A-teologi, come rispondere a costoro

La risposta ai teologi buonisti e modernisti è tornare a parlare del Peccato e della Grazia.

di Francesco Lamendola (20-01-2016)

E dàlli. L’incontenibile Vito Mancuso, che da molto tempo abusa della qualifica di teologo cattolico, che si  è data da se stesso, anche se importanti organi della Chiesa, come La Civiltà Cattolica e L’Osservatore Romano, hanno esplicitamente riprovato alcuni punti essenziali del suo pensiero, non si concede tregua: tutto proteso nel modesto, e dichiarato, obiettivo di “rifondare la Chiesa” – lui, lui solo, ma con il saldo appoggio della Verità – e di smantellare la nostra idea “sbagliata” di Dio, cioè di un Dio padrone e dittatore (ma in che mondo vive, Mancuso? E sì che è della classe 1962: quella post-conciliare…), non conosce soste, né ripensamenti.

Vito Mancuso

E con che idea di Dio dovremmo sostituire la nostra vecchia e sbagliata idea di Lui? Ovvio: con l’idea di un Dio  che non abbia più niente a che fare con la Tradizione (ma a scriverla con la maiuscola siamo noi, ce ne prendiamo tutta la respirabilità); che non sia più quello che ci è stato insegnato dalla Chiesa cattolica; e che sia, soprattutto – per metterla, finalmente, in positivo – all’altezza della società e della mentalità moderna; perché noi siamo gente moderna, non crediamo più alle favole, né ci facciamo più spaventare con i vecchi discorsi dei preti d’una volta, sul Giudizio e sull’Inferno. Con L’anima e il suo destino, 2007, prefazione di Carlo Maria Martini (di cui ci eravamo già occupati: cfr. Vito Mancuso, velleità ed aporie di una teologia che vuol farsi laica, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 07/11/2012), ha fatto a pezzi il Peccato originale, la Resurrezione di Cristo, l’eternità dell’Inferno, la Salvezza che viene da Dio e ha sostenuto, in pratica, che l’uomo può salvarsi da solo, con l’uso della sola ragione naturale: il che è più di un “semplice” pelagianesimo, eresia già in sé gravissima e contrastata senza quartiere da S. Agostino, ma sempre risorgente -, ma è gnosticismo allo stato puro, se non deismo vero e proprio. Adesso, con Dio e il suo destino (2015), fresco di stampa – ma, nel mezzo, ci sono una buona quindicina di pubblicazioni, tutte meravigliosamente narcisiste e solipsiste fin dai titoli, come Io e Dio. Una guida dei perplessi, Ho sognato una Chiesa e Io amo, e tutte trasudanti modestia e pudore – il giovane teologo d’assalto si scaglia contro l’ultima trincea che ancora lo separa dalla vittoria finale: quella di Dio in persona.

Chi è Dio, dunque? Tralasciamo il ragionamento che svolge, nelle pagine della sua ultima fatica, Vito Mancuso, lasciandone l’onere e il piacere al lettore curioso e ben disposto, a arriviamo direttamente alla conclusione: Dio è Antifascista. Sì, avete letto bene; lo ripetiamo: Dio è un Antifascista; ci siamo permessi solo la libertà della lettera maiuscola. E come giunge, il rampante teologo modernista, a questa sensazionale, e profondissima, conclusione speculativa? Attraverso la sconfinata ammirazione per don Andrea Gallo, il prete genovese (1928-2013) che salutava col pugno chiuso, come i “compagni” comunisti, tenendo sempre il sigaro in bocca, cantando a gola spiegata Bella ciao in tutti i cortei e le manifestazioni della sinistra, e facendosi applaudire ed osannare da personaggi come Luxuria: un perfetto esempio di carità e fedeltà evangelica. Ma cediamo la parola direttamente a Vito Mancuso: «Se si crede autenticamente nel Dio di cui parla il cristianesimo, è proprio per rifiutare il fascismo quale senso ultimo del cosmo e della storia dei viventi. Don Gallo aveva ragione: l’essenziale non è che Dio sia trinitario, ma che sia antifascista. Lo statuto trinitario però, esaltando la logica della relazione, porta scritto già in se stesso l’antifascismo». Insomma: Mancuso non nega la Trinità, ma asserisce che è più importante l’antifascismo di Dio; la Trinità, comunque – bontà sua, del Mancuso – viene a rafforzare lo statuto ontologico antifascista del buon Dio.

