La protestantizzazione della Chiesa cattolica

Dal Vaticano II ad oggi, la Gerarchia ha dimenticato che la prima misericordia verso l’errante è condannarne l’errore.

di Don Giorgio Ghio (14-09-2016)

«Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando» (Giovanni XXIII, Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962).

La medicina della misericordia va usata solo con l’errante o anche con l’errore? A tale quesito, apparentemente peregrino, la retta ragione non consente di dare se non questa risposta: solo con l’errante (qualora dia segni di disponibilità al ravvedimento e fino a che l’ostinazione non obblighi alla sanzione) e con il preciso scopo di ricondurlo al riconoscimento della verità. L’idea che si possa curare l’errore con la misericordia, invece, è semplicemente assurda: l’uomo ragionevole ha infatti l’obbligo di coscienza non solo di individuarlo, ma anche di confutarlo e di combatterlo. L’errore è un male in sé e, come una malattia, va debellato prontamente perché non si propaghi, infettando le menti e corrompendo la vita morale. A maggior ragione questo ineludibile dovere grava sui Pastori della Chiesa, che devono rispondere a Dio non solo dell’anima propria, ma anche di quelle altrui.

konzil_edwjpg-jpg-konzil_edwjpgNon intendiamo insinuare che papa Giovanni XXIII abbia positivamente voluto aprire un varco alle eresie; ma la sua affermazione, pronunciata in una circostanza che non poteva darle maggiore risonanza e autorevolezza, suona per lo meno ambigua: di fatto, come dimostra la storia degli ultimi cinquant’anni, essa è stata interpretata e applicata come un invito ad abbandonare l’apologetica e la vigilanza sulle deviazioni dottrinali, che continuamente minacciano la fede del popolo cristiano e mettono in pericolo la salvezza delle anime. È forse possibile, del resto,esporre più chiaramente il valore dell’insegnamento della Chiesa senza al contempo condannare e correggere con rigore le opinioni che lo contestano o relativizzano?

È così che i principali assunti dell’eresia luterana, che erano del tutto estranei alla sensibilità e alla pratica religiosa dei cattolici, si sono potuti infiltrare nella teologia, nella catechesi e nella prassi, fino a generare in chierici, religiosi e fedeli una forma mentis tipicamente protestante. Ciò non sarebbe stato possibile, ovviamente, se alcune menti perverse ormai libere di agire, con il pretesto dell’aggiornamentorichiesto dal Vaticano II, non avessero gettato a piene mani, nell’insegnamento e nella pastorale, i germi della dissoluzione dottrinale e morale. La loro opera demolitrice si spacciò per una liberazione dal dogmatismo e rigorismo del passato, opportunamente denigrato e respinto in toto come oppressiva negazione clericale della libertà evangelica.

Dato che il popolo cristiano praticante era in genere efficacemente vaccinato contro gli errori del modernismo, la loro virulenza mortale doveva essergli iniettata per via endovenosa dietro apparenze innocue. La storiografia liberale aveva già ampiamente provveduto a creare leggende nere sulla storia della Chiesa, suscitando nei suoi confronti – almeno negli ambienti intellettuali – ostilità e pregiudizio. Ora sarebbe bastato renderle di pubblico dominio, ratificando in modo acritico le tesi dei massoni con il pretesto dell’apertura al mondo e instillando nei cattolici un atteggiamento aprioristicamente sfavorevole nei confronti del loro passato. Se il caso Galilei serviva ottimamente alla causa dello scientismo evoluzionistico, il caso Lutero si prestava benissimo ad attaccare la pretesa di verità del Magistero ecclesiastico.

Oggi qualsiasi “cattolico adulto” prova istintivo fastidio a proposito del Concilio di Trento (del quale, peraltro, sa poco o nulla), mentre è preso da innata simpatia per il “riformatore” del ‘500, incompreso e ingiustamente condannato da un Papato corrotto che prosperava sul denaro delle indulgenze e sulla sottomissione dei principi cristiani. Niente di strano, in fondo, se oggi lo si esalta come un mistico e un santo, benché la sua vita e la sua morte non abbiano granché di edificante; ma chi siamo noi per giudicare? Un po’ più strano è il fatto che, a compiere tale esaltazione, siano gli organi di stampa ufficiali e chi dovrebbe guidare il Popolo di Dio… Come non scorgere in tutto questo una strategia di lungo respiro? Ma veniamo a una breve considerazione dei principali aspetti di quella che si può a ragione chiamare protestantizzazione della Chiesa Cattolica, fenomeno che tocca praticamente tutti gli ambiti della sua vita.

