Il papa non risponde ai quattro cardinali. Ma sono pochi quelli che lo giustificano

E sono sempre di più, invece, i cardinali e vescovi che si schierano a sostegno degli autori delle cinque domande di chiarimento sulle ambiguità dell’Amoris laetitia. Eccoli a uno a uno.

di Sandro Magister (21-12-2016)

“Sono solo quattro cardinali”, ha detto il porporato brasiliano Cláudio Hummes, grande elettore di Jorge Mario Bergoglio, degli autori della lettera al papa con i “dubia” sui punti controversi dell’Amoris laetitia. “Solo quattro contro più di duecento, un gruppo enorme che invece sta dando tutto il suo appoggio al papa”: > Hummes: “¿Las críticas al Papa? Son sólo cuatro cardenales. Todo el colegio cardenalicio está con él”.

In realtà il paesaggio appare molto più mosso, a giudicare da tutti coloro, tra i cardinali e i vescovi, che hanno preso la parola sui “dubia”, dopo la loro pubblicazione il 14 novembre ad opera dei cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner.

Sono diciotto i cardinali e i vescovi che fino ad oggi hanno parlato sul tema. E di questi non più di sette hanno preso le parti del papa scagliandosi contro i quattro autori dei “dubia”. In ogni caso non si è vista affatto prorompere quella difesa corale e universale di papa Francesco data per certa da Hummes (nella foto a lato, al conclave 2013 con Bergoglio).

Non solo. Il primo che si è scagliato contro i quattro cardinali l’ha fatto con una tale virulenza da ritrovarsi a sua volta isolato, rispetto agli altri sostenitori di papa Francesco. Era il vescovo emerito di Syros, Fragkiskos Papamanolis, presidente della minuscola conferenza episcopale greca, che in una lettera aperta del 20 novembre ha tacciato nientemeno che di eresia e di apostasia i quattro autori dello “scandalo”, indegni di far parte del collegio dei cardinali: > “Carissimi fratelli nell’episcopato…”.

Nessuno degli altri critici dei quattro cardinali ha reiterato tali accuse spropositate.

Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e più volte accreditato da Francesco come il proprio più autorevole interprete dottrinale, ha negato che nell’Amoris laetitia vi siano affermazioni ambigue od erronee nella dottrina, e pertanto – ha detto – essa non va attaccata ma obbedita, in quanto “documento magisteriale”.

Queste sue osservazioni Schönborn le ha fatte il 18 novembre a Roma, durante un corso di formazione per vescovi organizzato presso il tribunale della Rota romana. E sono divenute di dominio pubblico nei giorni successivi, al pari delle analoghe dichiarazioni fatte da un altro relatore del corso, Dimitrios Salachas, esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino residenti in Grecia: > Le cardinal Schönborn panique.

Anche il neocardinale Kevin Farrell, prefetto del nuovo dicastero per il laici, la famiglia e la vita, ha invalidato i dubbi sollevati sull’Amoris laetitia: “Non vedo come e perché alcuni vescovi sembrano pensare che occorra interpretare questo documento”. A suo giudizio Francesco non ha alcun motivo di rispondere, anche perché “ha già parlato” nella lettera inviata ai vescovi della regione di Buenos Aires riguardo al capitolo ottavo dell’esortazione post-sinodale. Sono pensieri che Farrell aveva già esposto in un’intervista al National Catholic reporter del 14 ottobre: > New Cardinal Farrell: Amoris Laetitia is “the Holy Spirit speaking”.

Quanto all’altro neocardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, si è pronunciato nella stessa linea di Schönborn. “L’Amoris laetitia” – ha detto – è un “documento magisteriale”, frutto di due sinodi, quindi non può essere messo in questione e il papa non ha alcun dovere di rispondere a dei dubbi che “non sono i dubbi della Chiesa universale”. È sufficiente – ha aggiunto – ciò che il papa ha detto nell’intervista ad Avvenire del 18 novembre: “Alcuni continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere”. Queste considerazioni Cupich le ha esposte il 22 novembre nella conferenza stampa in occasione della sua promozione a cardinale: > Cardinal Cupich is Mistaken: Synod Fathers Did Reject Communion for Remarried Divorcees.

C’è infine, tra i critici dei quattro cardinali, il porporato spagnolo Fernando Sebastián Aguilar, 86 anni, che in una nota pubblicata su Vida Nueva del 3 dicembre e riprodotta su L’Osservatore Romano, ha liquidato i dubbi come “immaginari, perché il papa ha detto ciò che gli è parso conveniente con sufficiente chiarezza”: > Basta voler capire. Va notato però che in un suo precedente commento su Vida Nueva, anch’esso riprodotto su L’Osservatore Romano, Sebastián Aguilar aveva dato del capitolo ottavo dell’Amoris laetitia un’interpretazione piuttosto restrittiva, ammettendo l’assoluzione e la comunione per i divorziati risposati solo “al tramonto della loro esistenza”, quando essi potrebbero più facilmente ottemperare alla condizione, ribadita da Giovanni Paolo II, di vivere come fratello e sorella: > Altro che ambiguità nell’esortazione post-sinodale.

