Chiese dell’Est, una spina nel fianco di Papa Francesco

L’Europa orientale è una spina nel fianco del pontificato di Francesco e sono numerosi e vari gli elementi che lo provano.

di Sandro Magister (03-08-2017)

L’Europa orientale è una spina nel fianco del pontificato di Francesco e sono numerosi e vari gli elementi che lo provano.

Nel doppio sinodo sulla famiglia, i vescovi dell’Europa dell’Est sono stati tra i più risoluti difensori della tradizione, a cominciare dal relatore generale della prima sessione, il cardinale ungherese Péter Erdõ, autore tra l’altro di una clamorosa denuncia pubblica delle scorrettezze compiute dalla fazione riformista, quest’ultima palesemente appoggiata dal papa.

A sinodo concluso, di nuovo sono venute dall’Europa orientale le interpretazioni più restrittive del documento papale Amoris laetitia. In particolare i vescovi della Polonia si sono espressi coralmente per una applicazione del documento in perfetta continuità con l’insegnamento secolare della Chiesa dalle origini a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Anche i vescovi dell’Ucraina – dove i cattolici sono il 10 per cento della popolazione – sono tra i più impegnati nel contrastare le rotture rispetto alla tradizione, in materia di matrimonio, di penitenza, di eucaristia. Ma in più non hanno mancato di criticare fortemente le posizioni filorusse di papa Francesco e della Santa Sede riguardo alla guerra in atto nel loro paese, una guerra che essi vivono come un’aggressione da parte, appunto, della Russia di Vladimir Putin.

L’abbraccio tra il papa e il patriarca di Mosca Kirill all’aeroporto dell’Avana, il 12 febbraio 2016, con l’annesso documento sottoscritto da entrambi, è stato anch’esso un elemento di forte attrito tra Jorge Mario Bergoglio e la Chiesa cattolica ucraina, che si vede ingiustamente sacrificata sull’altare di questo avvicinamento tra Roma e Mosca.

La morte avvenuta lo scorso 31 maggio del cardinale Lubomyr Husar, penultimo arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina, ha richiamato l’attenzione su questa personalità di altissimo profilo, capace di riedificare spiritualmente una Chiesa uscita da decenni di persecuzione, senza alcun cedimento ai calcoli diplomatici – in asse con Mosca e il suo patriarcato – che invece durante il pontificato di Francesco sono tornati a prevalere.

Il successore di Husar, il giovane Sviatoslav Shevchuck, è ben conosciuto da Bergoglio per una sua precedente attività pastorale in Argentina. Ma è anch’egli uno dei critici più schietti delle derive dell’attuale pontificato, sia sul terreno politico che su quello dottrinale e pastorale.

E “non è stato certamente un caso”, ha scritto tre settimane fa il papa emerito Benedetto XVI in morte dell’amico cardinale Joachim Meisner, già indomito arcivescovo di Berlino durante il regime comunista, “che l’ultima visita della sua vita sia stata fatta a un confessore della fede”, un vescovo della Lituania di cui si celebrava la beatificazione, uno degli innumerevoli martiri del comunismo nell’Europa dell’Est che rischiano oggi di cadere nel dimenticatoio.

Su questo sfondo, sorge quindi naturale la domanda: qual è in questa regione d’Europa lo stato di salute del cattolicesimo, che si sa essere in serio declino in altre aree del mondo e in particolare nella contigua Europa occidentale?

A questa domanda ha risposto in forma esauriente – sia pure solo in termini sociologici – un’approfonditissima indagine del Pew Research Center di Washington, che è forse al mondo il più attendibile misuratore della presenza delle religioni sulla scena pubblica: > Religious Belief and National Belonging in Central and Eastern Europe.

L’indagine ha riguardato appunto i paesi dell’Europa orientale, quasi tutti sottoposti in passato a regimi atei comunisti. E il primo dato che colpisce è l’avvenuta rinascita in essi, quasi ovunque, di un forte e diffuso senso di appartenenza religiosa, che per gli ortodossi – nell’intera area nettamente maggioritari – coesiste con una scarsa frequenza alle liturgie domenicali, mentre per i cattolici si accompagna a una partecipazione settimanale alla messa piuttosto rilevante: in Polonia, ad esempio, vi accorrono il 45 per cento dei battezzati e in Ucraina il 43 per cento, mentre in Russia la frequenza alla liturgia domenicale per i fedeli di confessione ortodossa è solo del 6 per cento.

La Repubblica Ceca è quella che più ha risentito dell’ateismo di Stato, che, sommato a una più antica ostilità anticattolica risalente al protestantesimo “hussita” e alla successiva ricattolicizzazione imposta dagli Asburgo, ha fatto sì che oggi in questo paese ben il 72 per cento della popolazione si dichiari estraneo a qualsiasi fede religiosa. Ma anche qui, tra i cattolici che sono un quinto della popolazione, i praticanti domenicali sono comunque il 22 per cento, cioè più o meno come in Italia e parecchi di più che in Germania, Francia o Spagna, per non dire di Belgio e Olanda.

E lo stesso vale in un altro paese come la Bosnia, dove i cattolici sono pochissimi, appena l’8 per cento, ma tra loro i praticanti domenicali sono addirittura il 54 per cento.

L’indagine del Pew Research Center è tutta da leggere, per la ricchezza dei dati che fornisce. Ma qui basta rimarcare che i cattolici dell’Europa orientale si distinguono dagli ortodossi non solo per gli indici molto più alti di pratica religiosa ma anche per una opposta visione geopolitica.

Mentre tra gli ortodossi la Russia è guardata come il naturale antemurale dell’Occidente e ad essa va la simpatia di larghe maggioranze, tra i cattolici c’è riguardo alla Russia molta più freddezza, specie in Ucraina e in Polonia, dove si propende molto di più per un’alleanza con gli Stati Uniti e l’Occidente.

E un’ulteriore divaricazione si ritrova anche in campo ortodosso tra chi, come in Russia, riconosce il patriarca di Mosca come la più alta autorità gerarchica dell’ortodossia, e chi invece opta più per il patriarca di Costantinopoli che per quello di Mosca, come avviene in Ucraina, con il 46 per cento degli ortodossi per l’uno e solo il 17 per cento per l’altro.

Su matrimonio, famiglia, omosessualità e tematiche affini almeno la metà dei cattolici si attestano sulle posizioni tradizionali della Chiesa. E una larga maggioranza delle intere popolazioni – con la sola eccezione della Repubblica Ceca – si oppone al riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso.

Ma scomponendo i dati per fasce d’età è facile rilevare che tra i giovani avanza la mentalità permissiva che nell’Europa occidentale – Chiesa cattolica compresa – è già dilagante.

Una mentalità alla quale non fa certo da argine il pontificato di Francesco.

(fonte: settimocielo.it)

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