Il libero esame della Sacra Scrittura è stato probabilmente l’arma più sottile e invasiva, che ha distrutto il principio di autorità. Chierici, religiosi e laici impegnati sono generalmente convinti che l’interpretazione del testo sacro sia un fatto privato, un esercizio col quale ognuno, secondo uno pseudo-monaco dei più letti e presenti a livello mediatico, ricava da esso le proprie norme di comportamento. È inopportuno ricordare che la Rivelazione scritta, provenendo dagli Apostoli e da persone della loro cerchia, va letta sotto la guida del Magistero perpetuato dai loro successori? La Scrittura, inoltre, è inseparabile dalla Tradizione, con la quale forma un tutt’uno: quanti la leggono invece a prescindere dall’insieme delle verità di fede e dalla lettura costante che ne ha fatto la Chiesa, come se fosse un pretesto per fantasie soggettive o per dibattiti comunitari, distorcendola e dissacrandola con l’intento di attualizzarla?

Questo atteggiamento individualistico nell’accoglienza della Rivelazione divina sfocia in un fideismo selettivo, volontaristico e antropocentrico: le verità di fede sono accolte o scartate in base alle proprie convinzioni personali; l’adesione non è libera risposta alle interiori sollecitazioni dello Spirito Santo, ma decisione autonoma della volontà naturale; al centro del processo non c’è Dio che si svela, ma l’uomo con le sue idee e le sue velleità. In tale fideismo si respingono per principio i fondamenti razionali della fede perché limiterebbero la libertà di coscienza nelle scelte religiose; ma proprio questo rifiuto, paradossalmente, getta il “credente” sulla via del razionalismo, poiché egli si affida unicamente, in realtà, alla sua ragione naturale. In campo morale, analogamente, egli è convinto di confidare nell’aiuto di Dio, che rende possibile quanto gli è difficile, ma ignora la necessità e la maniera di cooperare con la grazia, sottraendole così ogni supporto e rinchiudendosi, di conseguenza, in un agire puramente umano. A parole si proclama che Dio fa tutto, ma in realtà fa tutto l’uomo: è un quietismo che si risolve in attivismo.

La relazione personale con Dio salta molto spesso le diverse mediazioni ecclesiali (Magistero, Sacramenti, Gerarchia), che le impedirebbero di esser spontanea e diretta. Si persegue e incoraggia, su questa base, un’autenticità concepita come semplice accettazione del proprio essere peccatori, quasi questo bastasse ad assicurare al cristiano la benevolenza divina. In questo quadro la grazia, da comunicazione soprannaturale di Dio recepibile da chi abbia le disposizioni necessarie e capace di trasformarlo dall’interno, scade a mero favore esterno che coprirebbe i peccati anche in assenza di correzione, assicurando la salvezza senza merito a chiunque vi si affidasse per pura fede. Ecco allora una “misericordia” che chiude gli occhi sulle responsabilità umane lasciando tutto com’è, in paradossale contraddizione con il rigorismo scritturistico dei recenti movimenti evangelici.

Tale concezione estrinseca della grazia e della giustificazione (che con la dottrina cattolica ha in comune soltanto i termini, riempiti però di significati estranei), combinata con un falso rapporto con la Scrittura e con Dio, ha gravi ricadute sulla visione della coscienza individuale, che non accetta più indicazioni di alcun genere né tanto meno restrizioni alla libertà personale. Le scelte morali sono sottratte a qualsiasi giudizio che non sia quello soggettivo dell’individuo, legato agli umori e alle circostanze. Ai ministri della Chiesa non è più riconosciuta alcuna autorità in questo campo, con un completo capovolgimento dell’ordine ecclesiale anche sul piano del governo pastorale: essi devono limitarsi a “presiedere” un’assemblea liturgica composta di eguali, che si sentono uniti non da vincoli dottrinali, sacramentali e gerarchici, ma da una volontà naturale di amore reciproco e di servizio ai poveri – spesso una mera velleità priva di movente soprannaturale.

Per poter imporre questa visione sociologica della Chiesa e della vita cristiana, fondata sugli errori protestanti, bisognava tuttavia procedere allo smantellamento di quel baluardo vivente della fede e della grazia che è la liturgia. La “riforma” elaborata dopo il Concilio segue pedissequamente gli abusi introdotti da Lutero nella prima fase della sua rivoluzione, quando fece credere di voler semplicemente riportare il cristianesimo alla sua forma originale e ripristinare il “vero” carattere conviviale della Messa: eliminazione del latino a favore del volgare, soppressione dell’offertorio, cancellazione del linguaggio sacrificale, riedizione del memorialeebraico, riduzione del sacerdozio a presidenza… le stesse scelte che da mezzo secolo imperano nella Chiesa “rinnovata”. Si trattava in realtà di invenzioni che rompevano la continuità con l’età apostolica, pur sussistendo forse la validità della consacrazione finché vissero sacerdoti validamente ordinati che intendevano fare ciò che la Chiesa da sempre fa nel Sacrificio eucaristico.