Ogni epoca storica ha gli uomini di cultura che si merita, e questo vale anche per i teologi. La nostra epoca, evidentemente, è fatta per i Mancuso, che tanto piacciono alla televisione e alle case editrici, anche perché portano pubblico. E non è difficile capire perché. Codesti “teologi” da fiera, o da neuro-delirio, svendono a prezzi di liquidazione tutto il patrimonio del cattolicesimo, come se fosse roba loro e non Deposito divino; promettono il perdono a tutti, la libertà per tutti, distribuiscono pacche sulle spalle a tutti, con taralluci e vino. Garantiscono un Dio che va a braccetto con la modernità, con i suoi meccanismi peggiori: con la bassa demagogia egualitaria, con la volgarità dell’improvvisazione e della cialtroneria intellettuale, con le strizzatine d’occhio ai vizi e ai peccatucci di ciascuno, tanto il buon Dio perdona, perdona sempre, e l’Inferno non esiste, o non è eterno, dunque avanti tutti nella gran festa della vita; ci sono ancora posti a sedere, si offre da bere gratis, e qualunque sproposito viene acclamato come un colpo di genio.

Perché  i “vecchi” teologi non piacciono più? Perché non piacciono i preti di una volta, quelli che si sono formati prima del Concilio Vaticano II e hanno fatto seri e buoni studi nei migliori seminari e nelle ottime università cattoliche della prima metà del secolo scorso? Perché, gli uni e gli altri, avevano l’incredibile mancanza di delicatezza, l’intollerabile cattivo gusto, di parlare del Bene e del Male, del Peccato e della Grazia, del Paradiso e dell’Inferno. Ma via, il peccato! Volete ancora parlarci del peccato, nel Terzo millennio? E perfino del Peccato originale? Non è musica per i nostri orecchi, questa; non ci piace ascoltare simili discorsi. Vogliamo sentire i Mancuso, che aboliscono il peccato e riducono Dio a una nostra ipotesi, da girare e voltare secondo il nostro comodo e le nostre necessità. Non vogliamo udire gli uccelli del malaugurio; vogliamo ascoltare solo il cinguettio degli usignoli e il trillo dei canarini: di doveri, di responsabilità, di libertà che poi comporta un prezzo da pagare, stiamo stufi marci. Basta.

Che coraggio, questi Mancuso e questi Enzo Bianchi (che fra loro non vanno d’accordo e differiscono su parecchi punti, però una cosa in comune ce l’hanno: l’ego debordante e la smania di “modernizzare” il Vangelo a tappe forzate). Applauditissimi, seguitissimi, con la poltrona sempre pronta nei migliori salotti televisivi e radiofonici, dove tengono, praticamente, delle rubriche fisse in veste di ospiti intramontabili, si sentono i vessilliferi di una santa crociata per modernizzare la Chiesa, per ristabilire la vera idea di Dio e del rapporto che deve esservi fra l’uomo e Dio. Quel che fa specie non è che vi siano sedicenti teologi di tal fatta, né che vi siano tanti pecoroni belanti che li ascoltano e li riveriscono, quanto la mancanza di onestà intellettuale per cui siffatti “maestri” pretendono di restare dentro la Chiesa e di seguitare a dirsi cattolici, anche se loro, per primi, sanno benissimo (e vogliono farlo) d’infrangere punti essenziale della dottrina cattolica. Perché non se ne vanno? Perché non si fanno pastori protestanti, o liberi pensatori laici e ateisti? Nossignori: loro restano, perché sono ben decisi a cacciare fuori gli altri, quelli che non la pensano come loro: i cattolici di sempre, che essi qualificano come “tradizionalisti”, “conservatori”, o anche peggio. Loro vogliono restare, perché la Chiesa e la dottrina cattolica sono cosa loro (Noi siamo Chiesa è la denominazione di un tipico gruppo ecclesiale cattolico-modernista diffuso in vari Paesi d’Europa). Per poter meglio distruggere una istituzione o un corpus dottrinario, la strategia migliore è sempre quella di agire dal suo interno, non dall’esterno.