E soprattutto va ricordato che nel 2014, alla vigilia del primo sinodo sulla famiglia, Sebastián Aguilar addirittura scrisse la prefazione a un libro del cardinale Gerhard L. Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, che confutava da cima a fondo le tesi del cardinale Walter Kasper a favore della comunione ai divorziati risposati e quindi delle seconde nozze con il primo coniuge in vita: > Müller: “Queste teorie sono radicalmente errate”.

Il cardinale Müller è appunto uno di quelli che hanno detto di comprendere le ragioni dei “dubia” dei quattro cardinali, pur senza entrare lui personalmente nel merito delle questioni.

In un’intervista del 1 dicembre alla radio dell’arcidiocesi di Colonia, in parte ripresa dall’agenzia austriaca Kathpress, Müller ha detto che la congregazione per la dottrina della fede parla e agisce “con l’autorità del papa” e quindi non può “prendere parte alla controversia”. Ma ha anche auspicato un dibattito oggettivo sulle questioni sollevate dai quattro, che eviti il “pericolo di una polarizzazione”, fermo restando che “non è nel potere del magistero di correggere la rivelazione di Dio” e le dichiarazioni vincolanti dei papi e dei concili: > Head of CDF Declines to Comment on “Dubia” of Four Cardinals; > Did Cardinal Schönborn’s News Agency Selectively Edit Cardinal Müller’s Remarks on Amoris Laetitia?

È prassi della congregazione, infatti, che le sue risposte ai “dubia” ad essa sottoposti siano formulate e pubblicate con l’esplicita approvazione del papa. Un esempio lampante di questa prassi è la riposta che la congregazione per la dottrina della fede – all’epoca presieduta da Joseph Ratzinger – diede nel 1995 a un dubbio che le era stato sottoposto riguardo alla facoltà o no della Chiesa di ordinare le donne al sacerdozio: > Risposta al dubbio circaSe oggi ai cinque “dubia” sollevati dai quattro cardinali riguardo all’Amoris laetitia una risposta della congregazione non c’è stata e verosimilmente non ci sarà, è quindi perché manca l’approvazione del papa, come Müller ha fatto capire.

Tra i cardinali e i vescovi che si sono pubblicamente schierati a sostegno dell’iniziativa dei quattro loro colleghi c’è il porporato tedesco Paul Josef Cordes, in un’intervista a Kath.net del 13 dicembre: > Cordes: “Diskussionen und Konflikte gehören zur Geschichte der Kirche”.

La richiesta di fare chiarezza – ha detto – è più che motivata: basti pensare alla forma ambigua in cui l’Amoris laetitia suggerisce una cambiamento di dottrina in una nota a piè di pagina. E l’indignazione con cui alcuni hanno reagito – ha aggiunto – mette “in dubbio che gli indignati siano mossi dalla ricerca della verità”.

C’è il cardinale George Pell, che in una conferenza a Londra del 29 novembre ha denunciato “le false teorie” della coscienza che vanificano ogni verità e, interpellato sui “dubia” sollevati dai quattro cardinali, li ha definiti “significativi” e ha chiesto a sua volta: “Come non si può essere d’accordo con le loro domande?”: > Pell said that conscience must refer to revealed truth and the moral law.

C’è il cardinale Robert Sarah, prefetto della congregazione per il culto divino, che senza citare esplicitamente i “dubia” ma alludendovi chiaramente ha detto in un’intervista del 28 novembre a L’Homme Nouveau che “la Chiesa intera ha sempre tenuto fermo che non si può ricevere la comunione quando si è consapevoli di aver commesso un peccato grave, principio che è stato confermato definitivamente dall’enciclica Ecclesia de Eucharistia di San Giovanni Paolo II”, ed ha aggiunto che “neanche un papa può sciogliere da questa legge divina”: > Kardinal Sarah: Der Papst kann göttliches Eherecht nicht ändern.

C’è il vescovo ausiliare di Astana, nel Kazakistan, Athanasius Schneider, che prima in una dichiarazione scritta del 23 novembre, poi in una conferenza a Roma del 5 dicembre alla Fondazione Lepanto – presenti i cardinali Brandmüller e Burke – e infine in un’intervista del 6 dicembre a un canale televisivo francese ha sostenuto con forza l’iniziativa dei quattro cardinali, da lui definita “profetica”: > Fondazione Lepanto: uniti nel Credo cardinali, vescovi e sacerdoti.

