“Silence”, i gesuiti elogiano l’apostasia e l’abiura

Basta proselitismo, è tempo di Silence. Anche per le missioni cattoliche. E L’Osservatore Romano pubblica un articolo contro il monoteismo.

di Sandro Magister (09-01-2017)

scorsese2Dal 12 gennaio nelle sale cinematografiche dell’Italia e di altri paesi sarà proiettato l’atteso ultimo film di Martin Scorsese, Silence, già mostrato in anteprima a Roma un mese fa a un pubblico scelto composto in buona misura da gesuiti, dopo l’udienza accordata il 30 novembre da papa Francesco al celebre regista.

La trama del film è ripresa dal romanzo con lo stesso titolo dello scrittore cattolico giapponese Shusaku Endo (1923-1996). Ambientato nel XVII secolo, nel pieno delle persecuzioni anticristiane, ha per protagonisti due gesuiti inviati in Giappone in cerca di un loro confratello, Christovao Ferreira, già provinciale della Compagnia di Gesù, sul quale era giunta voce che aveva apostatato. In effetti così era avvenuto. E alla fine anche uno dei due, Sebastian Rodrigues, arriverà ad abiurare, con la volontà di salvare da una morte atroce altri cristiani.

Il “silenzio” del titolo è quello di Dio, di fronte al martirio di quei primi cristiani giapponesi. E in effetti il libro, prima ancora del film, è un groviglio di domande capitali sulle ragioni del tener ferma o no la fede in un’epoca di martirio estremo. I gesuiti che abiurano lo fanno per misericordia nei confronti di quei semplici cristiani che invece sono pronti a sacrificare la loro vita per fedeltà a Cristo. E da apostati, sono ricompensati con un ruolo di prestigio nella società giapponese dell’epoca, alla quale si sottomettono. Le questioni sollevate sono di grande densità e profondità. E sono bene messe in luce dalla recensione del romanzo di Endo scritta dal gesuita Ferdinando Castelli nel 1973, ripubblicata integralmente sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica.

Colpisce però che tali questioni restino chiuse entro il confine di una critica letteraria, pur apprezzabile. Perché di esse poco affiora negli altri interventi del grande “battage” che La Civiltà Cattolica ha orchestrato per l’uscita del film.

Sul penultimo numero della rivista dei gesuiti di Roma – che per statuto è stampata con il previo controllo della Santa Sede ed è divenuta lo specchio del pensiero di papa Francesco – il direttore padre Antonio Spadaro ha pubblicato un suo colloquio con Martin Scorsese che occupa ben 22 pagine, nel quale però a Silence è dedicata poco più di una pagina e il personaggio che il regista definisce per lui più “affascinante” è Kichjjiro, l’accompagnatore dei due gesuiti protagonisti, “costantemente debole” e portato a tradirli, eppure alla fine ringraziato come “maestro” proprio dal gesuita che abiura: > “Silence”. Intervista a Martin Scorsese.

A questo impoverimento delle questioni capitali sottese a Silence, il vescovo ausiliare di Los Angeles, Robert Barron, ha dedicato questo suo commento critico, in un post sul blog Word on Fire:

“Ciò che mi preoccupa è che tutto questo concentrarsi sulla complessità e la polivalenza e l’ambiguità della vicenda sia al servizio dell’élite culturale di oggi, che non è molto diversa dall’élite culturale giapponese [di quattro secoli fa] messa in scena nel film. Quello che voglio dire è che l’establishment laico dominante preferisce sempre i cristiani che sono vacillanti, incerti, divisi e ansiosi di privatizzare la loro religione. Ed è viceversa fin troppo portato a squalificare le persone ardentemente religiose come pericolose, violente e, lasciatemelo dire, neppure tanto intelligenti. Basterebbe riascoltare il discorso di Ferreira a Rodrigues sul presunto semplicismo del cristianesimo dei laici giapponesi, per fugare ogni dubbio su ciò che dico qui. Mi chiedo se Shusaku Endo (e forse anche Scorsese) in realtà non ci abbia invitato a distogliere lo sguardo dai sacerdoti e a volgerlo invece verso quel meraviglioso gruppo di laici coraggiosi, devoti, dediti, che hanno sofferto a lungo e hanno mantenuto viva la fede cristiana nelle condizioni più inospitali immaginabili e che, nel momento decisivo, hanno testimoniato Cristo con la propria vita. Mentre Ferreira e Rodrigues, con tutta la loro formazione specialistica, diventavano i cortigiani a libro paga di un governo tirannico, quella gente semplice rimaneva una spina nel fianco della tirannia. […] Lo so, lo so, Scorsese mostra il cadavere di Rodrigues, dentro la sua bara, che stringe un piccolo crocifisso, il che dimostra, suppongo, che il sacerdote fosse rimasto in qualche senso cristiano. Ma ancora una volta, questo è proprio il tipo di cristianesimo che piace alla cultura odierna: completamente privatizzato, nascosto, innocuo. Allora d’accordo, forse un mezzo evviva per Rodrigues, ma un hip hip urrà a pieni polmoni per quei martiri crocifissi sulla riva del mare”.

