L’idea di arte di papa Francesco

Emblematico il sodalizio che papa Francesco ha stabilito l’artista argentino Alejandro Marmo, autore dell’Arte in fabbrica: sua la paternità del disegno sulla copertina del libro, come pure delle due opere che si trovano nei Giardini vaticani, benedette dallo stesso papa nel 2014.

di Cristina Siccardi (12-07-2017)

Il documentario Papa Francesco-La mia idea di Arte, prodotto dalla Imago Film (Edizioni Musei Vaticani/Draka Distribution) percorrerà, con l’autorizzazione del Vaticano, l’iter della candidatura ai premi Oscar 2018. Disegno mondanamente ambizioso per questo Pontefice che, inseguendo la cultura del non scarto, come egli stesso dichiara nell’omonimo libro, curato dalla giornalista Tiziana Lupi, da cui ha preso le mosse il documentario stesso, scarta la Tradizione della Chiesa, quella che insegna la dottrina, attraverso la catechesi dell’Arte sacra, ancella invincibile dell’autentica devozione, quella iconica e di matrice cristiana. Nel documentario, diretto dal regista Claudio Rossi Massimi e presentato il 27 giugno scorso nella Sala conferenze dei Musei Vaticani, è il Papa in persona ad accompagnare gli spettatori e a selezionare, fra i Musei Vaticani, la Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro, undici opere che egli ritiene rappresentative di un’arte misericordiosa, rivolta agli ultimi e alle periferie del mondo. Ma l’idea artistica di Francesco collide o no con l’idea della Chiesa sull’Arte? Rispondiamo con un nome: Alejandro Marmo.

Emblematico il sodalizio che il Papa ha stabilito con questo artista argentino, autore dell’Arte in fabbrica: sua la paternità del disegno sulla copertina del libro, come pure delle due opere che si trovano nei Giardini vaticani, benedette da Francesco nel 2014 (nella foto a lato). Osservandole si può immediatamente comprendere qual è l’idea che soggiace: un’Arte non sacra, tuttavia legata dissacratamente a soggetti sacri, come Gesù e la Madonna, che sono stati indegnamente rappresentati. L’arte di Alejandro Marmo e, dunque, del Pontefice (come fra l’altro si può attestare nel suo libro), è quella che si definisce «sociale», legata alla cosiddetta «cultura dello scarto»; così le produzioni di Marmo nascono dalle «periferie del mondo», attraverso l’utilizzo dei rifiuti, peraltro malamente riciclati, e proprio questi ultimi sono stati utilizzati per realizzare il Cristo Operaio e la Vergine di Luján (Patrona dell’Argentina), monumenti alti quattro metri ed esposti a far brutta mostra di sé negli incanti dei Giardini vaticani: vecchi cancelli, badili, catene arrugginite, ferraglia sparsa alla rinfusa per Nostro Signore e la sua dolcissima Madre, ovvero pezzi di scarto raccattati nelle Ville pontificie di Castel Gandolfo e qui assemblati dall’artista del Papa e da una ventina di suoi collaboratori.

Repubblica coglie perfettamente la fratellanza ideologica fra Bergoglio e Marmo: «”Cristo operaio”, è il nome dell’opera che ora si staglia in tutta la sua repellente bellezza nel cuore dei giardini vaticani. Tra prati e siepi curate, fontane antiche e sculture d’insigni artisti, dunque anche un Cristo ferroso, come un pugno nello stomaco a ricordare che la Chiesa dei poveri che fu nei sogni di Giovanni XXIII è la Chiesa che vuole Francesco. Che, non a caso, al suo artista – “sono semplicemente un figlio della sua strada”, precisa Marmo – ha commissionato un’opera che ne rispecchiasse la Weltanschauung. Come Bramante, Raffaello, Michelangelo e Bernini creavano assecondando le visioni dei rispettivi Papi, così Marmo, l’artista delle periferie di Buenos Aires, asseconda la visione di Francesco». Tuttavia, mentre il termine Weltanschauung (modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo, e la posizione del soggetto in esso) è calzante per il binomio Papa Francesco-Alejandro Marmo, scorretto ed erroneo è attribuirlo invece ai Pontefici di Bramante, Raffaello, Michelangelo, Bernini: essi, in epoche diverse, hanno sempre avuto come obiettivo quello di dare maggior Gloria alla Trinità, attraverso la bellezza, di dare lustro alla Chiesa, di insegnare la dottrina attraverso la degna iconografia, di offrire al mondo una trasposizione della beatitudine del Paradiso, al quale sono destinate le anime convertite e redente dal sangue di Cristo.

Da cinquant’anni a questa parte, in un crescendo progressivo, la committenza ecclesiastica e pontificia è intenta a dare maggior gloria all’uomo. Cristo Operaio, in un disegno sempre più acristico e rivoluzionario, diventa strumento di rivendicazione, ovvero segno del progetto Simbologia de la Iglesia que mira al Sur (Simbologia della Chiesa che guarda al Sud), iniziato alcuni anni fa a Buenos Aires, al quale aderì Alejandro Marmo e che prevede la partecipazione di giovani, con problemi con la giustizia e con la droga, alla realizzazione delle opere d’arte. Nel 2001, l’allora Arcivescovo di Buenos Aires, il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, diventa il nume tutelare di Marmo, spronandolo all’arte come dialogo, come ponte, come «cultura dell’incontro». Due colossali figure di Evita Perón, di 31 metri per 24 in acciaio riciclato, per un totale di 14 tonnellate, campeggiano sulle facciate nord e sud del Ministero della Salute e dello Sviluppo Sociale di Buenos Aires: sono opera di Marmo, artista socialmente impegnato, attento anche alla scultura posta al servizio del dialogo inter-religioso, tanto sostenuto da Francesco.

