L’Unità celebra 20 anni di Ulivo, ma c’è poco da festeggiare

L’house organ Dem dedica due pagine alla vittoria elettorale che consegnò il governo agli ex comunisti nell’abbraccio con gli ex Dc. Ma c’è poco da festeggiare: grazie all’Ulivo abbiamo il moloch illiberale dell’Ue, la rivoluzione antropologica e il giustizialismo elevato a programma politico.

di Andrea Zambrano (24-04-2016)

Che cosa ci sarà poi da festeggiare nell’anniversario dell’Ulivo lo sa sanno solo Arturo Parisi e soprattutto i compagni rottamatori della nuova Unità targata Renzi. Apri il l’house organ ufficiale del governo e questo ti squaderna una doppia pagina di commenti e toni trionfalistici. “Lo sapete che il 21 aprile erano 20 anni esatti dalla vittoria di Romano Prodi e Walter Veltroni alle elezioni che per la prima volta consegnarono al governo una forza proveniente da un passato recente comunista e marxista?”, questo il tono della paginata che aveva come elemento portante un’intervista allo scudiero di Prodi. Intervista programmatica con tanto di Amarcord (“Eravamo in treno io e Romano verso Roma e ci dissero che la Lega cresceva: significava che avevamo vinto”) e di confronti programmatici col presente (“Renzi è figlio di quella stagione”).

Poco importa che Renzi abbia poi giubilato Prodi al Quirinale, la stoffa da cattolico democratico comunque è quella e Parisi non ha fatto altro che inaugurare il giubileo degli ulivisti. Ucciso non dalla xylella, ma da D’Alema.

L’intervista è rivelatrice perché è un chiaro tentativo da parte di Renzi di accreditarsi come l’unico erede delle nozze tra gli ex comunisti e gli ex democristiani. Insomma: si vede che, adesso che le cose non sono più rose e fiori bisogna fare ricorso ai padri nobili, già assassinati, per darsi un’identità.

Ma leggendo l’intervista di Parisi non è difficile farsi assalire da una domanda: che cosa ci sarà poi da festeggiare per la vittoria dell’Ulivo?

Eh sì perché in questi vent’anni quelli che sembrano essere i meriti elencati dal fido Sancho Panza, a conti fatti con la storia non è che possiamo proprio accreditarli come tali. Intanto si potrebbe cominciare col ricordare ai laudatores di quel connubio, che l’Ulivo è stato anche il governo grazie al quale siamo entrati in Europa da cenerentole restandoci oggi da bella addormentata nel bosco. E non solo per il cambio sfavorevole lira/euro e per i vincoli di Maastricht, ma anche perché è stato con l’Ulivo e poi successivamente con lo sbarco di Prodi a Bruxelles che abbiamo iniziato ad adorare il moloch europeo che ha lentamente ed inesorabilmente condizionato tutte le nostre politiche con scelte discutibili e nefaste e soprattutto illiberali: dall’ambiente all’agricoltura ai cosiddetti nuovi diritti. «Ce lo chiede l’Europa», era ed è ancor oggi il mantra che ci ha visti soggiogare a quei poteri forti e a quei potentati economici tanto cari a Prodi & company. Manco fosse sul Sinai la sede della commissione.

Ma, signori cattolici, verrebbe anche da chiedersi: ma non ve lo ricordate proprio che grazie all’Ulivo adesso siete finiti nel Partito Socialista Europeo? Eh sì perché quello che è rimasto dell’Ulivo è finito in quel calderone, che ovviamente stava più a genio alla componente ex comunista, un po’ meno a quella ex Dc. Col risultato che i cattolici democratici di cui Prodi è il padre e Renzi il figlio discolo, sono stati assorbiti e annientati nella loro storia dagli ex nemici.

Il dato di fondo infatti è che è stato con l’Ulivo che i cattolici al governo e in Parlamento hanno sdoganato e accettato con somma infamia tutti quei provvedimenti che hanno delineato la furiosa rivoluzione antropologica con la quale ieri assistevamo all’orgoglio del cattolico adulto Prodi, che ci consegnava i Dico, ed oggi al caravanserraglio delle Cirinnà e dei Lo Giudice per i quali mamma e papà sono un concetto antropologico e per blindare i matrimonio gay bisogna ricorrere alla fiducia.

Cosa ci sarà poi da festeggiare? Insomma: sarà anche stato un matrimonio fortunato, per molte poltrone, ma solo perché la moglie in questione (la Dc) ha dovuto sopportare fedelmente le tante scappatelle del marito sempre più massimalista e radicale. Anzi, quasi quasi le ha anche giustificate e dopo un po’ le ha fatte sue.

Ecco dove è finito l’impegno dei cattolici, che andavano dal parroco lasciando sul bancone della sagrestia il santino elettorale e si facevano lusingare dal uovo idolo del giustizialismo. Ecco dov’è finito il padre nobile Dossetti che fece in tempo a gridare all’emergenza democratica col cattivo Berlusconi.

Già. L’Ulivo ci ha anche consegnato questo. Dopo lo choc delle dimissioni di Berlusconi raggiunto dall’avviso di garanzia nel ’94, qualcuno si era anche messo in testa che la barbarie giustizialista si sarebbe potuta fermare. Ma poi è arrivato l’Ulivo, e con esso i giudici al governo che inizialmente non ci azzeccavano per nulla. Si sono fatti assorbire tutti nel grande abbraccio mortale dove tutti sono cambiati pur rimanendo fedeli a se stessi: i catto progressisti ormai parlano come Luxuria e hanno consegnato il ruolo dei cattolici in politica a quell’irrilevanza che alla fine ha contagiato anche gli altri che scelsero il centrodestra.

FONTE: lanuovabq.it

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