La (in)Civiltà (ex) Cattolica rilegge Newman. Ma a modo suo

In un recente articolo de La Civiltà Cattolica, in riferimento all’esortazione Amoris laetitia, si dice che è «opportuna una riformulazione dell’enunciazione del deposito della fede… affinché sia efficace sotto il profilo pastorale». Nell’articolo, si cita a conferma di ciò anche il beato J.H. Newman. Ma è davvero così? Assolutamente no.

di Lorenzo Bertocchi (08-05-2016)

Nella conferenza stampa di presentazione dell’esortazione post-sinodale, il cardinale Schönborn ha espressamente indicato che in Amors laetitia «non c’è cambiamento, c’è sviluppo» rispetto al magistero precedente. Per Schönborn «molto era implicito nella Familiaris Consortio: lo sviluppo è che papa Francesco lo dica esplicitamente.

È il caso classico dello sviluppo organico della dottrina». Questa linea di lettura è stata ribadita dall’influente rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, con un articolo di padre Thomas Rausch, che nell’ultimo numero parla di sviluppo della dottrina, sottolineando la preoccupazione di papa Francesco per “ricontestualizzarla”.

Ma non mancano i critici, come ad esempio il filosofo tedesco Robert Spaemann, che ha chiaramente detto che «l’articolo 305, insieme con la nota 351, in cui si afferma che i fedeli “entro una situazione oggettiva di peccato” possono essere ammessi ai sacramenti “a causa dei fattori attenuanti”, contraddice direttamente l’articolo 84 della Familiaris consortio di Giovanni Paolo II». La linea di interpretazione proposta nell’articolo de La Civiltà Cattolica, evidentemente con riferimento ad Amoris laetitia, invece, considera che è «opportuna una riformulazione dell’enunciazione del deposito della fede, ossia della verità della dottrina, chiarendone il significato e dandogli nuova veste espressiva affinché sia efficace sotto il profilo pastorale».

Il card. Newman non avrebbe "brindato" all'Amoris laetitia.
Il card. Newman non avrebbe “brindato” all’Amoris laetitia.

Nell’articolo di Rausch si cita anche il Beato J.H. Newman (1801-1890), autore di un importante studio intitolato proprio Sviluppo della dottrina cristiana. Dopo la conversione, maturata nel 1845, Newman giunse a Roma per poi entrare nell’Oratorio di S. Filippo Neri. La Nuova BQ ha fatto alcune domande proprio a un oratoriano, padre Mauro De Gioia, preposito dell’oratorio di Genova, per comprendere meglio il pensiero del beato Newman.

Padre De Gioia, spesso la gente, fedeli e non, si chiede se è possibile, e in che termini, uno sviluppo della dottrina cattolica. Il beato J.H. Newman viene spesso citato al proposito. Perché?

John Henry Newman ha profondamente riflettuto su questo tema, anche perché lo riguardava direttamente nel suo avvicinarsi alla Chiesa cattolica. Molti elementi del cattolicesimo a lui contemporaneo non erano visibili nella Chiesa primitiva e il mondo anglicano da cui lui proveniva considerava queste “novità papiste” come delle evidenti corruzioni del dato rivelato. Nel suo Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana Newman innanzitutto riconosce che essa è un’ “idea vivente”, cioè – per dirlo con le sue parole – qualcosa che non è “semplicemente ricevuto in modo passivo in questa o in quest’altra forma da molte menti, ma diventa un principio attivo dentro di loro, conducendole a una sempre nuovo contemplazione della [dottrina] stessa e a una sua applicazione in varie direzioni e a una sua propagazione in ogni direzione.

Ma come valutare uno sviluppo della dottrina?

«Questo processo non sarà uno sviluppo – continua sempre il nostro Beato – se gli aspetti che lo costituiscono “non appartengono realmente all’idea da cui hanno preso le mosse». Egli così evitando ogni archeologismo o fissismo – potremmo dire: la semplice ripetizione delle formule ricevute – riconosce che il cattolicesimo è la «continuazione storica» della cristianità primitiva, pur presentando elementi non riscontrabili in precedenza. D‘altra parte egli chiarisce bene la differenza tra “corruzione” e autentico sviluppo, che si ha solo dove “gli inizi anticipano le fasi successive e i suoi fenomeni più recenti proteggono e promuovono i più antichi”, evitando così ogni concezione di tipo dialettico dello sviluppo del dogma. Significativamente il “Saggio” che abbiamo citato è rimasto materialmente incompiuto. Con il suo passaggio al cattolicesimo Newman ha sigillato la piena adesione ai principi da lui espressi, che mi sembra costituiscano il fondamento di quella che oggi usiamo chiamare “ermeneutica della continuità”.

Un altro ambito in cui Newman ha fatto studi importanti è quello sulla coscienza. In particolare, di lui si dice spesso che avrebbe affermato un “primato” della coscienza. Autorevoli studiosi, Ratzinger compreso, hanno messo in guardia da facili conclusioni…

Ancora una volta è più semplice e fruttuoso lasciare la parola a Newman stesso, citando la celebre Lettera al Duca di Norfolk, scritta per chiarire il senso del dogma dell’infallibilità pontificia: «La coscienza non è egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con se stessi, bensì la messaggera di Colui, il quale, sia nel mondo della natura sia in quello della grazia, ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è l’originario vicario di Cristo, profetica nelle sue parole, sovrana nella sua perentorietà, sacerdotale nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi».

Quindi la coscienza per Newman, non è una specie di patente per fare ciò che si vuole?

La riflessione di Newman – che ha fortemente influenzato le affermazioni sulla coscienza del Concilio Vaticano II – è antitetica a una concezione meramente soggettivista: la coscienza è vicario e riconosce l’autorità di Chi parla. È organo di giudizio perché ascolta, non capriccioso giudice sotto il quale possa nascondersi il nostro egoismo.

Newman ricordava anche che la responsabilità umana non dipende dalla circostanze, ma, appunto, dalla coscienza. Cosa significa?

Certamente la coscienza esamina anche le circostanze, che costituiscono uno degli elementi della valutazione della moralità di un atto, ma non si appiattisce su un’etica della situazione, che in ultima analisi cerca di giustificare quanto risulta al momento più comodo al soggetto. Dire: “Io, in coscienza” non può mai essere la prima affermazione che facciamo, per evitare ogni confronto, per sostenere che il nostro giudizio non è sindacabile, ma deve sempre essere la conclusione di un lavoro serio di ascolto, di studio, di disponibilità a fare la volontà di Dio. Questo non è solo il pensiero di John Henry Newman, ma anche l’esempio che ci ha lasciato, proprio nel modo in cui ha percorso l’arduo cammino spirituale, esistenziale e intellettuale che lo ha portato alla Chiesa cattolica.

FONTE: lanuovabq.it

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