La questione del Vaticano II è tutta qui: si può aggiornare il sacro deposito?

Cari cattolici progressisti abbiate un po’ di rispetto se non per la vera dottrina che siete ben decisi a sovvertire almeno per l’altrui intelligenza.

di Francesco Lamendola (26-08-2017)

Perché venne convocato il Concilio Vaticano II? Come nacque l’idea di indirlo, in un papa anziano, quasi ottantenne, e appena eletto, come Giovanni XXIII: in un papa, cioè, che sapeva benissimo di essere stato eletto come soluzione temporanea, in vista di un pontificato breve, di transizione, e di non avere alcuna probabilità di condurre a termine un concilio, né, forse, stanti i tempi necessari per la preparazione, nemmeno di vederlo adunato e avviato nelle sue prime sessioni?  Ma, soprattutto: che cosa si proponeva di fare, esattamente, convocandolo, dato che sapeva benissimo come anche il suo predecessore, Pio XII, ne avesse avuto l’idea, ma poi vi avesse rinunciato, non tanto per ragioni di età o di fatica personale, quanto per i dubbi circa i possibili esiti, alla luce del fatto, abbastanza palese, che una scomposta febbre di novità percorreva le file del clero e si era diffusa anche tra i vescovi e dei cardinali, alcuni dei quali erano stati infiltrati dalla massoneria e inquinati dalle idee del modernismo?

Circa le ragioni che lo avevano convinto dell’opportunità di convocare un concilio ecumenico, il papa fu estremamente evasivo e, a dire la verità, non troppo convincente: disse che l’idea gli era venuta “quasi all’improvviso” e che, avendola comunicata, “con semplicità”, ai cardinali del sacro Collegio, nella ricorrenza della conversione di san Paolo, il 25 gennaio, essi ne furono subito commossi, “come se brillasse un raggio di luce soprannaturale”. E lì, invece di spiegare un po’ meglio la genesi dell’idea, si abbandonò alla poesia lirica: disse che quel raggio si era riflesso sul volto e nello sguardo di tutti, paragonando implicitamente la sua iniziativa ad una specie di seconda Pentecoste; dopo di che, non si sa se per un eccesso di orgoglio o per una incomprensibile ingenuità, aggiunse che il mondo intero si era messo ad attendere impazientemente il grande evento, ammettendo, così, sia pure in via indiretta, che il Concilio,  prima ancora di riunirsi, era già sotto i riflettori e, quindi, sotto la pressione fortissima dei mass media del mondo intero. Il che fa pensare che, nella sua mente, l’opera dello Spirito Santo e quella dei poteri forti che controllano i mezzi d’informazione mondiali, a cominciare dalla stampa e dalla televisione, si erano “incontrate” per spingere la Chiesa verso il sospirato rinnovamento. Naturalmente, Giovanni XXIII non disse nulla del genere: ma era tutto presente nelle sue parole, se i concetti da lui espressi devono essere presi sul serio e non come un esercizio di oratoria. Quale pontefice, prima di lui, si sarebbe mai sognato di considerare come un fattore positivo l’aspettazione del mondo, rispetto a un evento schiettamente e puramente religioso, come la riunione di un concilio ecumenico? Quale papa non avrebbe intuito la gravità della minaccia rappresentata da una attenzione spasmodica, e certamente non neutrale, da parte della società profana, nei confronti del concilio? Ma per lui, questo non era un problema; al contrario, come vedremo, egli era convinto che il momento per indire un concilio fosse quanto mai favorevole, e ciò proprio dal punto di vista della società profana, perché, secondo lui, «l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose» (4, 4). Strano ragionamento, in tutti i casi: da un punto di vista cattolico, ogni momento è buono per indire un concilio, se nella Chiesa, e quindi anche nell’assemblea dei padri conciliari, è vivo e operante lo Spirito Santo; se non lo è, nessun potere di questo mondo, nessuna circostanza favorevole della società profana, potrebbero mai rimediare a un tale peccato d’origine, e sostituire la presenza stessa di Dio.