Siamo di fronte ad un magistero, come ha dichiarato Marcello Pera in un’accesa intervista al Mattino di lunedì 10 luglio, che non si richiama al «Vangelo, ma è solo politica. Francesco è poco o per niente interessato al cristianesimo come dottrina, all’aspetto teologico. […] Le sue affermazioni sembrano basate sulla Scrittura, in realtà sono fortemente secolariste […]». Secondo Pera il Pontefice non è preoccupato della salvezza delle anime, ma solo della sicurezza e del benessere sociale. «Se poi si entra nel merito, egli suggerisce ai nostri stati di suicidarsi, invita l’Europa a non essere più se stessa: il Papa riflette tutti i pregiudizi del sud-americano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo. […] La sua visione politica, sociale e sui migranti è la stessa del giustizialismo peronista, non ha nulla a che vedere con la tradizione occidentale delle libertà politiche e con la sua matrice cristiana». Ed ecco che i nodi vengono al pettine, come le mirabolanti contraddizioni della Chiesa dei nostri giorni: è «finalmente esploso in tutta la sua radicalità rivoluzionaria il Concilio Vaticano», infatti, afferma ancora Pera, le idee che portano al suicidio della Chiesa e che sarebbero portatrici del magistero di Bergoglio si ritrovano nel Concilio iniziato da Giovanni XXIII: «Quell’aggiornamento del cristianesimo laicizzò la Chiesa, innescò un cambiamento che fu molto profondo anche se esso, che rischiava di portare ad uno scisma, fu tenuto a bada negli anni successivi».

La committenza ecclesiastica, negli anni dell’ideologia comunista, quando erano di moda i “preti operai”, intitolava le chiese a san Giuseppe operaio, commissionando agli artisti dei san Giuseppe proletari, senza ritegno né dottrinale, né storico, visto che san Giuseppe non è mai stato un salariato. Oggi, in un mondo in cui l’Unione sovietica è sepolta da un pezzo, l’ideologia marxista è portata avanti dalle più alte gerarchie della Chiesa che vogliono riconoscersi in un Cristo operaio, mai esistito. Viene, dunque, stravolta la realtà, assegnando un simbolo rivendicativo, pertanto blasfemo, alla figura di Cristo Re, espropriandolo della sua identità di Figlio di Dio.

Aveva detto Marmo in un’intervista al Messaggero (8 dicembre 2014): «porto con me una pastorale di speranza con l’arte; il mio impegno è di avere speranza, e di diffonderla. Mi creo un mondo fatto di fantasie; l’arte e la società hanno bisogno di fantasia». L’arte e la società sono assetate non di fantasia, ma di Verità, quella sola che la Chiesa è in grado di elargire, ma che oggi nasconde. «Mai prima d’ora un Papa ha scritto sulla sua idea di Arte» è scritto nell’official trailer del documentario in competizione per l’Oscar del prossimo anno. A questo proposito vogliamo ricordare le più che attuali parole di Pio XI, idee da lui esposte nell’Allocuzione in occasione dell’inaugurazione della nuova Pinacoteca Vaticana del 27 ottobre 1932, ma appartenenti non a sé, bensì a tutto il respiro dell’immenso e regale patrimonio della Chiesa universale, dove in controluce si intravedono le deformazioni di Alejandro Marmo: «Tante opere d’arte, indiscutibilmente e per sempre belle, […] nella quasi totalità così profondamente ispirate al pensiero ed al sentimento religioso, da farle sembrare, ora, come fu ben detto, delle ingenue e fervorose invocazioni e preghiere, ora dei luminosi inni di fede, ora delle sublimi elevazioni e dei trionfi di gloria celeste e divina; tante e tali opere Ci fanno (quasi per irresistibile forza di contrasto) pensare a certe altre così dette opere d’arte sacra, che il sacro non sembrano richiamare e far presente se non perché lo sfigurano fino alla caricatura, e bene spesso fino a vera e propria profanazione».

(fonte: corrispondenzaromana.it)

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2 thoughts on “L’idea di arte di papa Francesco

  1. Confrontare le sublimi riflessioni di Benedetto su (grande) musica e sacro con i ragli osceni, in parole ed opere, di questi profanatori, oltre che riempirti il cuore di amarezza e disgusto, dà a pieno la misura dell’abisso in cui sta inesorabilmente precipitando la Chiesa del Pa-Peron e dei suoi miserabili accoliti!

    PS credo che accostare siffatte schifezze alla bellezza ineguagliabile che lì, tutt’intorno dimora, non possa essere solo una questione di cattivo gusto (non è umanamente possibile averne tanto!) quanto invece, in accordo con Marcello Pera, la manifestazione dello stesso disprezzo ideologico (per certi versi mi auguro solo inconscio) per un mondo e una civiltà.

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  2. Ogni dittatura che si rispetti ha non solo i propri ideologi ma anche i propri artisti di regime…

    P.S.:
    Il kitsch delle opere fatte entrare proditoriamente nei giardini vaticani è solo uno schiaffo in più per noi occidentali, e per noi italiani in particolare.
    Ma fossimo argentini, o comunque gente dal palato un po’ grosso, credo che non ci troveremmo alcuna repellenza.

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