Seminaristi omosex, facta lex inventa fraus.

È vero che il nuovo documento sulla formazione dei sacerdoti, riguardo all’omosessualità non presenta novità. Però perpetua una formulazione – nella contrapposizione tra tendenze profondamente radicate e tendenze temporanee – che è ambigua e fonte di equivoci.

di Roberto Marchesini (12-12-2016)

Date la confusione e le ambiguità legate al tema dell’omosessualità, è necessario tornare sui relativi aspetti toccati dalla nuova istruzione sulla formazione dei sacerdoti promulgata l’8 dicembre 2016 da parte della Congregazione per il clero. È la nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis intitolata Il Dono della vocazione presbiterale che sostituisce la precedente Ratio del 1985.

Alcuni hanno notato come questo documento specifica che la Chiesa «non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay» (§ 199). Questo paragrafo, per molti, sarebbe in contrasto con le aperture che papa Francesco ha fatto nei confronti della «cosiddetta cultura gay».

In realtà questo brano è semplicemente una citazione della Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri del 31 agosto 2005, § 2.

Nessuna novità, dunque: l’attuale Ratio fa proprio il Magistero sull’omosessualità promulgato da Benedetto XVI. Incamerandone, tuttavia, alcune ambiguità.

Mi riferisco in particolare alle «tendenze omosessuali profondamente radicate» che impediscono l’ammissione al seminario, e che la Ratio (citando l’Istruzione del 2005) contrappone alle «tendenze omosessuali che fossero solo l’espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un’adolescenza non ancora compiuta»; queste ultime non sono un impedimento purché siano chiaramente superate almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale (§ 200).

Innanzitutto bisognerebbe capire come si può, a priori, distinguere tra le prime (le tendenze omosessuali «profondamente radicate») dalle seconde (le tendenze omosessuali «espressione di un problema transitorio»). Le tendenze omosessuali transitorie sono quelle che passano, ma questo lo si può dire solo quando sono passate.

Il secondo e più importante problema è la contrapposizione tra tendenze «profondamente radicate» e «transitorie». Significa che le tendenze omosessuali «profondamente radicate» non possono essere transitorie? Peggio ancora: esistono due tipi di omosessualità, una transitoria ed una immodificabile, (e quindi) costituzionale. Questa cosa non solo non è data e non è verificabile, ma è pure un assist formidabile a quella «cultura gay» che la Ratio stigmatizza.

Questo «equivoco» nasce nel 1975, con la promulgazione di Persona humana. Alcune questioni di etica sessuale. Al § 8 il documento recita (grassetto mio):

«Ai nostri giorni, contro l’insegnamento costante del magistero e il senso morale del popolo cristiano, alcuni, fondandosi su osservazioni di ordine psicologico, hanno cominciato a giudicare con indulgenza, anzi a scusare del tutto, le relazioni omosessuali presso certi soggetti. Essi distinguono – e sembra non senza motivo – tra gli omosessuali la cui tendenza, derivando da falsa educazione, da mancanza di evoluzione sessuale normale, da abitudine contratta, da cattivi esempi o da altre cause analoghe, è transitoria o, almeno, non incurabile, e gli omosessuali che sono definitivamente tali per una specie di istinto innato o di costituzione patologica, giudicata incurabile.

Ora, per ciò che riguarda i soggetti di questa seconda categoria, alcuni concludono che la loro tendenza è a tal punto naturale da dover ritenere che essa giustifichi, in loro, relazioni omosessuali in una sincera comunione di vita e di amore, analoga al matrimonio, in quanto essi si sentono incapaci di sopportare una vita solitaria.

[…] non può essere usato nessun metodo pastorale che, ritenendo questi atti conformi alla condizione di quelle persone, accordi loro una giustificazione morale. Secondo l’ordine morale oggettivo, le relazioni omosessuali sono atti privi della loro regola essenziale e indispensabile. Esse sono condannate nella sacra Scrittura come gravi depravazioni e presentate, anzi, come la funesta conseguenza di un rifiuto di Dio».

Questo brano è stato spesso (per superficialità o malizia) utilizzato per affermare l’esistenza di due tipi di omosessualità (una transitoria ed una innata e costituzionale). Rileggendo con attenzione il brano – in effetti dalla sintassi complessa – aiutati dal grassetto si vede chiaramente quanto questa interpretazione sia fuorviante ed errata.

La stessa interpretazione è entrata (speriamo per errore) nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Nell’edizione ad experimentum (1992) si leggeva «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate»; nella aeditio typica (1997) questa affermazione è stata opportunamente corretta con «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate» (§ 2358). Ovviamente non è una modifica cosmetica: «profondamente radicate» non è un eufemismo per «innate».

Eppure, nell’Istruzione del 2005 troviamo le tendenze «profondamente radicate» contrapposte a quelle «innate»; e così, pari pari, nella Ratio.

Il Magistero sull’omosessualità (soprattutto i documenti firmati da Giovanni Paolo II e dal cardinale Ratzinger) brilla per chiarezza e semplicità; sarebbe bene recuperarlo, anziché perdersi in distinzioni inesistenti e dalle conseguenze negative.

(fonte: lanuovabq.it)

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