Disse testualmente papa Giovanni nel suo discorso d’apertura del Concilio: «Nell’indire questa grandiosa assemblea, il più recente e umile Successore del Principe degli Apostoli, che vi parla, si è proposto di riaffermare ancora una volta il Magistero Ecclesiastico, che non viene mai meno e perdura sino alla fine dei tempi; Magistero che con questo Concilio si presenta in modo straordinario a tutti gli uomini che sono nel mondo, tenendo conto delle deviazioni, delle esigenze, delle opportunità dell’età contemporanea (2, 2). Quanto all’origine e alla causa del grande avvenimento per il quale Ci è piaciuto adunarvi, è sufficiente riportare ancora una volta la testimonianza, certamente umile, ma che Noi possiamo attestare come sperimentata: la prima volta abbiamo concepito questo Concilio nella mente quasi all’improvviso, e in seguito l’abbiamo comunicato con parole semplici davanti al Sacro Collegio dei Padri Cardinali in quel fausto 25 gennaio 1959, festa della Conversione di San Paolo, nella sua Patriarcale Basilica sulla via Ostiense. Gli animi degli astanti furono subito repentinamente commossi, come se brillasse un raggio di luce soprannaturale, e tutti lo trasparirono soavemente sul volto e negli occhi. Nello stesso tempo si accese in tutto il mondo un enorme interesse, e tutti gli uomini cominciarono ad attendere con impazienza la celebrazione del Concilio (3, 1). Illuminata dalla luce di questo Concilio, la Chiesa si accrescerà, come speriamo, di ricchezze spirituali e, attingendovi il vigore di nuove energie, guarderà con sicurezza ai tempi futuri. Infatti, introducendo opportuni emendamenti ed avviando saggiamente un impegno di reciproco aiuto, la Chiesa otterrà che gli uomini, le famiglie, le nazioni rivolgano davvero le menti alle realtà soprannaturali (3, 4). C’è inoltre un’altra cosa, Venerabili Fratelli, che è utile proporre alla vostra considerazione sull’argomento. Ad aumentare la santa letizia che in quest’ora solenne pervade i nostri animi, Ci sia cioè permesso osservare davanti a questa grandiosa assemblea che l’apertura di questo Concilio Ecumenico cade proprio in circostanze favorevoli di tempo (4, 1). Spesso infatti avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa (4, 2). A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo (4, 3). Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa (4, 4). Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace (5, 1). Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti (6, 4). Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale (6, 5)».

C’è qualcosa che non funziona, qualcosa di non cattolico, nel ragionamento secondo il quale il momento storico sarebbe favorevole all’indizione del Concilio e che, quindi, bisogna approfittarne, così come si deve approfittare di un autobus che sta passando, perché potrebbe essere l’ultima corsa utile a disposizione; e ciò su due differenti piani. Sul piano contingente, il giudizio di papa Giovanni, compresa la valutazione sprezzante a proposito dei cosiddetti “profeti di sventura”, si è rivelato completamente sbagliato: non solo il momento non era favorevole, e c’erano gli indizi per vederlo e per capirlo, ma si è rivelato, semmai, estremamente negativo e sfavorevole. Di lì a pochissimo, Paolo VI, che ebbe il compito di portare i lavori del Concilio a conclusione, osservò che ci si aspettava la primavera, invece era  arrivato l’inverno. I seminari si sono svuotati proprio negli anni del Concilio; e, quel che è peggio, in quegli anni vi sono entrate le idee eterodosse del neomodernismo, sviando quelli ch’erano rimasti e che poi, ordinati sacerdoti, hanno diffuso l’errore fra i loro parrocchiani. Alcuni di essi hanno fatto carriera, sono diventati vescovi e cardinali: e così il modernismo è arrivato nelle alte gerarchie e ha potuto esercitare la sua pressione anche dall’alto, oltre che dal basso, sospingendo la Chiesa verso la disastrosa situazione attuale. Eppure, ripetiamo, c’erano tutti gli indizi per presagire una simile deriva: Pio XII li aveva visti e per tale ragione non aveva voluto convocare il Concilio; Giovanni XXIII ritenne di vederli, e sbagliò clamorosamente. Sbagliò anche nel valutare le possibili convergenze con l’ideologia marxista, e sbagliò, più di lui, Paolo VI, il che ebbe un pessimo effetto in due sensi: nei Paesi occidentali, aprendo la porta al dilagare di un punto di vista non cattolico fra i cattolici, sotto le vesti, apparentemente accettabili, di uno sforzo per l’eguaglianza e la giustizia sociale; nei Paesi a regime comunista, sacrificando e abbandonando al loro destino i cattolici colà perseguitati, in nome del “dialogo” con l’Unione Sovietica, e trattando i vari Mindszenty e i vari Stepinac come dei benintenzionati guastafeste, che rovinavano il “proficuo” dialogo con quei governi. Per capire l’assoluta incompatibilità fra comunismo e cattolicesimo, e per porre un altolà alla deriva ideologica della teologia verso le posizioni di sinistra, vedi la cosiddetta teologia della liberazione, ci vorrà un papa polacco, come Giovani Paolo II, il quale, venendo da un Paese dove il comunismo non era una bella utopia, ma una tragica realtà, sapeva come stessero le cose per davvero. Intanto, però, andarono perduti circa due decenni, durante i quali molti cattolici si traviarono – vedi don Giulio Girardi e i suoi “cristiani per il socialismo”, o, più recentemente, i vari don Andrea Gallo sparsi per il mondo cattolico, non solo in Italia – e molti preti “di strada” incubarono l’infezione marxista, più o meno senza rendersene conto, per poi trasmetterla, a cascata, sui giovani coi quali erano a contatto, sia consacrati che laici.

