della fede, proprio a seguito di queste forme letterarie spurie, si sono fatti vaghi, equivoci, nonostante il magistero (specialmente pontificio) abbia cercato di mantenere uno stile semplice e comprensibile.

E tuttavia per entrare in quella che oggi si potrebbe chiamare la teologia seria e ufficiale è necessario passare le forche caudine del rahnerismo, così come per essere accettati dalla paleontologia è obbligatorio inginocchiarsi acritici davanti al darwinismo evoluzionista.

(fonte: vitanuovatrieste.it)

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