Autentica liturgia, sgambetto a Sarah. E a Benedetto XVI

La commissione per riformare Liturgiam authenticam ha il compito di esprimere i criteri per la traduzione dei testi liturgici. Ma un incontro carbonaro della corrente post conciliare ha tenuto fuori gioco il Prefetto, il cardinal Sarah.

di Lorenzo Bertocchi (06-02-2017)

Decentramento e inculturazione. Queste due parole d’ordine sono l’orizzonte di lavoro della commissione istituita da Papa Francesco per riformare, qualcuno dice cancellare, Liturgiam authenticam. Questo documento fu approvato esplicitamente da san Giovanni Paolo II, durante un’udienza con il suo Segretario di Stato, il 20 Marzo 2001 e emanato dalla Congregazione per il Culto Divino il 28 Marzo con il compito di esprimere i criteri per la traduzione dei testi liturgici dal latino alle lingue moderne.

CARD. ROBERT SARAH TENUTO ALL’OSCURO?

Secondo alcune fonti nell’opera di obliterazione dell’istruzione sarebbe impegnato con zelo un gruppo ristretto di persone della Congregazione per il Culto divino, a partire dal segretario, l’arcivescovo inglese Arthur Roche, che è anche a capo della commissione istituita. Proprio nei giorni scorsi sarebbe avvenuto un incontro di lavoro riservato, fuori Roma, a cui dovrebbero aver preso parte oltre a Roche, il Sotto Segretario padre Silvano Maggiani, Andrea Grillo, professore al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, e i vescovi Piero Marini e Domenico Sorrentino. Tutti nomi importanti della corrente liturgica post-conciliare.

Il card. Robert Sarah e papa Francesco.
Il card. Robert Sarah e papa Francesco.

Lascia stupiti apprendere che la fase preparatoria di tutto questo, purtroppo, sembra sia avvenuta tenendo all’oscuro il prefetto della congregazione, e cioè il cardinale guineano Robert Sarah. D’altra parte il porporato non sembra godere di molte simpatie, visto anche come fu subitamente ripreso dalla Sala Stampa vaticana nell’estate 2016, a seguito di alcune sue affermazioni in una conferenza londinese sull’opportunità di celebrare rivolti ad orientem. Per molti quella fu un’umiliazione a tutto tondo, accompagnata poi da un certo isolamento vissuto nella congregazione di cui è a capo. Non sappiamo quanto questo corrisponda a realtà, di certo negli ambienti della congregazione non si fanno mancare sapide battute sul cardinale. «È uno», si dice, «che ha avuto bisogno di scrivere 500 pagine per parlare del silenzio», in riferimento all’ultima fatica editoriale del porporato, intitolata, appunto, La force du silence.

«Il gruppetto cui starebbe particolarmente a cuore il superamento di Liturgia authenticam», dice una fonte che chiede di restare anonima, «oltre all’intento di decostruire sistematicamente l’istruzione, vorrebbero eliminare tutta l’eredità del magistero liturgico di Papa Benedetto XVI».

LA QUESTIONE DI LITURGIAM AUTHENTICAM

Il problema potrebbe apparire rilevante solo per gli addetti ai lavori, sennonché si tratta in non pochi casi della fedeltà al testo stesso dei Vangeli. A questo proposito ricordiamo anche la famosa lettera scritta da Benedetto XVI ai vescovi tedeschi nella querelle del 2012, a proposito del cosiddetto pro multis, per molti, del Vangelo e del messale latino nelle parole della consacrazione del sangue di Cristo, contro il “per tutti” di molte traduzioni correnti. In quella lettera papa Ratzinger costatava che nelle preghiere liturgiche in lingue diverse, talora, non è possibile trovare quasi niente in comune e che il testo unico, che è la base della vita liturgica di tutta la Chiesa, spesso è riconoscibile solo da lontano, per non parlare delle banalizzazioni che «rappresentano delle vere perdite». In tale lettera all’episcopato tedesco Benedetto XVI sottolineava chiaramente la necessità di riferirsi ai criteri presenti in Liturgiam authenticam.

“COMME LE PREVOIT”

Fino al momento in cui fu emanata l’istruzione Liturgiam Authenticam, coloro che sostenevano l’opportunità di tradurre molto liberamente i testi liturgici, pur riconoscendo che vi erano stati degli abusi, si appellavano in genere a un documento emanato nel 1969 dalla Commissione che elaborò la riforma liturgica e di cui era segretario mons. Annibale Bugnini, un documento non firmato e insolitamente redatto in francese, di solito citato con le sue prime parole: «Comme le prévoit». L’istruzione emanata per ordine di San Giovanni Paolo II, però, volutamente non citava questo documento e cercava di richiamare alla fedeltà e all’esattezza nelle traduzioni liturgiche più che alla creatività, talvolta estemporanea, del liturgista in voga al momento.