C’è il vescovo polacco Józef Wróbel, ausiliare di Lublino, che intervistato il 21 novembre da La Fede Quotidiana ha detto che per i quattro cardinali sollevare quei “dubia” era “non solo un diritto ma persino un dovere” e che “sarebbe giusto rispondere alle loro osservazioni”: > Wróbel: “L’Amoris laetitia non è stata scritta bene”.

C’è l’altro vescovo di Polonia Jan Watroba, presidente della commissione per la famiglia della conferenza episcopale polacca, che in una corrispondenza del 23 novembre del giornale tedesco Die Tagespost ha riconosciuto nell’iniziativa dei quattro cardinali “l’espressione di un impegno e di una preoccupazione per la retta interpretazione dell’insegnamento di Pietro”, che esige “una risposta chiarificatrice” tanto più ora che ogni vescovo e pastore si trova “travolto da simili domande”“Non è bene – ha sottolineato – che dell’Amoris laetitia non esista un’interpretazione univoca e che ciascuno debba interpretarla da sé. Personalmente preferisco documenti come quelli che scriveva Giovanni Paolo II, per i quali commenti o interpretazioni riguardanti l’insegnamento di Pietro non erano affatto necessari”: > A Third Bishop Comes to the Defense of the Four Cardinals.

C’è il cardinale Peter Turkson, prefetto del nuovo dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che il 1 dicembre ha dichiarato al National Catholic Register che sarebbe bene, in assenza di una risposta del papa, che cardinali e vescovi si incontrino per confrontare le rispettive interpretazioni dell’Amoris laetitia e vedere come “risponderebbero e reagirebbero l’un l’altro”: > Church Leaders Respond to the “Dubia”.

C’è il cardinale Angelo Amato, prefetto della congregazione delle cause dei santi, il quale, lungi dal seppellire i “dubia” sollevati dai quattro cardinali, ha detto anche lui, intervistato il 24 novembre dalla Radio Vaticana, che “il dibattito va continuato nel rispetto reciproco e soprattutto utilizzando i talenti delle rispettive posizioni”, affinché si arrivi a “posizioni più integrate e migliorate”: > Amato: dibattito teologico fa bene, ma nel rispetto.

C’è il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente emerito del pontificio consiglio della giustizia e della pace, che intervistato il 16 dicembre da La Fede Quotidiana ha detto che “è lecito in tema di dottrina rivolgere al papa un parere ed è anche giusto rispondere”, specie perché quel “caso per caso” di cui parla l’Amoris laetitia effettivamente “può prestarsi ad interpretazioni dubbiose”: > Martino: “Leciti i ‘dubia’ su ‘Amoris laetitia’, giusto che il papa risponda”.

E c’è infine – a suo modo – l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della segreteria di Stato, in un’intervista del 18 dicembre a Vatican Insider: > Becciu: “L’unità della Chiesa prima delle proprie idee”. Nell’intervista, Becciu non approva esplicitamente ma nemmeno squalifica l’iniziativa dei quattro cardinali, ribadendo piuttosto “i principi” a cui egli si ispira. Cioè i seguenti: “Come umile collaboratore del papa, sento il dovere di dirgli lealmente il mio pensiero quando è in fase di elaborazione di una decisione. Una volta che è stata presa, io obbedisco totalmente al Santo Padre”. Perfetto. Ma allora questo stesso principio vale anche quando una decisione, una volta presa, si presta a dubbi interpretativi. Ed è appunto ciò che hanno fatto i quattro cardinali, i quali, senza “disubbidire” al papa, gli hanno rivolto cinque precise richieste di chiarimento.

Papa Francesco non risponde. Ma i “dubia” restano. E con essi cresce ogni giorno di più proprio quella “riflessione e discussione, pacata e rispettosa”, che i quattro hanno voluto promuovere nell’“intero popolo di Dio”: > “Fare chiarezza”. L’appello di quattro cardinali al papa.

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Questo servizio si è limitato a passare in rassegna le prese di posizione di cardinali e vescovi. Ma anche da altri luoghi del “popolo di Dio” sono sorti interventi di rilievo, riguardo ai “dubia” sollevati dai quattro cardinali. Tra i più recenti e importanti basti qui citare la lettera a Francesco scritta da due teologi di riconosciuto valore come John Finnis e Germain Grisez, consegnata al papa il 21 novembre e resa pubblica su The First Things il 9 dicembre: > An Open Letter to Pope Francis.

(fonte: chiesa.espresso.repubblica.it)

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