Ma la penetrazione dell’ideologia marxista nel cattolicesimo fu solo un aspetto della penetrazione delle idee e degli stili di vita del mondo moderno nel cattolicesimo. Un altro aspetto, specularmente opposto, fu quello del consumismo, dell’edonismo, dell’egoismo di matrice liberale, e del crescente disordine sessuale che l’imitazione della american way of life comportava. Anche da questa parte vennero portate ferite tremende alla concezione cattolica della vita e ai comportamenti pratici di milioni di cattolici: la crisi della famiglia ha inizio da lì; e tutto quel che è accaduto dopo, dall’introduzione del divorzio, e poi dell’aborto, nella legislazione dei Paesi cattolici, fino all’approvazione delle unioni di fatto e delle unioni omosessuali, con relativo diritto di adozione dei bambini, di fecondazione eterologa e di utero in affitto, parte da lì. Tutto questo era prevedibile, perché era visibile: Giovanni XXIII è stato eletto nel 1958, ossia al culmine del “miracolo economico”; e gli anni del boom sono stati appunto quelli nei quali la morale cattolica ha incominciato a sgretolarsi, e la mentalità cattolica a divenire subalterna rispetto alla mentalità profana. Cattolici, ma per la libertà sessuale; cattolici, ma per il divorzio; cattolici, ma favorevoli all’aborto; cattolici, ma liberi di pensarla a modo loro, praticamente su tutto, anche per ciò che riguarda la sfera morale e persino quella teologica; cattoliche, ma rigorosamente femministe, e persino suore, ma femministe, e magari lesbiche dichiarate (sono stati centinaia e centinaia i casi del genere, fin d’allora, specie negli Stati Uniti d’America): tutte queste aberrazioni, queste follie, queste forme di anarchismo e di vero e proprio sdoppiamento schizofrenico, hanno incominciato a diffondersi a partire dagli anni del boom: dapprima nella vita pratica delle persone, e poi, poco dopo, anche a livello teorico, per iniziativa di pretesi intellettuali, alcuni dei quali erano sacerdoti, vescovi e sedicenti teologi cattolici. Com’era possibile giudicare proprio quegli anni come un periodo particolarmente favorevole per convocare un Concilio ecumenico, il quale non discutesse di questioni dottrinali o disciplinari, ma che pretendesse di rivedere, da cima a fondo, i modi e i tempi dell’annuncio evangelico, nonché di “approfondire” il sacro deposito della fede? Il papa si prendeva il lusso di fare dell’ironia sui profeti di sventura(ma il compito dei profeti è quello di annunciare i lieti eventi? e da quando?); ma sarebbe sin troppo facile, oggi, mostrare quanto fosse incoerente e quasi incomprensibilmente arrischiata la sua posizione, che, per una “ispirazione improvvisa” e con una leggerezza inaudita, metteva in gioco i destini stessi della Chiesa.