Se vogliamo tornare alla sana teologia cattolica, dobbiamo tornare a rileggerci i buoni teologi di cinquanta, ottanta o cento anni fa. Nessun passatismo; la dottrina cattolica è quella, perché fondata su di una realtà perenne e soprannaturale: leggere Tommaso d’Aquino fa bene all’anima più di cento Mancuso. Non ci sono solo il tomismo e il neotomismo, comunque. La Chiesa tedesca, in particolare, nella prima metà del XX secolo, è stata un vivaio di ottimi teologi, prima che arrivassero gli Hans Küng a confondere tutto. Erano i tempi di grandi pensatori come Romano Guardini, che perfino la cultura laica, segretamente, invidiava alla Chiesa. La formazione teologica di papa Ratzinger, Benedetto XVI, viene da lì. Pensiamo a scrittori come Bernhard Bartmann, autore di un fondamentale corso di teologia, del quale ci siamo – brevemente – già occupati (cfr. Son le leggi d’abisso così rotte? O è mutato in ciel nuovo consiglio?, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 24/12/2015). Oppure pensiamo a un Peter Lippert (nato ad Amberg, nel’Alto Palatinato, nel 1879, e morto a Locarno, nel Canton Ticino, nel 1936), gesuita, teologo e scrittore incredibilmente luminoso, delicato, penetrante, limpido, la cui lettura edifica moralmente e rafforza intellettualmente nel medesimo tempo: ce ne fossero ancora, di teologi di quella fatta. Dopo la sua morte, la Gestapo sequestrò la sua biblioteca e si accanì contro le sue opere: il furore postumo delle autorità naziste è stato la testimonianza di una vita ben spesa, il sigillo della serietà etica e del valore educativo di quell’autore.

Citiamo da uno dei suoi bellissimi libri, a proposito del mistero del peccato: Visione cattolica del mondo (titolo originale: Die Weltanschauung des Katholizismus, 1931; traduzione dal tedesco di Ernesto Peternolli, con l’aiuto e la prefazione di Mario Bendiscioli, Brescia, Morcelliana, 1944, pp. 52-55):

«Ora operò il  mondo non è solo pieno di peccati singoli, di peccati senza numero; su di esso incombe  pure una legge del peccato, una specie di fora di gravità che spinge al peccato.  “Tutti gli uomini sono divenuti schiavi del peccato e sono posti sotto il potere del demonio e della morte” (Conc. Trid., Sess. VI, Cap. I9. Il mondo si trova in una falsa posizione che è inclinata verso il basso, verso il peccato. Il male ci è più vicino del bene, quantunque, secondo S. Tommaso d’Aquino, la struttura naturale dell’essere umano consista in parte anche nel fatto che “l’uomo ha per sua natura un’inclinazione al bene” (“Summa Theol.”, I, 2, quaestio 85 a. 1). In realtà il bene è costretto ad una lotta continua e può affermarsi solo a stento, anzi è praticamente impossibile condurre a questo mondo una vita immune da cadute, senza l’aiuto di una specialissima grazia divina superante di gran lunga tutte le forze psichiche e morali che per natura possano comunque  essere a nostra disposizione “Se qualcuno giudica che l’uomo possa evitare per tutta la sua vita, tutti i peccati, anche lem mancanze più leggere senza che gli sia concesso uno speciale privilegio della grazia divina, sia scomunicato” (Conc. Trid., Sess. VI, Can. 23). Ora qui noi c’imbattiamo nel lato oscuro e grave della concezione cattolica del mondo. Quanto essa è serena e fiduciosa là dove considera il mondo come opera del suo creatore, altrettanto cupo e triste è il suo sentire di fronte alla reale situazione in cui si trova tutto il mondo in seguito al fatto del peccato. È naturale che questa legge del mondo, la quale trascina di continuo al peccato, non possa essere stata provocata che dal peccato, dalla libera risoluzione della volontà della ribelle a Dio, e che non possa essere una legge posta originariamente da Dio stesso. Dunque al principio dello stato attuale del mondo ci dev’essere un peccato, a cui risale pure la legge del peccato che ci è imposta, questa forza di gravità che ci spinge al male. Anzi questo peccato originale non solo appare  in ogni singolo uomo come legge del peccato, ma come forza che inclina al male, ma come vero e proprio peccato; essa appare come reale colpa in ogni figlio che mai donna abbia concepito da uomo. È dunque una sorta di nefasta eredità che si trasmette di generazione in generazione, per via della procreazione. Nel primo istante del concepimento di un nuovo essere umano, anche questo peccato si sposta di un passo in avanti: solo Maria, la Madre del Signore. È ritenuta dalla Chiesa cattolica esclusa da questa legge ereditaria, per cui chiama “immacolata”  la sua concezione, e il suo entrare nell’esistenza. Tutti gli altri uomini invece sono soggetti a questa legge di morte, che agi occhi di Dio copre di una mancanza morale già il primo atto della loro vita. Essi vengono concepiti colla macchia del peccato originale: “La trasgressione di Adamo ha nociuto non solo a lui, ma a tutta la discendenza; egli ha perduto non solo per sé, ma anche per noi, la santità e giustizia che gli erano state concesse. E, macchiato del peccato della disobbedienza, ha portato a tutto il genere umano non solo la morte e le pene corporali, ma anche il peccato. E questo peccato di Adamo si trasmette non per mera imitazione, ma con la generazione fisica del corpo, e si trova in ogni singolo uomo, come il suo proprio peccato. Chi insegna diversamente, sia scomunicato” (Conc. Trid., Sess. V, Can. 2-3). Questa dottrina del peccato originale appartiene alle idee fondamentali del cattolicesimo; chi prescinde da questa dottrina, non potrà mai comprendere il cattolicesimo, né nella sua dottrina sul mondo, né nella sua attività nel mondo. Quel peccato primo che continua ad avere effetto in tutti gli uomini come peccato originale e come legge del peccato, gli interpreti cattolici cella Bibbia lo trovano dato nel fallo del primo uomo, di cui raccontano le prime pagine della narrazione mosaica della creazione: Adamo mangiò con la sua donna il frutto dell’albero di cui Dio aveva proibito di mangiare sotto minaccia della pena di morte (Genesi, 3). L’immediata conseguenza sensibile di questa trasgressione fu la sanzione della pena di morte minacciata, la legge della morte, che d’allora in poi ebbe efficacia in tutti gli uomini, come effetti e segno esteriore della legge del peccato. L’universale dominio della morte, divenne il marchio visibile del peccato che era passato su tutti gli uomini: “Per mezzo di un uomo è entrato nel mondo il peccato e col peccato la morte>, e così anche la morte è passata su tutti gli uomini avendo tutti peccato” (Lettera ai Romani, V, 12; cfr. Concil. Trid., Sess. V).»