Sempre Giovanni Paolo nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia del 2003 ribadì lo stesso concetto che poi Benedetto XVI farà suo nella lettera citata sopra. Fu solo venti giorni prima di morire, dal letto del Policlinico Gemelli, quando il Papa era ormai privo di forze che gli fu fatto firmare un documento a favore della traduzione «per tutti». Il Cardinale Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede non ne sapeva nulla e, per questo, fece le sue rimostranze in una riunione di capi dicastero qualche giorno più tardi.

PERCHE’ TORNA DI ATTUALITA’ LITURGIAM AUTHENTICAM?

La domanda è interessante anche rispetto alle indiscrezioni che circolano a proposito del gruppetto zelante nel processo di “superamento” dell’istruzione. Soprattutto se fosse vero che la loro azione non è solo per “superare” l’Istruzione, ma più in generale per lasciarsi alle spalle il magistero liturgico del papa emerito.

Quando il Papa era Benedetto, l’Arcivescovo Roche non era affatto contrario all’istruzione di Giovanni Paolo II. Infatti, da Presidente della Commissione Internazionale sull’Inglese nella Liturgia (International Commission on English in the Liturgy – ICEL), una delle due Commissioni incaricate (l’altra si chiama Vox Clara ed è presieduta dal cardinale George Pell) di rivedere la traduzione del Messale Romano, aveva dichiarato che «la nuova traduzione è un grande dono per la Chiesa (…). Nella nuova traduzione troviamo un testo più fedele alla versione latina e perciò più ricco nei suoi contenuti teologici e nei riferimenti alla Scrittura, ma anche una traduzione che io credo condurrà il cuore e la mente delle persone alla preghiera».

Mons. Arthur Roche e papa Francesco.
Mons. Arthur Roche e papa Francesco.

In un’intervista di qualche anno fa, monsignor Roche affermò che il latino farà sempre parte del Rito Romano perché «mantiene la lingua in cui è scritto il Rito Romano, sia nella forma ordinaria che straordinaria». «Questo», proseguiva l’ex Arcivescovo di Leeds, «è il modo in cui la Chiesa si esprime. (…) Persone da tutto il mondo, da ogni continente e dalle varie parti del globo vengono a Roma e partecipano alla Messa unendosi tutti insieme a quell’espressione comune che è il canto delle parti latine della Messa». Proprio durante i preparativi della commemorazione dei cinquant’anni di Sacrosanctum Concilium, Monsignor Roche assicurò che Papa Francesco non aveva espresso alcuna intenzione di cambiamento di direzione rispetto a Benedetto per quanto riguarda sia la forma straordinaria che la forma ordinaria del Rito Romano.

Perché sembra che le cose cambiano? Qual’è la vera opinione di Monsignor Arthur Roche? Si vuole davvero distruggere l’eredità di Benedetto XVI?

(fonte: lanuovabq.it)


Quelle traduzioni che snaturano il Sacro

di Luisella Scrosati (06-02-2017)

Nel libro di padre U. M. Lang, The Voice of the Church at prayer, ho letto con grande interesse della “conversione stilistica” di sant’Agostino. Abituato alla purezza dello stile retorico ciceroniano, l’idioma della Vetus Latina ed il linguaggio biblico, così ricco di immagini materiali, gli andarono non poco di traverso; troppe bestiae et pecora, troppe immagini di Dio che vendica, stende la mano sui nemici e fa tremare i monti e la terra. Ad essere meno nota è la grande umiltà di questo santo, che comprende che la sua iniziazione non può essere limitata all’insegnamento delle verità della fede ed alle esigenze della vita morale, ma deve condurre ad immergersi in un mondo che è fatto di immagini, gesti e linguaggio propri, di un repertorio di ricordi, nomi ed espressioni condivise.

L’IMPORTANZA DELLE PAROLE

Questa consapevolezza lo portò alla fine della sua vita a scrivere le Retractationes, nelle quali in realtà non ritrattò pressoché nessun contenuto, ma sentì l’esigenza di purificare i suoi scritti da termini ed espressioni che sapevano ancora troppo di paganesimo. I cristiani, specie nei primi secoli, custodivano con gelosia il proprio vocabolario e non avevano una concezione di evangelizzazione e missione come di una rinuncia alla propria identità. In un bellissimo articolo (disponibile in lingua inglese qui) il professor Robert L. Wilken sottolinea una verità che sembra essere sparita dall’orizzonte pastorale della Chiesa: «La fede è incorporata in un linguaggio… Il linguaggio della Chiesa è una raccolta di parole ed immagini che hanno plasmato il pensiero e le azioni di quanti hanno conosciuto Cristo. La fede confessata non può essere separata dalle parole usate, né le parole possono essere sradicate dalla vita di chi le pronuncia… Senza il linguaggio caratteristico cristiano non ci può essere una vita cristiana completa e neppure una fedele trasmissione della fede alla generazione successiva».

GIOVANNI PAOLO II E BENEDETTO XVI

I pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno dimostrato una particolare sensibilità da questo punto di vista, cercando di orientare il lungo processo di attuazione della riforma liturgica con la cura delle traduzioni dei testi latini del Messale Romano. Delle cinque istruzioni per la corretta applicazione di tale riforma, l’istruzione più problematica dal punto di vista delle traduzioni fu la terza, Comme le prévoit del 25 gennaio 1969. Già la lingua del titolo è significativa: l’originale, in lingua francese, fu poi tradotto nella altre cinque lingue maggiori, ma mai in latino.

