La “neo Chiesa” delle periferie

La totale inconsistenza teologica della neochiesa del gesuita Bergoglio: ma che cos’è questa “Chiesa delle periferie”? forse esiste una “Chiesa del centro”? Come nel caso dei “Preti di strada” la neolingua tradisce la neochiesa.

di Francesco Lamendola (17-09-2017)

Francesco, il papa delle periferie: è lo slogan più amato, o uno dei più amati, dai fan di questo papa. È già abbastanza triste che un papa abbia dei fan, come una qualsiasi popstar; che i cattolici abbiano voglia di essere fan del papa, piuttosto che cercar di essere dei veri seguaci di Gesù Cristo; che la figura del papa venga oltremodo spettacolarizzata, mentre della dimensione trascendente delle fede non si parla quasi più. Ma non basta: bisognava anche inventarsi la retorica sulla Chiesa delle periferie. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda dei preti di strada: la neolingua tradisce la neochiesa. L’espressione preti di strada non è solamente brutta, è quasi blasfema. Le uniche persone “di strada” conosciute dalla nostra lingua sono le donne di strada, cioè le prostitute. Ora, i preti e anche i vescovi che amano essere appellati “di strada” sottintendono questo accostamento: si gloriano di essere mentalmente associati alle prostitute. Oh, ma per “andare verso di loro”, si capisce: mica per fare il loro mestiere. E sia. Ma “andare verso di loro”, per fare cosa? Certo: anche Gesù s’intratteneva con i peccatori, i pubblicani e le prostitute: verissimo. Non risulta, dal Vangelo, che “andare verso di loro” fosse il cuore della sua azione; tuttavia, ammettiamolo: è chiaro che lo faceva al solo ed unico scopo di convertirle. Basta leggere l’episodio della donna adultera, che gli scribi volevano far lapidare: Gesù riesce a sottrarla alle loro grinfie con la celebre frase: Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra; ma poi, alla donna miracolosamente salvata, non dice: Vai, e continua a tradire tuo marito; bensì le dice: Vai, e d’ora in poi non peccare più. Non è altrettanto chiaro se i preti di strada vadano verso le periferie con la medesima intenzione. E non è chiaro se la Chiesa delle periferie sottintende questo concetto: la conversione. Le periferie, nel vocabolario di papa Bergoglio, sono i luoghi lontani, emarginati, dimenticati, in cui vive la gente più abbandonata e derelitta. È già brutto che si parli di una Chiesa delle periferie come per contrapporla a una Chiesa del centro: il concetto sotteso a questa implicita contrapposizione è un concetto marxista, la lotta di classe, e, almeno idealmente, la guerra civile: quella dei poveri contro i ricchi. Non ci si spaventi per le parole e badiamo al sodo: l’incitamento affinché la Chiesa sia la Chiesa dei poveri è l’equivalente ideologico dell’incitamento del proletariato alla guerra civile contro la borghesia. Ma la Chiesa è la Chiesa, punto e basta. Non c’è una Chiesa del centro e una Chiesa delle periferie: c’è la Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo, una, santa, cattolica e apostolica; e nient’altro. Sottolineare la parte contro il tutto non è cattolico, non è in linea con il Magistero due volte millenario della Chiesa stessa. Mai il Magistero ha parlato in questi termini; mai i dottori della  Chiesa hanno adoperato questo linguaggio; e non l’hanno mai usato neppure gli Apostoli. Si rileggano le lettere di san Paolo: non si troverà nessuna espressione equivalente a quella di “Chiesa delle periferie”. Eppure, papa Francesco l’adopera spesso e volentieri; i suoi fan, ancora di più, sottolineando che lui ne è la vera espressione, che lui è il Papa che viene dalle periferie. Benissimo, Ma che significa? Cerchiamo di capirlo dalle parole stesse di questi cattolici “di strada”.

Per esempio Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, scriveva su Famiglia Cristiana del 15/12/2016: «Il tema delle periferie è stato centrale nel Conclave del 2013, da cui è stato eletto papa Francesco. Ne sono stato felice, perché – da anni – credo che il cristianesimo debba misurarsi in modo rinnovato con la città e con l’”homo urbanus”: quindi con il mondo periferico che cresce ai margini della città che conta. Questa  la grande domanda che il Novecento lascia alla Chiesa del secolo XXI. Nel 1943, due preti parigini, Henri Godin e Yves Daniel, portarono un testo provocatorio, ”La France, pays de mission?”, all’arcivescovo di Parigi, il cardinale Suhard. Questo così annotò: “L’insieme delle nostre popolazioni non pensa più in modo cristiano. C’è fra esse e le comunità cristiane un abisso. Bisogna uscire da casa nostra, andare in mezzo a loro”. A leggere queste righe, si resta colpiti dalle analogie con Begoglio: “uscire” è la parola chiave nell’”Evangelii gaudium”. Il mondo delle periferie chiama la Chiesa a uscire».

