I gesuiti e la de-cattolicizzazione del papato

Prendiamo ad esempio padre Arthur F. McGovern, S.J., un prestigioso e convinto apologista del nuovo anticapitalismo dei gesuiti. Nel 1980 pubblicò un libro sul soggetto — Marxismo, una prospettiva cristiano-americana — e in seguito ha reso esplicito il suo punto di vista in più di un’occasione. Per lui il marxismo non può essere liquidato come «falso». Di conseguenza, conclude il gesuita, dobbiamo isolare la critica sociale di Marx, che è «vera», da quegli elementi estranei. Possiamo accettare il concetto di lotta di classe di Marx, perché c’è una lotta di classe. Ciò significa sì rivoluzione, ma «rivoluzione non significa chiaramente violenza… significa che dovremo avere un nuovo tipo di società, decisamente non il capitalismo democratico che conosciamo…», insomma basta aggiungervi ingredienti cristiani, eliminare quelli non cristiani e il gioco è fatto. Va anche specificato che di violenza, questi gesuiti, ne hanno prodotta molta in tutto il Sudamerica. McGovern vede in Gesù, come viene ritratto nel Vangelo di san Luca, un esempio di rivoluzione. Quello di san Luca è «un vangelo sociale», dice, citando Gesù in appoggio alla sua causa. «Sono venuto a portare una buona novella per i poveri, a liberare gli infelici, a riscattare i prigionieri». «Vedete», aggiunge McGovern, «quante volte Gesù parla della povertà; s’identifica con la povera gente; critica coloro che caricano pesi sulle spalle dei poveri». Chiaramente, quindi, Gesù riconosce l’esistenza della «lotta di classe» e sostiene «la rivoluzione».
Il messaggio arriva oggi da migliaia di fonti differenti del clero e dei teologi che vivono nei paesi a capitalismo democratico. È incastonato – ha spiegato padre Malachi – in una “teologia” completamente nuova – la teologia della liberazione – il cui manuale è stato scritto da un domenicano peruviano, Gustavo Gutiérrez, discepolo del gesuita Henri de Lubac, e il cui albo d’onore comprende un bel numero d’influenti gesuiti latino-americani come Jon Sobrino, Juan Luis Segundo (1925-1996) e Fernando Cardenal (1934-2016). E qui veniamo alla ciliegina sulla torta. Rapidamente, decine di gesuiti cominciarono a lavorare, con la passione e lo zelo tipici del loro Ordine, per il successo dei comunisti sandinisti del Nicaragua e, quando i sandinisti presero il potere, quegli stessi gesuiti assunsero posti chiave nel governo centrale, imitati da altri a livello regionale. In altri paesi dell’America Centrale, i gesuiti non solo parteciparono all’addestramento dei quadri marxisti della guerriglia, ma alcuni diventarono addirittura guerriglieri. Ispirati dall’idealismo che vedevano nella teologia della liberazione, incoraggiati dall’indipendenza insita nella nuova idea di Chiesa come gruppo di comunità autonome, i gesuiti ritennero che fosse permesso, persino incoraggiato, tutto ciò che aiutava il nuovo concetto di “Chiesa del popolo”.

Il resto lo trovate in basso.


Cooperatores Veritatis

Nell’approfondimento della prima parte del nostro modesto studio sulla deriva di un certo gesuitismo, alle fondamenta della pastorale post-conciliare della Chiesa, dagli anni ‘60-‘70, passiamo ora ad analizzare i rapporti di questo gesuitismo novatore con i Sommi Pontefici.

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