Sì, lo sappiamo: questo linguaggio è divenuto troppo duro per i sensibili orecchi di molti cattolici moderni (e modernisti). Sentir parlare del peccato, dispiace; e del Peccato originale, poi, che si ripercuote su ciascun essere umano, fin dall’istante del suo concepimento, piace ancor meno. Eppure, questa è sempre stata la dottrina della Chiesa; su questo punto essa non ha mai tentennato, non ha mai oscillato.

Del resto: niente peccato, niente necessità della Grazia; niente necessità della Redenzione; niente necessità dell’Incarnazione. L’uomo potrebbe fare da solo, salvarsi da solo, redimersi colle sue proprie forze. Dio, tutt’al più, potrebbe fornirgli un aiuto secondario; e, quanto a Cristo, la sua vita avrebbe, più che altro, un valore d’esempio. Ma non ci sarebbe bisogno di Dio che si fa uomo, che patisce e muore sulla croce, per poi risorgere e inviare, infine, il proprio Spirito, a sostegno e consolazione dell’umanità. Non ci sarebbe bisogno di nulla di tutto questo; né ci sarebbe, in fondo, bisogno di Dio. Se ne potrebbe fare anche a meno.

È questo che vogliono affermare i teologi come Vito Mancuso? Sanno che a questo conducono le loro strampalate dottrine? Sanno di non essere i “rinnovatori” del cristianesimo, ma i lugubri becchini del suo funerale annunciato? Non li sfiora mai un brivido di consapevolezza della gravità di quel che dicono e scrivono, delle implicazioni devastanti del loro insegnamento? Si rendono conto di puntare ad uno stravolgimento e ad un capovolgimento completi della dottrina cristiana e cattolica, così come essa è stata fino a qui tramandata? E, se sì, a che gioco stanno giocando? Dove vogliono arrivare, sino a che punto intendono spingersi? Non lo sappiamo.

Da parte nostra, ci fa bene tornare a leggere libri come quello di Peter Lippert. Che non dicono nulla di nuovo, in fondo (anche se lo dicono molto bene): perché le “novità” sono quelle dei filosofi; la teologia, quanto a se stessa, non ha mai avuto lo scopo d’innovare, ma di custodire, precisare, approfondire una dottrina già data, nelle sue linee essenziali e anche in molte delle sue linee secondarie. Al teologo, pertanto, si addice un ardente spirito di umiltà: egli sa di non essere altro che un operaio nella vigna del Signore. Se fa bene, non è merito suo; se fa male, vuol dire che si è lasciato trasportare dalla vanità e dall’orgoglio. Il teologo che non sa essere umile è un cattivo teologo. Che vada a fare il filosofo, il saggista, il predicatore laico, il giornalista, il conferenziere, il libero pensatore, quello che vuole, l’intellettuale alla moda o l’assiduo frequentatore dei salotti radiotelevisivi; ma lasci perdere la teologia. Quella, è una cosa seria. E non è cosa che lui possa modificare, mutilare o ritagliare a suo piacere. Non può fare dono dei suoi brani, non può rimettere o annullare alcun debito, tanto meno quello del Peccato originale. Non dipende da lui, anche se muore dalla voglia di fare il generoso con un tesoro che dovrebbe solamente custodire. Dipende da Qualcuno che sta leggermente più in alto di lui.

(fonte: accademianuovaitalia.it)

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