Giacomo Lercaro, luci ed ombre

Durante la sua visita pastorale a Bologna, papa Francesco, tra le altre cose, si è ben guardato dal nominare i cardinali Giacomo Biffi e Carlo Caffarra (quest’ultimo, tra altro, morto meno di un mese fa), ma ha avuto parole piene di lodi per Giacomo Lercaro. Chi era davvero questo cardinale?

di Don Alfredo Maria Morselli

Giacomo Lercaro (1891-1976), va ricordato innanzi tutto per il bene da lui compiuto, come arcivescovo di Ravenna e Cervia (1947-52) e di Bologna (1952- 68): nel dopoguerra sostenne i cosiddetti preti volanti, 21 sacerdoti che seguivano i comizi del PCI (Partito Comunista italiano) contro-battendoli sul posto; fu solerte edificatore di nuove chiese per la periferia bolognese; fermo nel condannare l’invasione comunista dell’Ungheria (1956); strenuo difensore di san Padre Pio da Pietrelcina (1887-1968) e presidente del Comitato per la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria (13-09-1959). Fu anche maestro di spiritualità.

Il card. Giacomo Lercaro con il suo “pupillo” Giuseppe Dossetti.

I guai per il nostro Presule derivano dalla sua dipendenza culturale da Giuseppe Dossetti (1913-1996), alla cui influenza possiamo attribuire: 1) la discontinuità della riforma liturgica rispetto alla costituzione Sacrosanctum Concilium (1963), riforma condotta a termine dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia presieduto dallo stesso Lercaro dal 1964 al 1967; 2) la gestione del quotidiano L’Avvenire d’Italia, che, affidato alla direzione di Raniero La Valle, era diventato di fatto l’organo del progressismo catto-comunista italiano; 3) la forte critica all’intervento militare americano in Vietnam, che culminerà con un discorso pronunciato a Bologna l’1-1-1968; dopo di che, Paolo VI (1897-1978) ne accettò le dimissioni, presentate dallo stesso presule nel 1966, al compimento del 75° anno di età, pur con la speranza di avere Dossetti come successore.

Ma l’errore più grave di Lercaro è un discorso su Chiesa e cultura, che il presule tenne al Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) il 4 novembre 1964; ne stralciamo le frasi a nostro avviso più deleterie: «Pregiudizialmente la Chiesa deve riconoscersi culturalmente povera e volere essere coerentemente sempre più povera. Non parlo qui della povertà materiale, ma di una speciale applicazione della povertà evangelica proprio al campo della cultura ecclesiastica. Anche in questo campo – come in quello dei beni e delle istituzioni patrimoniali – la Chiesa conserva tuttora certe ricchezze di un passato glorioso ma forse anacronistiche (sistemi scolastici di filosofia e di teologia, istituzioni educative e accademiche, metodi di insegnamento universitario e di ricerca). La Chiesa deve avere il coraggio, se è necessario, di rinunziare a queste ricchezze o almeno di non presumere troppo di esse, di non vantarsene e di confidarvi sempre più cautamente: possono non porre sul candelabro, ma nascondere sotto il moggio, la lampada del messaggio evangelico e possono impedire alla chiesa di aprirsi ai valori veri della nuova cultura o delle culture antiche non cristiane, limitare l’universalità del suo linguaggio, dividere anzi che unire, escludere molti più uomini di quanti non ne attirino e ne convincano. […] La Chiesa ha sempre detto di non volere identificare né se stessa né la propria dottrina con un determinato sistema, con una certa filosofia e teologia. Ma sinora questa distinzione è stata una distinzione più de iure che de facto» (Istituto per le scienze religiose [a cura di], Per la forza dello Spirito. Discorsi Conciliari del Card. Giacomo Lercaro, EDB, Bologna 1984, pp. 227-228).

I “sistemi scolastici” non sono un’opinione a cui si può rinunciare, ma supportano la filosofia perenne dell’essere, tolta la quale non rimane altro che il principio di immanenza, ovvero il pensiero che pensa se stesso e non la realtà, premessa del modernismo di ieri e di oggi: se viene meno il concetto ad esempio di natura (per cui l’uomo sarà sempre uguale a se stesso e in grado di conoscere cosa deve lare per dirigersi al suo fine ultimo), cade ogni morale oggettiva. Se viene meno l’intenzionalità della conoscenza, per cui l’uomo conosce la realtà e non solo il suo pensiero, cade il concetto di verità assoluta e si aprono le porte al relativismo.

Il miglior antidoto a quest’idea di Dossetti e fatta propria da Lercaro è costituito dalle parole del card. Carlo Caffarra (1938-2017): «[…] una Chiesa povera di dottrina non è una Chiesa più pastorale, è semplicemente una Chiesa più ignorante, e quindi meno immunizzata contro il pericolo di prostituirsi con il potente di turno» (Discorso in ricordo di Biffi, in occasione della presentazione del volume Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore del Card. Giacomo Biffi, [Cantagalli], Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna, 14-6-2016).

[Tratto da: Dizionario elementare del pensiero pericoloso (a cura di Gianpaolo Barra, Mario A. Innaccone, Marco Respinti, Istituto di Apologetica, 2017)]

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