Questo è veramente un concentrato della neolingua catto-progressista, della retorica demagogica, della totale inconsistenza teologica della neochiesa di Bergoglio; neochiesa che nasce, però, molto prima del Conclave del 2013, perché i suoi esordi “ufficiali” risalgono al Concilio Vaticano II, o anche prima: al pontificato di Giovanni XXIII, il “papa buono” (ineffabili progressisti, quasi disarmanti nel “candore” della loro presunzione buonista e autoreferenziale: si vede che prima c’erano stati diversi papi cattivi).

Prendiamo il concetto secondo cui il cristianesimo deve misurarsi in modo rinnovato con la città e con l’”homo urbanus”, perché, come spiega più avanti l’autore, ormai la maggioranza della popolazione vive in città, e così anche i cattolici. È come dire che la Chiesa della città “che conta” (per usare la sua espressione), cioè del “centro”, si era distratta, rivolgendo tutte le sue attenzioni alle campagne, mentre avrebbe dovuto accorgersi che era in atto l’urbanizzazione del pianeta. Fin qui,  tutto chiaro, anche se si tratta di pura sociologia e non di pastorale: perché non dovrebbe essere così importante se i cattolici vivono in paese o in città, in centro o in periferia; la cosa importante dovrebbe essere trasmettere loro intatto, da parte della Chiesa, il Deposito delle fede. Se, invece, si vuol suggerire che il Vangelo va predicato, nelle città e nelle periferie, in maniera diversa che nelle campagne o nel centro delle città, allora s’incorre in un errore non soltanto pastorale, ma anche teologico, assai grave: lo stesso, mutatis mutandis, nel quale incorsero i gesuiti (sempre loro!) al tempo della questione dei riti cinesi e dei riti malabarici (cioè indiani): nella pretesa di predicare un “altro” Vangelo a seconda delle popolazioni e delle condizioni culturali dei diversi luoghi. Il Vangelo, invece, è sempre lo stesso e non cambia; possono cambiare alcune forme esteriori, alcuni aspetti marginali della liturgia o della pastorale, non certo la dottrina, non i concetti teologici, i quali sono quelli e non cambiano. Lo sanno bene i missionari che umilmente, silenziosamente, da secoli hanno portato e continuano a portare il Vangelo nei luoghi più sperduti, presso i popoli più lontani, perfino fra le tribù di cannibali della Nuova Guinea: e mai uno solo di loro ebbe la pretesa di cambiare la dottrina, d’insegnare un Vangelo sulla misura dei cannibali; nossignori, tutti – tranne i gesuiti, in certi momento storici; o meglio, alcuni gesuiti – hanno insegnato sempre e solo l’unico Vangelo di Gesù Cristo, così come la Chiesa lo ha ricevuto dal divino Maestro e dagli Apostoli, e lo ha trasmesso, di generazione in generazione, attraverso l’opera del sacro Magistero, sulle due basi incrollabili della Scrittura e della Tradizione. Poi, in anni a  noi vicini, è arrivata la teologia della liberazione in America latinae la teologia della negritudine in Africa nera; e il discorso dell’adattamento del Vangelo alle condizioni locali è stato ripreso, non solo, è stato impostato in un’ottica di forte rivendicazione sociale e sindacale, identificando la Chiesa delle periferie con la Chiesa dei poveri, e contrapponendola, implicitamente o anche esplicitamente, alla Chiesa dei ricchi, alla Chiesa “ricca”. Mentalità neomarxista e da guerra civile, appunto.