Ma il giudizio di Giovanni XXIII è stato sbagliato anche su un altro piano, quello teologico. Che cosa significa, per un credente, affermare che la Provvidenza divina sa volgere in bene anche le situazioni storiche sfavorevoli alla vita della Chiesa? Si tratta di una ovvietà; e il fatto di citarla, in quel contesto, a sostegno della propria opinione, equivale a una contraddizione concettuale, oltre che ad una excusatio non petita. Se il momento storico (gli anni di svolta dai ’50 ai ’60 del Novecento) erano favorevoli alla convocazione di un concilio, che senso aveva ricordare quella ovvia verità? E se la Provvidenza sa volgere in bene anche le circostanze negative, il che è verissimo, a che scopo affrettarsi per salire sull’ultimo autobus? Qui siamo in presenza di una vera e propria inversione teologica: nel ragionamento di Giovanni XXIII, non è la Chiesa che deve imporsi al mondo con la sua verità, ma è il mondo che deve essere accolto e accettato, perché la verità vi si possa diffondere. Evidentemente, egli non è stato neppure sfiorato dal dubbio che, una volta fatto proprio il linguaggio del mondo, il cattolicesimo sarebbe stato trascinato lontano dai suoi presupposti, lontano da se stesso, dalla sua morale, dalla sua dottrina, perché sarebbe stato trascinato lontano dal Vangelo di Gesù Cristo. Eppure, il dubbio avrebbe dovuto averlo: nei duemila anni della sua storia, la Chiesa è sempre stata estremamente prudente, e giustamente prudente, circa le “novità” del mondo e la possibilità, per lei, di annunciare il Vangelo alla maniera del mondo, tanto più che il mondo, ad ogni nuovo secolo, ha avuto la pretesa di essere sempre “nuovo” e “moderno”, proprio perché la storia, per esso, è fatta dagli uomini; mentre la Chiesa, sapendo che la storia è fatta da Dio, non è mai caduta nella trappola dei vari modernismi (fino al Vaticano II, appunto!) ed è sempre rimasta ferma al principio che il Vangelo non appartiene al tempo, e che la Verità di Gesù Cristo è una verità sovra-temporale, in quanto assoluta ed eterna. Pertanto, la Chiesa ha sempre annunciato il Vangelo alla sua maniera, perché così doveva fare: è il mondo che deve convertirsi, non la Chiesa. La Chiesa ha sempre avuto la sua fierezza di fronte al mondo, perché è sempre stata consapevole di rappresentare una alternativa al mondo, e ha sempre saputo che il Vangelo non è una conferma della mentalità del mondo, ma la sua esatta antitesi: amare Cristo vuol, dire dispiacere al mondo, e viceversa. Con Giovanni XXIII; questa consapevolezza, due volte millenaria, si dissolve come nebbia al sole: la Chiesa scopre quanto è bello essere “generosa” con il mondo, cioè, in pratica, alzare bandiera bianca e arrendersi alla mentalità del mondo; naturalmente, senza dirlo e senza presentare le cose a questo modo. Di fatto, però, è stato esattamente cosi: a partire da quel momento, cioè dal Concilio, i cattolici hanno smesso di chiedersi se una certa cosa, anche nella sfera della loro vita personale, piace o non piace a Dio; hanno cominciato a chiedersi se essa piace o non piace al mondo; e, se piace al mondo, hanno incominciato a sentirsi autorizzati a farla. Questa è la verità e questo è ciò che è accaduto. Al massimo, qualcuno potrebbe sostenere che tali non erano le intenzioni di Giovanni XXIII,  ma è stato il risultato di una deriva imprevista e imprevedibile, di una serie di forzature e di abusi operati da una parte dei cattolici, clero compreso, rispetto ai documenti e alle acquisizioni del Concilio.

Anche noi, un tempo, siamo stati inclini a questa benevola interpretazione. Pure, riflettendoci a lungo, dobbiamo ora ammettere che non è credibile e non è sostenibile, sia da un punto di vista storico, sia da un punto di vista teologico. Un papa ottantenne non può convocare un concilio ecumenico, ammettendo nello stesso tempo, candidamente, che il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica», e che per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. E allora, di grazia, perché indire il Concilio? Perché, dice Giovanni XXIII, è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Ecco dunque la chiave di volta di tutto l’edificio che si vuol costruire: approfondire la dottrina ed esporla nella maniera che si addice al mondo moderno. Si tratta di due grossi spropositi teologici, o peggio, che tradiscono una mentalità progressista, vale a dire inquinata dal modernismo. Che vuol dire approfondire la dottrina? Dietro questa paroletta così carina, così simpatica, “approfondire”, c’è l’intenzione di cambiarla: perché approfondire vuol dire scorgere quel che prima non era visibile, e quindi, inevitabilmente, trovarsi fra le mani una cosa nuova e diversa da quella che c’era prima. Ma ciò equivale a intaccare la sostanza. Forse che san Paolo, o sant’Agostino, o san Tommaso d’Aquino, non avevano visto ciò che i teologi del Concilio hanno “approfondito”? La dottrina è sempre la stessa, sì o no? E che vuol dire “esporre la dottrina secondo quanto è richiesto dai nostri tempi”? Forse che i nostri tempi richiedono una dottrina diversa, una morale diversa, un Vangelo diverso? Se no, perché farlo? Se sì, quello sarebbe ancora il cattolicesimo, il deposito della fede quale la Chiesa lo ha saputo custodire e tramandare, con fedeltà e amore, per duemila anni? Giovanni XXIII insiste sul fatto che il Magistero non cambia, che il deposito della fede è sempre quello: altra excusatio non petita. Di fatto, egli si accinge a cambiare sia il Magistero, sia il deposito della fede. Ne è consapevole? Secondo noi, è impossibile che non lo sia. È lui il regista della grande operazione chiamata Concilio; ed è per questo che, oggi, viene quasi universalmente lodato, dentro e fuori la Chiesa cattolica. E già questo dovrebbe insospettire. Non è possibile che un cattolico, che sia veramente tale, cioè fedele al Vangelo, venga lodato troppo dal mondo. Al contrario, egli viene criticato, disprezzato, calunniato: la sua sola presenza è d’ingombro al mondo, perché gli rimprovera tacitamente i suoi errori, le sue colpe, i suoi vizi. Ma il mondo non vuol chiamare vizio, il vizio: lo vuol chiamare “diritto”, che viene legittimamente esercitato; e pretende che ad essere posto sotto accusa sia colui che denuncia il vizio, colui che – come Giovanni il Battista – dice a chiare note: Non ti è lecito fare questo (nel caso specifico, vivere con la moglie di tuo fratello). Ora, il mondo moderno e la Chiesa post-conciliare non la smettono di cantare le lodo di papa Giovanni, proprio per aver convocato il Concilio; mentre sono evidenti il loro disagio, il loro imbarazzo, il loro fastidio (sì, anche e specialmente dei cattolici) quando devono esprimersi sul pontificato di Pio X, colui che ha denunciato e condannato fermamente il modernismo. Si prenda in mano una qualsiasi pubblicazione, anche di parte cattolica, per credere: nove volte su dieci, il giudizio sarà esattamente questo: evviva papa Giovanni e il Concilio; ampie riserve, invece, per non dire altro, su Pio X e la sua condanna del modernismo. Un po’ strano, non è vero?

