Cascina, la sindachessa Don Camillo e il parroco Peppone

Cascina, nella provincia di Pisa, è uno di quei Comuni dove per 70 anni regnava senza rivali la sinistra che col vecchio PCI doppiava la DC. Susanna Ceccardi, non solo ha costretto il sindaco uscente del PD al ballottaggio, ma è riuscita a sconfiggerlo. Ma contro di lei, don Camillo in gonnella, si è scagliato un sacerdote, don Zappolini, nel ruolo di don Peppone.

di Renzo Puccetti (18-07-2016)

Caro direttore,

con gli amici della Bussola vorrei riflettere su un fatto partendo da una piccola storia, una di quelle che il grande Guareschi usava per insegnarci tante cose. Susanna Ceccardi è una giovane donna che per 5 anni ha seduto all’opposizione nei banchi del consiglio comunale di Cascina, secondo comune della provincia di Pisa per numero di abitanti. Alle recenti elezioni si è presentata come candidata a sindaco sostenuta da tutto il centrodestra.

Il sindaco Susanna Ceccardi bussa alla porta del Comune di Cascina.
Il sindaco Susanna Ceccardi bussa alla porta del Comune di Cascina.

Esponente della Lega, Ceccardi ha condotto una campagna elettorale in modo molto dinamico, riuscendo a portare il segretario Salvini per ben due volte in città ad appoggiarla. Cascina è uno di quei Comuni dove per 70 anni chi avrebbe vinto lo si sapeva già prima delle elezioni, tanto era incontrastato il dominio della sinistra, che col vecchio Pci doppiava la Dc. Susanna Ceccardi non solo ha costretto il sindaco uscente del Pd al ballottaggio, ma è riuscita a sconfiggerlo, impresa che ha dell’incredibile e mai riuscita ad altri.

Al prefetto il sindaco Ceccardi ha detto chiaro e tondo che la sua amministrazione, su mandato del popolo che l’ha eletta, non aveva alcuna intenzione di ricevere altri immigrati sul proprio territorio, né che avrebbe dato alcuna collaborazione. Il parroco di Cascina si chiama don Paolo, lo riconosci da un chilometro per il fatto che gira sempre in talare. Nei giorni scorsi ha fatto visita in comune al neo sindaco portandole in dono un crocifisso, subito appeso nella propria stanza dalla Ceccardi che ha dichiarato che avrebbe controllato la presenza del crocifisso in tutte le aule e in tutti gli edifici di pertinenza del comune. Apriti cielo. Ad accendere le polveri contro il sindaco appena eletto ha provveduto don Armando Zappolini, prete nella confinante diocesi di San Miniato che se Checco Zalone lo incontra, non lo riconosce manco da un metro.

È vero che l’abito non fa il monaco, ma da uno che sta a discettare a destra e manca di legalità, ci si attenderebbe che almeno desse l’esempio osservando quella legge canonica che lo riguarda e che gli prescrive d’indossare l’abito ecclesiastico. Don Zappolini ha bacchettato il sindaco dichiarando al quotidiano locale che «È strano attaccare il simbolo e poi comportarsi all’opposto […] É un cazzotto nell’occhio dire non voglio immigrati e poi attaccare il crocifisso al muro». Zappolini, quanto a stranezze farebbe bene a pensare alle sue. In una trasmissione televisiva a cui ero stato invitato me lo sono trovato a difendere la legge sulle unioni gay. È strano essere prete della Chiesa cattolica e poi sostenere l’opposto del suo insegnamento, tanto strano che al conduttore ho domandato in diretta se per caso fossimo su scherzi a parte.

Don Armando Zappolini
Don Armando Zappolini

Don Zappolini è anche il presidente onorario dell’associazione e il parroco della parrocchia che hanno organizzato la “festa di fine ramadan” alla presenza del nuovo vescovo di San Miniato (clicca qui). Chissà se nel suo intervento Zappolini ha spiegato agli ospiti islamici la sua visione su quanto sia giusto riconoscere le unioni dello stesso sesso. Dopo Zappolini è stata la volta del professor Giulio Fabbri. «Gesù si identifica col povero, il malato, il carcerato e… lo straniero […] La presenza del crocifisso deve essere accompagnata da una politica dell’accoglienza, altrimenti la croce potrebbe diventare segno identitario di una nostra chiusura e di un diffuso egoismo”, ha dichiarato l’esponente diocesano dell’Uciim (Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori e Formatori). A questi la Ceccardi ha risposto, per nulla intimidita, con un comunicato in cui ha citato integralmente un passaggio del n. 2241 del Catechismo della Chiesa cattolica: «Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri». Come si dice, chi di dottrina ferisce, di dottrina perisce e rilevare tanta autoreferenzialità circa la dottrina sociale della Chiesa da parte di esponenti del clero e del laicato impegnato è un sintomo dello sbando totale a cui ci ha ridotto la pastorale sin qui seguita.

L’importanza di questa piccola storia, importante almeno per me, è che da essa ho tratto alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che l’abbandono della prospettiva dei principi non negoziabili, da un lato porta a considerare negoziabile ciò che non lo è – la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio monogamico eterosessuale indissolubile ed aperto alla vita -, dall’altro fa apparire come non negoziabile ciò che invece lo è – la gestione del problema migratorio -. Nel passaggio del catechismo citato dalla Ceccardi, si esprime infatti con chiarezza la possibilità di subordinare il bene dell’accoglienza ad un bene più grande, identificato col bene comune. Ma cos’è il bene comune? Ce lo dice di nuovo il Catechismo al n. 1906: «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Esso, si legge, «comporta tre elementi essenziali».

