L’Avvenire dell’apostasia

Il quotidiano della CEI prima “svuota” l’inferno, dopo sostiene un capo scout gay.

Affitasi inferno

di Mattia Spanò (23-08-2017)

Roberto Righetto su Avvenire verga un rispettabile pezzullo sul Paradiso dilungandosi su che aspetto avremo, se ci entreranno gli amati animali o meno, cosa ci troveremo di bello. Cita soprattutto Maritain e di volata San Tommaso: il Dottore Angelico è come l’aceto balsamico, si sposa con qualunque pietanza. Tutto molto erudito e piacevole se non che verso la fine, evocando Hans Urs Von Balthasar, con sussiego pretestuoso riciccia la favola (indicibile per antonomasia) dell’inferno vuoto.

Hans Urs Von Balthasar

Pazienza se Von Balthasar non ha mai detto una pinzillacchera simile, anzi ne abbia preso le distanze in tono vigoroso. Il fatto è che nell’84 partecipò sì a Roma come relatore ad un convegno che metteva a tema la figura della mistica Adrienne Von Speyr, ma tale pensiero appartiene appunto alla Von Speyr. Di ciò tuttavia non faccio una colpa all’ottimo Righetto: è vulgata ormai che l’inferno sia vuoto perché l’ha detto Von Balthasar. Mi interessa però esaminare alcune implicazioni di questa desolazione.

La prima: se l’inferno è vuoto non è un luogo spirituale perché lo spirito non ammette vuoti – non intendo “spirituale” nel senso di “immateriale”, semmai il contrario: la materia è una sorta di ombra dello spirito – quindi non esiste se non, come maliziosamente asserisce il generale dei gesuiti Sosa Abascal, come metafora simbolica. A suffragio dobbiamo convincerci che esiste una pienezza del male, non uguale ma certamente contraria al bene. Occorre dedurre che se il diavolo è metaforico, metaforico è giocoforza il luogo in cui alberga. Un babau, il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso nella caverna dei quaranta ladroni. In conclusione dal momento che l’inferno non esiste, che sia vuoto o stipato come il passante ferroviario di Milano alle sette del mattino poco cale a chiunque, credo.

La seconda: Gesù Cristo ha provato l’ebbrezza atletica della crocifissione per niente. Sacrificio – da sacrum facere – del tutto sciocco, inutile, financo dissacrante. In un dialogo prandiale tra Gesù e Peter Griffin, l’obeso pater familias del cartone animato Family Guy, il primo descrive la sua Passione dal Venerdì Santo alla Domenica di Pasqua. Alla fine del racconto il secondo chiosa: “Cacchio, che schifo di week-end”. A questo si deve ridurre la Passione di Nostro Signore: un week-end mal riuscito. Se alla fine perfino il diavolo, l’Anticristo per eccellenza, si convertirà e ritornerà all’ovile e con lui tutti i dannati in virtù delle suppliche dei beati, il cristianesimo cattolico è una solenne presa in giro e il suo fondatore è stato ingannato dal Padre, di cui peraltro condivide la natura. A meno di non pensare, ergo presto o tardi sostenere pubblicamente, che anche il sacrificio supremo di Cristo è stato “metaforico”. E la transustanziazione, e la moltiplicazione dei pani e dei pesci – anche quella simbolica, solo che a dirlo non è Righetto ma qualcuno più su – pure. Questo è il cristianesimo, una favoletta morale degna di Esopo o La Fontaine, solo più truculenta e svampita.

La terza, in forma di riflessione intima: tutta questa misericordia, questa vanità inaudita che si spinge a presumere un Dio ridotto ad un vecchio nonno rimbecillito che brontola un po’ ma alla fine ti affibbia una pacca sulla spalla e i soldi per le caramelle, come adombra mestamente Dominique Barthélemy, suggerisce che la nostra epoca sia pervasa da un peccato mortale incommensurabile che ci porterà alla follia: la rimozione di Dio nella pretesa della salvezza. Il salvarci da soli, in sostanza, la peste peggiore che possa infettare l’animo umano. Solo dei pazzi quali siamo possono pensare di sfidare così la pazienza di Dio e la furia del Nemico. Sia che uno ci creda sia che non ci creda, perché le metafore che piacciono tanto ai nuovi credenti come agli increduli hanno questo di tipico: ti fanno a pezzi, ti ardono già in questa vita (si veda il mito della razza ariana, o quello della falce e martello: metafore lastricate di cadaveri).