Ma cari cattolici progressisti e neomodernisti, abbiate un po’ di rispetto, se non per la vera dottrina cattolica, che siete ben decisi a sovvertire dalle fondamenta, almeno per l’altrui intelligenza: davvero pensate di poter spacciare lucciole per lanterne, senza che nessuno vi chieda di mostrare il vostro gioco, e di mettere le carte sulla tavola? Ccà niscuno è fisso, carissimi. Se volete trasformare il cattolicesimo in una cosa diversa da ciò che esso è, è sempre stato e deve continuare ad essere, bisogna proprio che vi sporchiate le mani, che veniate allo scoperto e che dichiariate a voce alta le vostre vere intenzioni, assumendovene tutta la responsabilità: davanti agli uomini e, quel più conta, davanti a Dio. Se, per caso, ci credete ancora…

(fonte: accademianuovaitalia.it)

3 pensieri riguardo “La questione del Vaticano II è tutta qui: si può aggiornare il sacro deposito?

  1. Sono tendenzialmente tradizionalista ma questo articolo è un po’ esagerato. In particolare, negare che possa esistere un “sano” approfondimento della dottrina significa buttare via il bambino con l’acqua sporca (es. che fine fa lo sviluppo dei dogmi?!?) e in definitiva significa misconoscere la Tradizione, che come diceva Tolkien è un albero vivo, non una statua morta.

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  2. “La tradizione è un albero vivo, non una statua morta”, sono d’accordissimo con te.
    Il vero problema è che la dottrina va sviluppata cattolicamente, attraverso un pensiero logico ed il principio di non contraddizione, paradossalmente, infatti, proprio dopo l’intronizzazione illuminista della dea Ragione, si è completamente abbandonata la razionalità, fino ad arrivare all’oggi imperante “mi emoziono quindi sono”.
    Due grandi forze irrazionali agiscono oggi in guerra aperta contro Cristo:
    L’Umanesimo Ateo, entrato ufficialmente, a partire dal Concilio, anche nella Chiesa,
    L’Islam.
    Entrambe non usano la ratio, ma sono movimenti ideologici violenti e prevaricatori che si espandono mediante sopraffazione, persecuzione e spada.
    Determinante è stato anche il passaggio sessantottino da una civiltà dei doveri a quelladei diritti (un tempo essere fedeli alle promesse matrimoniale era un dovere, poi divorziare è diventato un diritto), indirizzo che oggi anche nella Chiesa è diventato predominante, principio anch’esso irrazionale che rende i Comandamenti di Dio simili alla Curia dell’era Bergoglio, elementi inutili e inutilizzati della Chiesa.

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  3. Tu chiamavi libertà questo potere che hai di demolire il tuo tempio,
    di scompigliare le parole del poema della vita.
    Libertà di fare il deserto.

    E ora dove ti trovi?
    Chiami libertà il diritto di vagare nel vuoto?

    (Antoine de Saint-Exupéry)

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