Amoris laetitia, le etichette e la verità

Bellissima riflessione di Aldo Maria Valli.

di Aldo Maria Valli (25-09-2017)

Siccome da tempo vado dicendo che in Amoris laetitia c’è qualcosa di non cattolico, per alcuni sono diventato improvvisamente un tradizionalista. Ci sono amici che, dandosi di gomito, mi guardano pieni di tristezza e dicono: «Poverino. Era una così brava persona, e ora è tradizionalista». Come se mi fossi preso una brutta malattia.

«Che cosa ti è successo?», mi ha chiesto una simpatica collega che non vedevo da un annetto. Pensando si riferisse agli avvenimenti notevoli degli ultimi mesi, ho risposto giulivo: «Sono diventato nonno, due volte!».

«Non intendevo quello», ha ribattuto leggermente infastidita e sventolando una mano, come quando si ha a che fare con un finto tonto. «Parlo del papa e della Chiesa. Avanti, perché sei diventato tradizionalista?».

Aldo Maria Valli

Ma io non sono diventato tradizionalista. Semmai sono tradizionale. Anche perché penso che non si possa essere cattolici senza essere tradizionali. Tradizione viene dal bellissimo verbo latino «tradere», consegnare, trasmettere. E quando ricevi un dono così immensamente bello come la fede non puoi fare altro che desiderare di trasmetterla. Possibilmente integra. Magari ci riesci, magari no, ma non puoi rinunciarci.

Non sto facendo il pesce in barile. Semplicemente, trovo insopportabile questa voglia di etichettare, che in genere va di pari passo con l’incapacità di argomentare. Confesso che sono un uomo di parte. Non riesco a essere neutrale. Perfino quando guardo una partita della quale non mi interessa nulla finisco col tifare per una delle due squadre in campo (in genere per quella con meno giocatori tatuati). Mi piace parteggiare. Però, in quanto figlio della Chiesa, non mi sono mai affiliato a un gruppo, un movimento, una qualche associazione. La fede ti dona una libertà così grande che mi sembra di immiserirla scegliendo di appiccicarci sopra un’ etichetta. Perfino l’etichetta «cattolico» mi mette a disagio. Se proprio fosse necessario, sceglierei «cattolico ambrosiano», ma in generale apprezzo il detto di Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo».

Ecco perché quando mi sento dare del tradizionalista resto sinceramente sorpreso.

E pensare che non troppo tempo fa qualcuno mi diede del cattocomunista e un teologo apprensivo scrisse che forse il diavolo stava lavorando dentro di me. Ovviamente la faccenda del diavolo mi preoccupò, e mi tranquillizzai soltanto dopo che il mio amico parroco, guardandomi dritto negli occhi, mi disse che secondo lui era tutto a posto.

Le etichette sono infinite. L’unica che non tirano mai fuori è «libero pensatore che magari sbaglia ma è onesto e ci mette la faccia». Forse perché troppo lunga?

Comunque sia, eccomi tradizionalista. Anzi, a volte «ultra-tradizionalista», e perfino «legato alla destra cattolica». E naturalmente, mentre ti appiccicano l’etichetta, sussurrano: chissà per quali, inconfessabili e reconditi interessi fa tutto questo!

In realtà non ho fatto altro che chiamare a raccolta i miei (pochi) neuroni e dire loro: ragazzi, basta oziare e pensare all’Inter, al basket e al rugby; mettetevi all’opera. È così che mi sono convinto che in Amoris laetitia c’è un’allarmante tendenza a giustificare il peccato e a lasciar intendere che il comportamento moralmente sbagliato può essere addirittura quello che Dio richiede in date circostanze.

Far funzionare i (pochi) neuroni rimasti è roba da tradizionalisti? Non so. Quel che so è che quando sento parlare di «cammino di discernimento», «pastorale innovativa» e «circostanze attenuanti» mi metto subito sul chi vive: vuoi vedere che qui si sta cercando di aggirare l’ostacolo? Fatta la legge, trovato l’inganno: furbizia popolare, non fede cattolica.

Pochi giorni fa è morto Brunero Gherardini, teologo e studioso della Chiesa, che non smise mai di ricordare che il servizio ecclesiale consiste prima di tutto nella custodia. Non ci sono opinioni da discutere. C’è una sola «verità salutare» (per l’anima, s’intende) da custodire e trasmettere («tradere»). Questa verità «la Chiesa e il suo Magistero, in nome e “in persona Christi”, l’han detta ieri e la ripetono oggi, e poi domani, e sempre, fedelmente, integralmente, rinnovandone ogni giorno la proposta senza mai innovarne sostanzialmente il contenuto» (da Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Lindau, pag. 39).

Questo sarebbe tradizionalismo? A me sembra fedeltà.

In Amoris laetitia ci si occupa molto delle famiglie così come sono, e sembra di capire che per la Chiesa questo sia da considerare un bel passo avanti, quasi che occuparsi delle famiglie come dovrebbero essere equivalesse a una prevaricazione. Ma Gesù ha detto «sono venuto nel mondo per esaminare la situazione» o «sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità»?

Quando faccio queste domande, oltre al solito «tradizionalista», mi piove addosso un bel «moralista», e gli amici mi guardano ancora più tristi, direi affranti. Mi spiace, non vorrei rattristare nessuno, ma come si fa a non interrogarsi?

Clive Staples Lewis raccomandava: quando ci rivolgiamo al buon Dio non confondiamo la richiesta di perdono con la richiesta di essere scusati. C’è una differenza non da poco. Perdonare significa dire: anche se hai fatto questa cosa, accetto le tue scuse, non te lo rinfaccerò e tra di noi tutto resterà come prima. Scusare invece significa dire: capisco che non hai potuto evitare questa cosa, non l’hai fatto apposta e in fondo non è colpa tua, povero caro.