Ma se questo peccato, il nostro peccato è tanto grande, non vale la pena convertirsi e confessarsi e comunicarsi e fare penitenza e pregare e tutte quelle care vecchie pratiche al macero, invece dell’ebbro farfugliare di un inferno simile ad un monolocale sfitto vista ferrovia?

(fonte: campariedemaistre.com)


Capo scout gay, la macchia in bella vista di Avvenire

di Tommaso Scandroglio (24-08-2017)

Se vi macchiate un vestito, cosa fate? Cercate di lavar via la macchia oppure la lasciate tentando addirittura di metterla ben in evidenza? Avvenire ha scelto la seconda soluzione. Il caso del capo Scout Agesci di Staranzano convolato nel giugno scorso ad unione civile con un locale consigliere comunale non è per il quotidiano della Cei un brutto affare di famiglia che dovrebbe spingere molti in casa cattolica a chiedersi “Ma dove siamo andati a finire?”, ma è un’occasione straordinaria – così si legge in un articolo di Luciano Moia del 20 agosto – per “riflettere in modo responsabile sull’efficacia di una proposta educativa a proposito di affettività e sessualità che dev’essere probabilmente riformulata e riattualizzata”.

Il lettore ben disposto interpreterà così l’invito di Avvenire: educhiamo i ragazzi affinchè comprendano che l’uomo è attratto verso la donna e viceversa e che per Dio non c’è altro orientamento sessuale se non questo. Il suddetto lettore peccherebbe di ingenuità e di conservatorismo. Infatti per Moia esiste un’alternativa al piano di Dio: una via mediana da tracciarsi tra gli attivisti gay e il Magistero che considera l’omosessualità come una condizione intrinsecamente disordinata. Una via di mezzo tra i sollazzi della carne e le asperità della legge divina, un accomodamento morale ad uso e consumo per gli spiriti indeboliti e sfiancati dal troppo sesso, una versione semplificata della morale per i violatori recidivanti del sesto comandamento.

Marco Tarquinio, direttore dell’Avvenire.

La penna del giornalista è intinta nell’inchiostro della cautela e quindi la sua proposta si declina furbamente nel periodare interrogativo: “Esiste una via mediana capace di valorizzare per esempio la categorie dell’ ‘amicizia disinteressata’ – di cui parla anche il Catechismo (n.2359) – nella consapevolezza che la sessualità può essere vissuta in modi differenti pur rimanendo espressione d’amore?”. La risposta è facile: no, non esiste una via mediana, perché sull’omosessualità non ci può essere compromesso e la sessualità non può essere vissuta “in modalità omosex” perché non sarebbe amore.

Così come non esiste una via mediana all’adulterio – che i coniugi tradiscano solo di tanto in tanto – al furto – rubiamo solo ai ricchi e in certi giorni – alla menzogna – chiudiamo un occhio sulle menzogne fatte a fin di bene. L’amicizia disinteressata indicata dal Catechismo non è quella tra due omosessuali che rimangono solo amici ma non dividono il letto. Perché il peccato morale dell’omosessualità non riguarda solo i rapporti carnali, ma anche gli affetti. Se l’omosessualità è una condizione disordinata tutto ciò che promana da essa – pensieri, atti, emozioni, desideri, etc. – è altrettanto disordinato. Negli effetti si riverberano alcuni aspetti della causa. L’amicizia disinteressata suggerita dal Catechismo è invece quella di un credente che accompagna la persona omosessuale alla conversione, cioè ad abbandonare le condotte omosessuali e a superare, nei tempi e modi opportuni, la propria omosessualità. L’aggettivo “disinteressata” esprime un significato diametralmente opposto a quello attribuito da Avvenire: un’amicizia che non deve essere di natura omosessuale.