Andrea Riccardi dice che la Chiesa deve “misurarsi” con le periferie urbane, è la grande domanda che il Novecento lascia alla Chiesa del secolo XXI. Lasciamo perdere che il Novecento non lascia proprio nulla, non fa domande e non attende risposte: il Novecento è un secolo della storia umana, e i secoli non vivono di vita propria, ma delle vita degli uomini; se poi egli intendeva dire che gli uomini del Novecento lasciano la grande domanda, eccetera, allora avrebbe dovuto precisare “quali” uomini. È troppo comodo far passare i propri desideri per le “necessità” della Storia, magari con la “s” maiuscola: questo non è cristianesimo, ma storicismo, o hegelismo, o idealismo, o attualismo. Per il cristiano, la storia non è altro che lo scenario dell’azione salvifica di Dio in mezzo agli uomini; non ha alcun senso, per il cristiano, se considerata in maniera immanente, umanistica. La storia degli uomini non dice niente, non domanda niente, vive di auto-glorificazione, vorrebbe mettere l’uomo sul trono al posto di Dio, incoronarlo signore e padrone dell’universo; lo ha sempre fatto, dalla Torre di Babele al Terzo Reich, e continuerà a farlo, testardamente, nonostante i diluvi, le ammonizioni, le piogge di fuoco su Sodoma e Gomorra (checché ne dica monsignor Galantino, che nega tale episodio), nonostante i profeti e le profezie che annunciano la sventura agli empi (con buona pace del “papa buono”, il quale non li poteva soffrire). Ma veniamo al cuore del discorso: al cardinale Shuard, capofila del clero progressista e neomodernista, e ai suoi celebri preti operai della periferia parigina. Il concetto da lui espresso è pienamente condiviso da tutte le comunità di Sant’Egidio di questo mondo, il cui programma implicito è trascinare la Chiesa sulle posizioni di sinistra, immanentiste e rivendicazioniste, alle quali è effettivamente giunta sotto questo pontificato, con un Papa che parla di politica più che di cose celesti e che si permette di entrare a gamba tesa nella politica degli Stati (dagli USA, con la campagna presidenziale del 2016, all’Italia, sulla legge dello ius soli), ma si “dimentica” di parlare di Dio, della vita eterna, della grazia e del peccato, del paradiso e dell’inferno, perché vorrebbe che il Regno di Dio fosse di questo mondo, capovolgendo le parole di Gesù Cristo a Pilato: il mio Regno non è di questo mondo. I progressisti e i modernisti, infatti, dicono di voler “cambiare” la Chiesa – il che è già un’eresia e un atto di arroganza, perché la Chiesa è una e indivisibile, e non è di proprietà di alcuno; non è come un appartamento che il proprietario di turno può ristrutturare a suo piacere, abbattendo muri, aprendo nuove finestre, chiudendone altre, installando ascensori), ma il loro vero obiettivo è un altro: quello di rovesciare come un guanto la dottrina cattolica, capovolgere il Vangelo e trasformare Gesù Cristo in uno dei tanti predicatori di riforme sociali, giustizia ed eguaglianza.

Diceva il cardinale Suhard: fra le comunità cristiane e l’insieme delle nostre popolazioni c’è un abisso; bisogna superare quell’abisso, andando verso di esse. Sembrerebbe l’uovo di Colombo, una cosa perfettamente logica e naturale: se la montagna non va a Maometto, cioè alla Chiesa cattolica, bisogna che Maometto vada alla montagna. Ma è proprio una cosa tanto logica e naturale? Ed ecco il concetto dell’”andare verso”: la Chiesa deve andare verso le periferie. Dice Suhard: Bisogna uscire da casa nostra, andare in mezzo a loro; e dice Riccardi: a leggere queste righe, si resta colpiti dalle analogie con Bergoglio: “uscire” è la parola chiave nell’”Evangelii gaudium”. Il mondo delle periferie chiama la Chiesa a uscire. Parleremo un’altra volta, più diffusamente, della Evangelii gaudium; ora paliamo del concetto di “andare verso”, “andare in mezzo”, nonché di “uscire”. Dunque, la Chiesa deve andare verso le periferie, deve andare in mezzo alle popolazioni non più credenti, o post-cristiane, e deve “uscire” dal proprio fortino. Ma tutto questo è dato per acquisito, senza prendersi la briga di dimostrarlo. Noi neghiamo recisamente che la Chiesa sia mai stata arroccata in un fortino, o, comunque, in se stessa; noi neghiamo recisamente che ci fosse bisogno che andasse verso il mondo, perché lo ha sempre fatto. Solo che lo faceva in un altro modo: non con il complesso di colpa di essere stata troppo legata ai ricchi, al “centro” che conta, al potere, ma, al contrario, con il vero spirito di apostolato che tanto dispiace a papa Francesco, il quale lo ha definito una solenne sciocchezza e lo ha equiparato addirittura a una tendenza peccaminosa; e, quindi, non con la foga di chi vuol farsi perdonare, di chi vuol piacere alle masse, di chi vuol far vedere che adesso è diventato più amico dei poveri di quanto lo siano i poveri stessi.Similmente, la Chiesa non ha alcun motivo di sentirsi in colpa verso i giudei o verso gli islamici o qualunque altra religione, perciò tanti suoi esponenti potrebbero tranquillamente risparmiarsi l’atteggiamento servile, perfino un po’ disgustoso, che assumono verso di essi, come il debitore insolvente verso il creditore che ha avuto con lui fin troppa pazienza. Torniamo al punto: la Chiesa è chiamata a uscire? Certo; ma lo ha sempre fatto. Andate in tutto il mondo a battezzare e ad annunciare il Vangelo: è la raccomandazione finale di Gesù ai suoi discepoli. E deve andare incontro ai lontani, ai poveri, alle periferie? Certo: ma non per adattare il Vangelo a quelle realtà, bensì per innalzarle fino ad esso. Non c’è un vangelo delle periferie, come non c’è un vangelo del “centro”: c’è il Vangelo, e basta. E non c’è un vangelo dei preti di strada, come non c’è un vangelo delle prostitute. Le prostitute sono chiamate a convertirsi e cambiar vita: questo è il Vangelo. Invece costoro, tutti presi dalla foga di andare verso il mondo, hanno fatto propria la sua mentalità e mondanizzato il Vangelo. In un articolo di Famiglia Cristiana (15/06/2017), la giornalista Vittoria Priscindaro ha magnificato il missionario Criveller che porta in Cina il “Vangelo” di don Milani e Mazzolari: e meno male che scriveVangelo fra virgolette. Non c’è un vangelo di don Milani o di Mazzolari. Il Vangelo è uno solo, quello del Signore Gesù Cristo; come dice san Paolo (1 Cor, 1,13): Cristo è stato forse diviso?