Per scoprire quali siano non si deve fare una gran fatica, basta proseguire la lettura dei numeri 1907-1909: rispetto della persona, benessere sociale e pace. Riguardo quest’ultima si precisa che «Suppone quindi che l’autorità garantisca, con mezzi onesti, la sicurezza della società e quella dei suoi membri» (CCC n. 1909). Giunti a questo punto, il bravo amministratore che ha a cuore il bene comune potrebbe, o forse dovrebbe, leggere le statistiche, che qualche cosa col bene comune e la sicurezza hanno a che fare.

A fronte di una presenza di stranieri pari all’8,2%, il dato aggiornato al 30 giugno 2016 ci dice che gli stranieri in carcere sono 18.166 su un totale di 54.072 detenuti (33,6%) (clicca qui). Questo significa che uno straniero ha una probabilità del 400% più alta di finire in galera, dato che, al netto di ogni garantismo, ha una qualche relazione con comportamenti delinquenziali. I motivi sono diversi e non è qui la sede per discuterne; non è una questione etnica ma non è neanche vero ciò che ascoltai una volta da quel raffinato intellettuale che è Vittorio Zucconi, secondo cui il fenomeno si spiega con il fatto che in carcere ci finiscono solo i poveracci e non i delinquenti ricchi che possono pagarsi fior fiore di avvocati. Infatti se così fosse dovremmo rilevare una percentuale assai più bassa di stranieri tra i denunciati rispetto agli incarcerati.

Invece il rapporto del Ministero dell’Interno sui “dati statistici sull’immigrazione in Italia dal 2008 al 2013 e aggiornamento 2014” (clicca qui). Ci dice (da pagina 77 a pagina 100 nel quadro su “Stranieri e criminalità”) che nel 2013, ultimo anno disponibile, la percentuale di stranieri sul totale dei segnalati all’autorità è stata pari al 31,36%, dunque ancora una volta quadruplo rispetto alle presenze straniere (che nel 2013 era il 7,4% della popolazione). In 26 province italiane la percentuale si situa oltre il 40%. Riguardo alle varie tipologie di reato abbiamo che gli stranieri sono coinvolti nel 32,01% dei tentati omicidi (70% a Pisa, nella provincia del sindaco Ceccardi), nel 38,93% delle violenze sessuali (il 24,82% su minori di 14 anni), nel 49,96% dei furti (54,16% per i furti nelle abitazioni, dove le persone si sentono violate nella loro intimità), nel 38,47% delle rapine (47,85% nelle abitazioni, spesso esperienze di terrore), nel 38,55% dei sequestri di persona, nel 37,15% dei reati legati alla produzione, traffico e spaccio di droga, nel 60,26% dei reati legati alla prostituzione e alla pornografia minorile.

Possiamo concludere che la legge dei numeri sta ad indicare che gli stranieri hanno una probabilità di essere coinvolti nei reati più gravi 4-8 volte maggiore rispetto ai nativi e che dunque riempire il proprio comune di stranieri non corrisponde esattamente ad aumentare la probabilità che i propri cittadini s’imbattano nel Lupo De’ Lupis, “il lupo tanto bonino” del cartone animato di Hanna-Barbera. Il razzismo qui non c’entra una cippa, se non altro la mia vicenda umana lo sta a dimostrare.

Un assassino è un assassino e una vittima è una vittima indipendentemente dal colore della pelle e dalla nazionalità. Non sappiamo la dinamica che a Fermo ha portato alla morte di Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano cristiano rifugiatosi in Italia dopo essere scampato a Boko Haram. I fatti saranno esaminati al processo, ma la solidarietà a chi è vittima e la condanna dei violenti deve essere sempre chiara e netta, a prescindere dal colore della pelle, dalla nazionalità e da qualsiasi altra circostanza. Non assassinare, cioè non uccidere un innocente, è un assoluto morale sempre proibito. Ed è proprio perché non ci sono vittime di serie A e vittime di serie B che un governante deve pensare al bene comune.

Ospitare o meno quelli che sono immigrati clandestini, solo una minoranza dei quali verrà in seguito riconosciuta dalle autorità come rifugiato (nel 2015 i dati ufficiali indicano che sono sbarcate in Italia 153.842 persone, le richieste di asilo sono state 83.970 e quelle accolte sono state soltanto 29.548, ovvero il 41% delle 71.117 domande esaminate. Dunque solo il 19% degli sbarcati nel 2015 sono effettivamente rifugiati riconosciuti), è un atto che implica dunque l’esercizio della virtù della prudenza, ovvero di un uso eccellente della ragione.

Il rifiuto non può essere considerato sic et simpliciter una violazione del comandamento cristiano all’amore fraterno, perché questo implica l’amore anche per le donne stuprate e sfruttate sul marciapiede e la pace dei propri cittadini e perché accogliere l’immigrato clandestino non è un assoluto morale, o almeno non lo è per la Chiesa cattolica; forse lo è per la dottrina di Zappolini e Fabbri, forse lo è per la loro coscienza che non sta certo a me giudicare, ma per lo stesso principio Zappolini & Co. dovrebbero astenersi dal giudicare la coscienza altrui. A cominciare da quella del sindaco della Lega Ceccardi.

FONTE: lanuovabq.it

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