Moia cerca giustamente “ipotesi di vita buona” e le può trovare proprio nel n. 2359 da lui citato, perché lì si trova la ricetta per vincere l’omosessualità: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”. Castità, padronanza di sé, sostegno degli altri, preghiera e grazia sacramentale. L’omosessualità è vecchia come il mondo – mica vero, come dice l’arcivescovo di Gorizia Mons. Redaelli, che “si è di fronte a questioni nuove” – e non volete che la Chiesa non abbia già trovato la medicina giusta per questo tipo di malattia dell’anima?

In realtà e più banalmente l’articolo di Avvenire si inserisce in quel piano omoeretico per sdoganare l’omosessualità che la testata sta portando avanti da tempo. Da qui la trovata: aprire un “tavolo di confronto sul tema dell’educazione alla sessualità e all’affettività” per insegnare che tu ragazzino puoi essere “disinteressatamente” omosessuale. Il caso del capo scout quindi non viene visto come una iattura, bensì come una benedizione: è il rompighiaccio per allentare la morsa a danno dei rapporti omoerotici. Staranzano sta all’omosessualità, come Seveso stava all’aborto. Un’occasione d’oro per rendere presentabile l’impresentabile.

Per riuscire in questo intento occorre però sbarazzarsi di alcune cosucce che nel cattolicesimo fanno problema. Ad esempio i divieti. Bisogna procedere in modo più sfumato e sostituire i divieti con i discernimenti, termine che sta a significare “questo è vietato dalla Chiesa ma noi troveremo il modo per farlo lo stesso”. Ed infatti Moia scrivere che è necessario “verificare la possibilità di un approccio che non si riduca più alla normatività sterile del ‘si può’, ‘non si può’”. Sterile dunque quel San Paolo che ricordava che la legge di Dio la quale vieta alcuni atti è fatta anche per i sodomiti (1 Tim. 1,9) e che vedeva il Paradiso vuoto di persone che volutamente hanno abbracciato l’omosessualità (1 Cor. 6,9-10). Per tacere di Sant’Agostino, San Gregorio Magno, San Pier Damiani, San Tommaso D’Aquino, Santa Caterina e San Bernardino da Siena che, forse peccando di mancanza di discernimento, non imboccavano vie mediane quando parlavano di omosessualità. Male poi ha fatto Dio a distruggere Sodoma e Gomorra, avrebbe invece dovuto discernere caso per caso, abitante per abitante.

Vero è, come scrive Moia, che le sensibilità odierne sono mutate rispetto ad un tempo, cioè – esplicitiamo noi – sono ancora più ottuse nel cogliere il vero e il bene. Giusto quindi tentare di sintonizzarsi sulla frequenza d’onda del nostro interlocutore – solo un troglodita attaccherebbe il discorso con una persona omosessuale minacciandola delle pene dell’inferno (anche se, mutatis mutandis, gli oncologi non si stancano di ripetere che le sigarette uccidono) – ma non per confermarlo nell’errore, ma per trarlo dall’errore.

Tornando infine al caso di Staranzano e alla decisione se mettere alla porta il capo scout omosessuale, la questione non è, come scrive il giornalista, “tanto delicata e complessa”, ma molto semplice. Voi mettereste a capo dell’Avis il Conte Dracula?

(fonte: lanuovabq.it)

Un pensiero riguardo “L’Avvenire dell’apostasia

  1. Leggendo le intemerate indignate di Tarquinio di qualche anno fa in difesa dei c.d. temi non negoziabili – regnante Benedetto XVI e quando Avvenire era ancora un giornale vero e non un foglio di partito – ti viene davvero da chiederti:
    ma Tarquinio, che dà il placet a pezzi sugli imbarazzanti temi odierni, ci prendeva per i fondelli allora – si sa che le parole per qualcuno sono gratis e pertanto se ne metton fuori quante se ne vuole senza problemi – o lo sta facendo ora???

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