(fonte: accademianuovaitalia.it)

3 pensieri riguardo “La “neo Chiesa” delle periferie

  1. Francesco Lamendola non si rende conto che mentre i nostri missionari annunciano il Vangelo in tutto il mondo,fin nelle terre più lontane,le Chiese occidentali tendono a svuotarsi.Questo è il concetto di Papa Francesco,che chiama periferia il luogo dove esistono cristiani che hanno perso il senso religioso della vita.Non si tratta di località ma di situazioni.Il Santo Padre vuole quindi recuperare i cristiani tiepidi,che Gesù disprezza.Vuole che il calore del Vangelo giunga a riscaldare pure questi cristiani incoerenti.Agisce come un buon padre che cerca di educare anche i figli più refrattari.Tutti i cristiani debbono essere fans del nostro Pontefice,che ha iniziato una svolta nella Chiesa che è pure madre anche dei fedeli distratti,che hanno perso il senso spirituale della vita ed hanno bisogno di cure maggiori perchè appartengono al gruppo delle pecorelle smarrite.Come Gesù lascia le pecore docili per cercare la pecorella smarrita il nostro Papa Francesco desidera che i suoi pastori si mettano in moto per recuperare i fedeli che si stanno allontanando dalla fede e gravitano verso la periferia moralmente sottosviluppata.

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    1. “Vuole che il calore del Vangelo giunga a riscaldare pure questi cristiani incoerenti.Agisce come un buon padre che cerca di educare anche i figli più refrattari.”
      E come li riscalderebbe questi cuori?, forse insegnando il Kerygma?, o forse parlando dell’escatologia, il fine ultimo dell’uomo, cioè i Novissimi, quando è stata l’ultima volta che lei ha ascoltato un’omelia sul peccato e sue conseguenze?, oppure vorrebbe scaldare i cuori con la “Messa Ecumenica” già iniziata a Torino, in cui si nega la Transustanziazione a favore della Transignificazione o Consustanziazione .oppure con la preghiera comune di Arturo Sosa con i Buddisti, oppure con la processione induista in cattedrale, siamo molto lontani dal cristianesimo.
      Noto un forte antropocentrismo al cristocentrismo, inoltre il cristiano non deve essere “Fans” ne del papa ne di nessun altro, ma seguace di nostro Signore, poiché è Gesù Cristo ” La Via, la Verità e la Vita” .

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  2. Per quanto mi riguarda è sufficiente il capitolo 8 di Amoris Laetitia, che non porta certo alla Periferia, ma all’Eresia e al crollo di tutto l’edificio morale della Chiesa.
    Il resto sono quisquilie irrilevanti a confronto, infinite interpretazioni di un pontificato palesemente ambiguo, che più ambiguo non si può.
    Dai frutti lo riconoscerai, al di là di ogni discorso, i frutti sono sotto gli occhi di tutti, e sono pessimi.

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