Etsi… non daretur

I peccati gravi di concubinato e di adulterio permanente sono invece derubricati a fragilità e imperfezioni. In un componimento scolastico si userebbe il rosso per correggere un uso quanto meno improprio delle parole. Il capovolgimento è ormai completo: mentre la virtù risulta qualcosa di nocivo, il vizio è pienamente riabilitato.

di Don Giorgio Ghio (26-04-2016)

Incredibile, ma vero. Intere conferenze episcopali (non ultima, quella italiana con il suo organo di stampa) acclamano alla svolta del Magistero pontificio, per non parlare di parroci, predicatori e confessori. È difficile sostenere che il testo non abbia valore magisteriale dal punto di vista formale; se davvero non lo ha, il motivo è più sostanziale. In ogni caso, l’universale, entusiastico peana non coinvolge soltanto i soliti esponenti del pensiero “laico” (leggi: ateo) dominante e gli onnipresenti vip dalla vita scandalosa che sono ormai modello imprescindibile per i giovani e le famiglie. Sono gli stessi Pastori che, gettando l’ultima maschera, si abbandonano all’ebbrezza di veder finalmente sdoganato ciò, evidentemente, pensavano e facevano già. Sebbene l’esortazione apostolica Amoris laetitia non lo affermi mai esplicitamente, tutti hanno unanimemente riconosciuto che l’accesso ai Sacramenti è d’ora in poi aperto indistintamente a tutti, compresi i pubblici concubini, gli adulteri permanenti e quanti coltivano altre forme di unione (senza specificare quali).

Non che manchino affermazioni formalmente erronee. Ma queste ultime compaiono solamente al culmine di una sfiancante marcia forzata lunga più di duecento pagine (è forse il documento papale più esteso della storia), quando si è ormai inebetiti dai miasmi di un’aura decadente che narcotizza chiunque sia sprovvisto di una solida struttura intellettuale. Come è stato efficacemente osservato, il veleno non è somministrato subito in dose letale, ma spennellato sulle pagine in modo da uccidere insensibilmente il lettore, come nel celebre romanzo compilato da uno dei più noti esponenti, passato di recente davanti al giudizio divino, dell’odierno, sgangherato “pensiero debole” (ovvero la più radicale e aggressiva forma di nichilismo che la storia della cultura abbia mai conosciuto). Tale raffinata tecnica si accoppia con quella rozza – tipica della geovista Torre di guardia – di citare autori della tradizione cattolica estrapolandone delle frasi dal contesto in modo da far loro dire l’opposto o, comunque, da piegarli alla propria tesi, del tutto estranea.

Un tipico esempio, rintracciabile nella nota 329, è quando si cita la Gaudium et spes (§ 51) per scoraggiare, con implicita condanna, la pratica della castità tra conviventi illegittimi, laddove il documento conciliare si riferisce alla regolare vita matrimoniale; il nostro testo contraddice così in modo diretto il magistero di Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio (§ 84). Altri casi eclatanti sono quelli in cui è citato san Tommaso d’Aquino quando tratta di tutt’altra questione (cf. Amoris laetitia, 301.304): il particolare cui si riferisce il Dottore Angelico non designa certo una situazione immorale, ma una possibilità che rientra pur sempre nell’ambito del moralmente lecito; il caso dell’assenza o debolezza di una singola virtù, analogamente, per non essere incompatibile con la presenza e la crescita della carità deve limitarsi a una carenza che, non arrivando fino al peccato in materia grave (il quale priva della vita teologale), non intacca lo stato di grazia.

Ma queste finezze dottrinali, peraltro familiari a chiunque abbia fatto un buon catechismo, paiono inaccessibili al documento in questione, che getta a mare, con estrema disinvoltura, due millenni di insegnamento morale. È così che esso può giungere ad affermare l’inaudito: «Non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” [cosiddetta? lo è o non lo è?] vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante» (Amoris laetitia, 301). Di conseguenza, come si insinua nella nota 336, possono essere ammessi alla ricezione dei Sacramenti, nonché a tutte quelle forme di partecipazione ecclesiale dalle quali sono stati finora – in modo del tutto illegittimo e ingiusto, come bisogna dedurne – esclusi e banditi. Il fatto è che, in realtà, la condizione di quelle persone è oggettivamente una violazione grave dell’ordine stabilito da Dio sul piano sia naturale che soprannaturale; essa è quindi sempre, nonostante qualsiasi altra considerazione, intrinsecamente cattiva, con buona pace dell’arcivescovo di Vienna, i cui marchiani errori non sono scusabili dall’ignoranza. Quanto all’imputabilità morale degli atti umani, essa può essere attenuata solo per le singole azioni, non per una situazione stabile in cui uno si è posto in modo pienamente cosciente e deliberato e dalla quale non vuol recedere.