Inoltre l’istruzione non arreca la firma ufficiale e non è stata pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis. Ma non sono “solo” questi gli aspetti problematici. Il contenuto di questa istruzione spianava la strada ad una vera e propria rivoluzione nel campo delle traduzioni dei testi liturgici, con il solito giochetto del “così, ma anche”; si richiedeva la fedeltà ai testi latini, ma anche una traduzione più libera, troppo libera: «Talvolta è la concezione stessa delle realtà espresse che è difficile a comprendere, sia perché è uno choc al senso cristiano attuale (per esempio “terrena despicere”, oppure “ut inimicos sanctae Ecclesiae humiliare digneris”), sia perché non tocca più i nostri contemporanei (per esempio certe espressioni antiariane), sia perché non si presta alla preghiera attuale (per esempio certe allusioni a forme penitenziali non più praticare)» (n. 24 c). Da allora, le traduzioni non hanno più conservato la struttura formale dell’originale, considerata come un vestito logoro da cambiare, e hanno introdotto termini che esprimono solo un aspetto dell’originale latino e spesso nemmeno troppo fedele.

FACCIAMO QUALCHE ESEMPIO

Di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe. Prendiamo l’orazione dopo la Comunione della prima domenica di Avvento: Prosint nobis, quæsumus, Dómine, frequentáta mystéria, quibus nos, inter prætereúntia ambulántes, iam nunc instítuis amáre cæléstia et inhærére mansúris.

Ecco l’incredibile traduzione italiana: La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni.

Com’è evidente, l’originale latino è stato semplicemente stravolto. “Ci insegni ad amare le realtà celesti” è diventato un “rivelare il senso cristiano della vita”, e da proposizione oggettiva (che indica dunque ciò che viene chiesto nell’orazione) è stata inserita nella relativa. Spunta poi dal nulla un “ci sostenga nel nostro cammino” ed il verbo “inhaerere”, che significa letteralmente “rimanere attaccati, uniti, aderire” si trasforma in un “ci guidi verso”.

L’Orazione sulle offerte del martedì della seconda settimana di Quaresima dice: “a vitiis terrenis emundet”, tradotto banalmente con un “ci guarisca dai nostri egoismi”.

“Sancta continentia tibi simus toto corde devoti” (Colletta del mercoledì, terza settimana di Quaresima), diventa “ti servano con generosa dedizione (che elimina così l’espressione biblica ‘con tutto il cuore’) liberi da ogni egoismo”, trasformando in tal modo una santa mortificazione in una liberazione dall’egoismo.

Il vocabolo “grazia” è stato un’altra illustre vittima sacrificale delle traduzioni. “Illumina, quaesumus, corda nostra gratiae tuae splendore” (Dopo la comunione, quarta domenica di Quaresima) è diventato “risplenda su di noi la luce del tuo volto”.

Abbiamo addirittura il caso della stessa identica orazione, tradotta in due modi differenti (Orazione dopo la Comunione, feste di san Luca e san Marco)

LITURGIA AUTHENTICAM

Nel 2001 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha pubblicato un’altra istruzione (la quinta e attualmente ultima) Liturgiam authenticam, nel tentativo di porre un argine a questa emorragia del patrimonio cristiano: «Bisogna che, per quanto è possibile, il testo originale o primigenio sia tradotto con la massima integrità e accuratezza, cioè senza ricorrere a omissioni o aggiunte, quanto al contenuto, e senza introdurre parafrasi o glosse» (n. 20). L’istruzione ricorda inoltre che «la vera preghiera liturgica… concorre a forgiare la cultura; perciò non c’è da meravigliarsi se può differire alquanto dal linguaggio ordinario. La traduzione liturgica che tiene in dovuto conto l’autorità e l’integrità del senso dei testi originali giova a formare una lingua sacra vernacola, dove i vocaboli, la sintassi, la grammatica siano propri del culto divino» (n.47).

Papa Benedetto è stato un grande liturgista.
Papa Benedetto è stato un grande liturgista.

Chiaro? Non ancora. Nel 2012 Benedetto XVI indirizzò una lunga lettera ai vescovi tedeschi sulla controversa traduzione del “pro multis”. Tra le altre cose il Papa scriveva: «Poiché devo pregare le preghiere liturgiche in diverse lingue, mi accorgo che tra le diverse traduzioni a volte è difficile trovare ciò che le accomuna e che il testo originale è spesso riconoscibile solo da lontano». E lamentava banalizzazioni e perdite importanti.

Forse bisognerebbe ripartire dalla persuasione che il contenuto dei testi liturgici racchiude ben più della nostra misera comprensione ed attualizzazione, sia nella scelta del vocabolario che nella struttura retorico-formale. E questo principio dovrebbe essere ricordato anzitutto dai liturgisti. O forse ai liturgisti. «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» (William Shakespeare, Amleto).

(fonte: lanuovabq.it)

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