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Ma tornando a La Civiltà Cattolica, ciò che più colpisce è l’attualizzazione che essa fa della vicenda storica di Silence. Sull’ultimo numero della rivista c’è un articolo su ciò che dovrebbe essere oggi la missione nel Giappone secolarizzato in cui l’autore, il gesuita giapponese Shun’ichi Takayanagi, dà per obbligato “un mutamento di paradigma nei confronti del concetto di missione e dei modi di esercitarla”.

A giudizio di padre Takayanagi, infatti, il tipo di missione in uso anche in Giappone fino a pochi decenni fa, che “mirava a risultati visibili e concreti, cioè a un gran numero di battezzati”, oggi non solo “non è più possibile”, ma è superato e da sostituire in blocco. Egli scrive: “Anche se la ‘missione’ ha ottenuto un grande risultato nel Giappone del XVI secolo, non è più possibile raggiungere un simile successo nei tempi odierni, caratterizzati da un rapido progresso della cultura materiale e da un elevato livello di vita. Proprio per questo l’antiquata concezione della missione, che proviene dall’epoca coloniale occidentale del XIX secolo e sopravvive nel subconscio di molti missionari, stranieri e autoctoni, deve essere sostituita da una nuova concezione del popolo con il quale e per il quale si lavora. La nuova strategia dell’annuncio del Vangelo deve diventare espressione del bisogno di religione degli uomini di oggi. Il dialogo deve approfondire la nostra concezione delle altre religioni e della comune esigenza umana di valori religiosi”.

Secondo La Civiltà Cattolica, dunque, all’“antiquato” concetto di missione, cioè “fare proseliti e procurare convertiti alla Chiesa”, va sostituito il “dialogo”. Tanto più in un paese come il Giappone in cui è normale “andare a un santuario scintoista e prendere parte a feste buddiste, e anche partecipare, a Natale, a una liturgia cristiana”, senza più lo “strano obbligo di seguire un determinato credo religioso” e “in un’atmosfera culturale vagamente non monoteista”.

Sul finire del suo articolo padre Takayanagi sottolinea che i giapponesi, pur apertissimi al pluralismo religioso, “rimangono sconvolti da qualche episodio brutale che può essere ricondotto a radici religiose”, islamiche ma non solo. E così commenta: “Certamente la religione può far crescere e maturare gli uomini, ma in casi estremi l’appartenenza a una religione può anche pervertire la natura umana. Il cristianesimo è in grado di impedire il fanatismo e questa sorta di perversione? Questo è per noi un interrogativo assillante, che dobbiamo porci nell’esercizio della nostra attività missionaria. La storia passata del cristianesimo, a questo riguardo, non è certo ineccepibile. […] In particolare, alcuni intellettuali giapponesi, sebbene in maniera vaga e quasi inconscia e ispirandosi alla cultura politeistica giapponese, cominciano a chiedersi se le religioni monoteiste, in ultima analisi, possano mostrarsi veramente tolleranti verso i membri di altre religioni. […] Questi intellettuali ritengono che il terreno culturale politeista dello scintoismo giapponese possa assicurare un approdo morbido alle altre religioni”.

Il 4 gennaio ampi stralci di questo articolo de La Civiltà Cattolica sono usciti anche su L’Osservatore Romano. Il che non deve sorprendere. Perché già altre volte L’Osservatore Romano ha fatto l’apologia di un paradigma di missione finalizzato alla “comune esigenza umana di valori religiosi”, come quello ora propugnato dalla rivista diretta da padre Spadaro.

In particolare, il 26 aprile dello scorso anno il giornale del papa ha pubblicato a firma di Marco Vannini la recensione di un libro di Jan Assmann, Il disagio dei monoteismi, che muoveva proprio in quella direzione. Vannini non è cattolico. E su di lui la stessa Civiltà Cattolica aveva scritto nel 2004 che “esclude la trascendenza, sopprime le verità essenziali del cristianesimo e per via neoplatonica approda inesorabilmente a una moderna gnosi”.

Quanto ad Assmann, famoso egittologo e teorico delle religioni, la sua tesi capitale è che i monoteismi, tutti, in testa il giudeocristianesimo, sono per essenza esclusivi e violenti nei confronti di ogni altro credo, all’opposto degli antichi politeismi, per essenza pacifici.

Ebbene, su L’Osservatore Romano Vannini non prese minimamente le distanze da Assmann, anzi: “Nel nostro mondo globalizzato la religione può trovare posto solo come ‘religio duplex’, ovvero religione a due piani, che ha imparato a concepirsi come una tra le tante e a guardarsi con gli occhi degli altri, senza nondimeno perdere mai di vista il Dio nascosto, ‘punto trascendentale’ comune a tutte le religioni”.

Insomma, è tempo di Silence anche per le missioni cattoliche. Con buona pace del decreto Ad gentes del Concilio Vaticano II, dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI e dell’enciclica Redemptoris missio di Giovanni Paolo II.

(fonte: settimocielo.it)

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