Ecco, a me sembra che nel capitolo ottavo di Amoris laetitia, specie là dove si parla delle «circostanze attenuanti», l’equivoco non sia sciolto, ma alimentato.

Ovviamente posso benissimo sbagliarmi, perché i neuroni rimasti sono davvero pochi. Ma mai che incontri un amico che mi dica: guarda, ti sbagli, e ti sbagli per questo motivo, per quest’altro e per quest’altro ancora. No. Mi dicono solo che sono diventato tradizionalista, imbastiscono ragionamenti apodittici e si dimostrano molto preoccupati. Sapete cosa? Voglio argomentazioni, non sguardi preoccupati.

«Un uomo – ha scritto Chesterton in Ortodossia– ha diritto di dubitare di se stesso, non della verità», ma noi questa proposizione l’abbiamo rovesciata. «Oggigiorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui dovrebbe non credere, se stesso, e dubita esattamente in quella parte in cui dovrebbe dubitare: la ragione divina».

Sante parole. E niente sguardi preoccupati, per favore.

(fonte: aldomariavalli.it)

9 pensieri riguardo “Amoris laetitia, le etichette e la verità

  1. Esistono squadroni di inguaribili depensanti che affrontano ogni problema (fossero pure gravissimi) come affrontano di pancia quelli fondamentali legati al derby calcistico.
    Mi pare che non meritino lo sciupìo di preoccupazioni e parole da parte di chi pensa, magari ad alto livello di pensiero.

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  2. Ma si ma sì siamo tutti “tradizionalisti” se uno appena fa un colpo di tosse, pensa te, e se incomincia a ragionarci sopra, e di qualsiasi “ordinario” vivere civile, no che non va ché si disturba i “consigli” per gli acquisti. E così si rompono legami, famiglie, cliente e senza dire che (ci) rompono…
    “Se fanno questo al legno verde cosa accadrà del secco (tradilzionalista?)”.

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  3. Un giorno in Università chiesero al beato Giorgio Frassati: “Sei un bigotto?”, così come venivano scherniti i cattolici dai massonico-liberali, dai social-comunisti e dai fascisti. La sua risposta fu netta: “No. Sono rimasto cristiano”.
    Ecco rispondiamo cosi’ anche noi.

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  4. https://anticattocomunismo.wordpress.com/2017/09/26/amoris-laetitia-le-etichette-e-la-verita/

    Quando siamo al telefono e ci capita di non capire cosa dice l’interlocutore, adduciamo il problema ad errori di TRASMISSIONE.
    Pensiamo anche agli “errori di trasmissione”, di quando da piccoli giocavamo al “telefono senza fili”, mentre ci comunicavamo sottovoce una frase o una parola, e quello che non capivamo la intepretavamo. Alla fine al ricevente finale arrivava tutta un’altra cosa.
    Se ci pensiamo, è successo così anche con la Parola di Dio. E’ successo con l’antico popolo di Israele, popolo destinato ad essere la Luce nel Mondo, in quanto depositario della Legge rivelata direttamente a Mosè con i famosi 10 comandamenti attraverso le tavole, ma anche con gli altri 600 e più precetti ispirati direttamente dal Creatore, e senza poi contare gli scritti dei Profeti.
    In tutto questo insieme di scritti, che costituisce quello che noi chiamiamo “Vecchio Testamento”, già vi era inserito un concetto Meraviglioso, quello dell’arrivo del Messia.
    Il popolo e certamente le autorità sacerdotali sapevano che doveva venire un Re, che doveva porre fine al Male per sempre!
    Eppure molti, quando arrivò davvero questo Re, non lo riconobbero, a causa di quel problema di “trasmissione”. Come il gioco del “telefono senza fili”, purtroppo la Parola perse l’originale purezza e perciò i loro occhi si velarono e non riconobbero il Messia.

    Per quei tempi fu uno “shock”, modernamente si potrebbe dire che il Messia ha costituito un elemento di rottura con la “Tradizione” di quella società, causando scalpore e scandalo. Ma in realtà non fece NULLA che andasse contro la volontà del Padre, ma ha fatto vedere nella carne a tutta l’umanità come si obbedisce a Dio VERAMENTE.

    Dopo 400 anni di silenzio dall’ultimo profeta minore, sotto le dominazioni da parte di popoli stranieri, gli Israeliti erano smarriti.

    Il “Figlio dell’Uomo” non fu un “rivoluzionario”, ma anzi perfezionò la Legge attraverso di Lui!

    “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. (Mt 5:15)

    Ai giorni nostri, si fa strada qualcosa di simile apparentemente, di ciò che avvenne 2000 anni fa, ma sappiamo bene sempre attraverso la Parola di Dio: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce.” (“2Cor. 11:14”) il Bugiardo si traveste di luce, e molti rimangono sedotti, dal questo buonismo, ma non è la Verità!

    Però accusano coloro che invece rimangono fedeli accusandoli di “Integralismo” religioso.

    Si vede perciò un disegno diabolico, volto alla distruzione della fede, nei credenti.

    Confidiamo in Colui che ci ha liberato, è tempo di confidare veramente nella Sua Parola che Salva davvero!

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  5. “c’è un’allarmante tendenza a giustificare il peccato e a lasciar intendere che il comportamento moralmente sbagliato può essere addirittura quello che Dio richiede in date circostanze.” E poi “Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato ma chi avrà parlato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questa vita né in quella futura”.
    Mt. 12,30

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    1. Catechismo. E con un Dio che (da me ascoltato in presa diretta) da un talare ben disposto al maneggio, certo non di cavalli, che da l’altare maggiore asseriva che non è “onnipotente”? Eh la vedo grigia tanto qui che soprattutto lì. Sic stantibus rebus.

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