Di fatto, la messa di Lutero si evolse nella Cena luterana, mera rievocazione comune del pasto in cui il Signore istituì l’Eucaristia, nella quale Egli si troverebbe momentaneamente in virtù della fede dei presenti e non per la formula consacratoria pronunciata dal celebrante. C’è da ritenere che molti chierici e fedeli, oggi, non credano più alla Presenza reale e permanente di Cristo sotto le specie consacrate; basti pensare al modo in cui le si tratta, affidandone la distribuzione a chiunque capiti, o alla facilità con cui si sono diffuse le nuove “preghiere eucaristiche” della conferenza episcopale svizzera, che sottendono una dottrina decisamente protestante: vi si parla di popolo radunato per la santa cena, mentre l’epiclesi non chiede infallibilmente il miracolo della transustanziazione, ma che Gesù sia «presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue».

Il soggetto di questo rito è l’assemblea: il nuovo ordo missae (con una formula peraltro caduta in disuso) si apre invitando i fedeli a riconoscere i propri peccati «per celebrare degnamente i santi misteri»; il terzo canone esordisce con una lode al Padre che, per mezzo del Figlio e dello Spirito Santo, fa vivere e santifica l’universo (a prescindere dal sacrificio di Cristo?), pur continuando a radunare un popolo che offra al Suo nome il sacrificio perfetto (a quale scopo, a questo punto? E il prete che fa?)… Si comprende perché molti sacerdoti, specie di una certa età, si rifiutino di celebrare da soli ed esigano l’Amen di assenso dai comunicandi; essi, probabilmente, non sanno più chi sono e perché ci siano: c’è da meravigliarsi che non attirino vocazioni o, in caso contrario, allevino piuttosto futuri intrattenitori od operatori sociali?

La falsa idea dell’assemblea celebrante è connessa con quella del sacerdozio universale, che, compresa in maniera protestante, offusca il carattere ontologico del ministero ordinato, di modo che non lo si distingua più adeguatamente da quello che solo per lontana analogia può essere chiamato sacerdozio battesimale. Ne consegue un egualitarismo in diretta contraddizione con la costituzione divina del Corpo mistico, articolato in diversi gradi gerarchici necessari al suo sviluppo e alla sua sussistenza. Perfino la Madonna e i Santi hanno subìto, nella sensibilità dominante, un livellamento democratizzante: è ormai proibito parlare di privilegi mariani o di grazie speciali riservate ad eletti, mentre il loro culto non è più inteso come un onorarli che ridonda ultimamente su Cristo e ci assicura la loro mediazione, ma come un sentirli fratelli che ci hanno semplicemente preceduto nel cammino in qualità di credenti, mentre le loro imprese sono ricordate in chiave umanitaria e progressista, con evidenti distorsioni della realtà storica.

A voler considerare gli eventi da un punto di vista provvidenziale, gli immensi mali provocati dalla rivoluzione protestante son stati ampiamente compensati dal bene che ne è indirettamente scaturito: il profondo rinnovamento e la fioritura straordinaria della Chiesa Cattolica determinati dal Concilio di Trento, grazie al quale gli sforzi di riforma già avviati per opera di diversi Santi furono assunti e rilanciati a livello universale. La situazione odierna si differenzia per il fatto che ora l’errore è accolto e propagato da buona parte della gerarchia, la quale all’inizio, come Lutero, ha voluto far credere di voler giusto riformare la vita ecclesiale, piuttosto che costruire artificialmente un nuovo cristianesimo. Il danno, quindi, è per molti versi ben peggiore; ma qual è il bene che la Provvidenza vuole trarne? Per il momento possiamo solo tentare delle ipotesi.

In alcune persone che, per errore invincibile, erano in buona fede, pur nel traviamento generale, e in altre che, allontanatesi disgustate dalla Chiesa, si sono successivamente convertite, lo Spirito Santo ha già portato un frutto prezioso: una più personale interiorizzazione di certe verità di fede e della pratica religiosa, per quanto ancora difettosa. Proprio questa crescita spirituale ha portato molte di esse a cercare basi più solide e a riscoprire la Tradizione, così da poter riconoscere i limiti della formazione ricevuta e comprendere le ragioni dell’evidente decadenza dell’ambiente ecclesiale. Il loro attaccamento al cattolicesimo tradizionale è generalmente forte e ben motivato, dato che nasce dall’esperienza diretta dei guasti prodotti dal post-concilio. Applicando una metafora di san Paolo da lui riferita a un altro problema, possiamo affermare che Dio, mediante la conversione, ha potuto innestarle di nuovo sull’olivo franco da cui erano state recise. È naturale che dobbiamo immensa gratitudine a chi ha permesso all’olivo franco di sopravvivere perché, oggi, questo fosse possibile. Se vogliamo parlare di segni dei tempi, questo ne è senz’altro uno.

FONTE: civiltacristiana.com

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