I peccati gravi di concubinato e di adulterio permanente sono invece derubricati a fragilità e imperfezioni. In un componimento scolastico si userebbe il rosso per correggere un uso quanto meno improprio delle parole. Ma qui, in questo profluvio di misericordia che oscura quella di Cristo stesso, i vocaboli cambiano significato nel quadro di una visione completamente inedita: il matrimonio cristiano, come è stato vissuto finora, è diventato un ideale da raggiungere, mentre le situazioni irregolari si trasformano in realizzazioni parziali e perfettibili di un bene non ancora pienamente attuato. La cosiddetta legge della gradualità, ammissibile unicamente in ciò che è moralmente lecito, diviene così un passe-partout con cui si pretende di rintracciare elementi positivi in condizioni di vita gravemente contrarie ai Comandamenti divini.

Il capovolgimento è ormai completo: mentre la virtù risulta qualcosa di nocivo, il vizio è pienamente riabilitato. La misericordia di Dio, in questa luce, è correlativamente presentata come atteggiamento del tutto unilaterale che non richiede da parte dell’uomo alcuna corrispondenza mediante la propria conversione e correzione. Ma è impossibile accedere al bene e alla grazia senza prima (come si fa nelle promesse battesimali) rinnegare il male e il peccato. O almeno, a quanto pare, lo era fino ad oggi: un nuovo verbo ha posto fine al vecchio mondo dei farisei e ne ha inaugurato uno in cui il peccato mortale non è più un male assoluto, ma può essere addirittura «la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo» (Amoris laetitia, 303). Semplicemente blasfemo.

Come si è potuti arrivare a simili, evidenti aberrazioni nella Chiesa Cattolica? La risposta è nota: mediante quello snaturamento della teologia che va sotto il nome di svolta antropologica. Come è stato di recente dimostrato in un convegno promosso da una benemerita congregazione, ora non a caso liquidata dai commissari pontifici, l’indiscusso autore di tale “rivoluzione copernicana”, Karl Rahner, ha stravolto il metodo teologico fondandolo su premesse filosofiche incompatibili: Kant con la sua illuministica religione nei limiti della sola ragione e i suoi imperativi categorici radicati nella coscienza individuale anziché nell’ordine oggettivo dell’Essere; Hegel con la sua visione gnostica di uno “spirito” immanente che si svilupperebbe in un inarrestabile progresso attraverso il superamento delle antitesi in una superiore composizione dei contrari; Heidegger con la sua falsa concezione storicistica di un uomo dalla natura evolutiva. Una volta rimosso l’impianto realistico proprio della tradizione cattolica e lasciato libero campo a queste filosofie erronee, è teoreticamente arduo confutare le “colonizzazioni ideologiche” del gender. L’America Latina è peraltro già colonizzata da decenni di pseudo-teologia tedesca, che di propriamente teologico non ha più nulla per il semplice fatto che non riconosce più il valore normativo della Rivelazione.

Il punto d’arrivo di questa sorprendente parabola è che un documento pontificio destinato a guidare le scelte di Pastori e fedeli nel delicatissimo campo della morale sessuale e matrimoniale può oggi presentare l’intrinsece malum come possibilità non solo lecita, ma buona e raccomandabile, posta la pretesa valenza positiva, se non sacra, dell’erotismo e del commercio carnale sganciato dalla procreazione (lasciando intendere a piacimento, oltretutto, se omofilo o eterofilo). In una società satura di impudicizia e pornografia, in cui l’impurità, la libidine e la perversione sono già esaltate a tutti i livelli e vengono ormai imposte agli individui fin dalla più tenera età senza che i genitori possano efficacemente opporvisi, quest’ultimo intervento bergogliano sfonda una porta aperta. Di realmente nuovo c’è solo l’imprimatur all’ideologia dominante: d’ora in poi si potrà fare tutto con tanto di benedizione papale e andare in pari tempo disinvoltamente a ricevere l’Eucaristia. È come se il peccato (e con esso la natura decaduta, la concupiscenza, la legge divina, la grazia… Dio stesso) non ci fosse più: etsi peccatum, natura lapsa, concupiscentia, divina lex, gratia… Deus non daretur. Come risultato è sicuramente un grande successo per un liquidatore fallimentare.

FONTE: civiltacristiana.com

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