L’insostenibile tesi del cardinale Schönborn

Nell’intervista rilasciata a Spadaro, l’arcivescovo di Vienna afferma che l’Amoris Laetitia di papa Francesco non contiene mutamenti della dottrina. Ma è vero il contrario: i cambiamenti sono molti, troppi, e riguardano la concezione cattolica della morale e la dottrina sacramentale.

di Stefano Fontana (09-07-2016)

Dell’intervista rilasciata dal cardinale Schönborn a padre Antonio Spadaro (Civiltà Cattolica) sulla corretta interpretazione dell’Amoris Laetitia (AL) molti sono già intervenuti, come documentato da La Nuova Bussola Quotidiana. Desidero qui soffermarmi su un solo aspetto, che mi sembra tra i più importanti. Il cardinale dice che l’Esortazione apostolica di Papa Francesco non contiene mutamenti della dottrina. Contiene piuttosto degli sviluppi, da cui bisogna partire per leggere anche i precedenti interventi del magistero, come dopo il Vaticano II si è partiti da esso per rileggere il precedente magistero.

AUDIENZ ÖSTERREICHISCHER BISCHÖFE BEI PAPST FRANZISKUS
Schönborn e Francesco

Quest’ultima affermazione è piuttosto grave, perché la verità è piuttosto il contrario, ma in questo momento mi interessa invece l’affermazione secondo cui nella AL non ci sarebbero cambiamenti di dottrina. Ora, non riesco a capire come si possa sostenere una cosa del genere. Di cambiamenti di dottrina ce ne sono, e molti. Essi riguardano la concezione cattolica della morale e la dottrina dei sacramenti, in particolare quello della comunione eucaristica. La prima cosa da fare è quindi, a mio avviso, prendere atto delle notevoli e innegabili discontinuità dottrinali.

A proposito della visione cattolica della morale, alcune novità dell’Amoris Laetitia riguardano l’impostazione stessa della morale e il rapporto tra legge morale, coscienza e situazioni particolari di vita. L’enciclica Veritatis splendor (1993) di Giovanni Paolo II non presenta mai la legge morale come una astrattezza che debba venire a patti con la situazione concreta e la coscienza come lo strumento di questo compromesso. A proposito di questa visione il paragrafo 56 dice: «Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette pastorali contrarie agli insegnamenti del magistero e giustificare un’ermeneutica “creatrice”, secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare». Credo sia difficile negare che, invece, proprio questo propone la AL, che è tutta impostata sulla pastorale del caso per caso, o del “discernimento”. La discontinuità dottrinale qui è evidente.

La Veritatis splendor sostiene con chiarezza che è possibile conoscere e valutare secondo la morale situazioni oggettive di peccato, che è cosa ben diversa dal giudicare i peccatori. Questo invece viene negato dall’Amoris Laetitia, secondo la quale fermarsi alla situazione oggettiva sarebbe applicare una morale astratta che non si cura di conoscere la situazione reale e concreta delle persone. La differenza è enorme e riguarda i termini della valutazione morale delle azioni. L’importanza dell’oggetto materiale dell’azione morale in ordine alla valutazione morale dei comportamenti umani passa in assoluto secondo piano (si veda, per esempio, il n. 298).

Il divieto dell’adulterio è da considerarsi un precetto morale negativo a carattere assoluto, come dice il Catechismo al n. 1756. La dottrina delle azioni intrinsecamente cattive (intrinsece mala), verso le quali la coscienza non ha margini di discernimento, perché si tratta di “atti non ordinabili a Dio”, è definita dalla Veritatis splendor nei paragrafi 67, 78, 79, 80. 81, 82, e dal Catechismo al n. 1761. L’Amoris Laetitia, però, nega che l’adulterio sia un atto intrinsecamente cattivo e nega l’esistenza stessa di atti intrinsecamente cattivi. Tanto è vero che dispone nei confronti dei divorziati risposati la possibilità di un discernimento pastorale per l’accesso all’Eucarestia ed esplicitamente afferma che «è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (305).

Questo ultimo punto elimina la nozione di “peccato mortale” che la Veritatis splendor invece ribadiva nella tradizionale distinzione con il peccato veniale (nn. 69, 70). Il peccato mortale, vi si legge, c’è in tutte le «disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave». Quindi anche nell’adulterio in caso di secondo matrimonio dopo il divorzio. Ammettere la possibilità dell’accesso all’Eucarestia per i divorziati-risposati è quindi in discontinuità nei confronti della dottrina cattolica del peccato.

In nessun luogo dell’insegnamento della Chiesa si dice che il sacramento, come per esempio quello del matrimonio, è un “ideale” da raggiungere, come invece si dice nell’Amoris Laetitia. Qui le cosiddette situazioni “irregolari” sono presentate come una forma inadeguata rispetto alla pienezza del matrimonio. Nei confronti delle persone in esse coinvolte, quindi, sarebbe possibile agire per valorizzare gli elementi positivi piuttosto che condannare quelli negativi. Ma il matrimonio non è un ideale da raggiungere, come i peccati non sono “fragilità” o forme imperfette di bene.

Nell’Amoris Laetitia ci sono molte concessioni a teorie morali che la Veritatis splendor condannava, come per esempio quella della “opzione fondamentale” o il consequenzialismo. Si fa in qualche modo riferimento alla teoria dell’opzione fondamentale quando si sostiene che la scelta per una azione intrinsecamente cattiva non è di per sé sufficiente a rompere il rapporto con Dio. Come se questo fosse garantito appunto da una opzione fondamentale che può continuare a sussistere al di sopra delle nostre scelte particolari. Ci si riferisce al consequenzialismo quando si assegna all’intenzione dell’agente il ruolo di entrare come oggetto formale assieme all’oggetto materiale nella definizione dell’oggetto morale in quanto tale.

Questi non sono che pochi cenni su un problema oggettivo. L’Amoris Laetitia è anche un insegnamento dottrinale e molte delle dottrine presentate sono diverse in modo rilevante da quella fino ad allora insegnate dalla Chiesa. È un esercizio spericolato sostenere che l’Amoris Laetitia sia uno sviluppo della Veritatis splendor, quando la contraddice su molti e importanti punti. Per cui, ripeto, qualsiasi altra valutazione dovrebbe partire da questo riconoscimento dovuto, che però il cardinale Schönborn, ed altri con lui, nega.

FONTE: lanuovabq.it

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