“Amoris lætitia”. La prostituta che scelse le lacrime invece del sacrilegio

Il vaticanista Sandro Magister pubblica due lettere, una da Milano e l’altra dall’Argentina.

di Sandro Magister (19-04-2016)

Ricevo e pubblico queste due lettere, una da Milano e l’altra dall’Argentina.

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DA MILANO

Gentile Magister,

nel post del 17 aprile mi sembra che lei abbia fatto notare – oltre al perentorio: “Sì. Punto” del papa sulla comunione ai divorziati risposati – che, sempre secondo il papa, il nuovo interprete ufficiale della esortazione apostolica “Amoris lætitia” è ormai il cardinale Schönborn.

Ma c’è di più. C’è stata da parte del papa l’investitura del “grande teologo” arcivescovo di Vienna a riferimento primo in materia di dottrina della fede, in quanto ha lavorato in quella congregazione e quindi “conosce bene la dottrina della Chiesa”.

Come già ha fatto con il cardinale Bagnasco e la CEI, così papa Francesco sta facendo con il cardinale Müller e la congregazione di cui è prefetto.

Sappiamo che il cardinale Müller si è da subito fermamente opposto a questa forzatura dottrinale, che è molto di più di un problema pastorale. Ma con lui anche altri autorevoli cardinali sono stati per questo messi alla gogna come “cospiratori” durante i lavori sinodali.

Sono fra i molti ai quali il papa ha raccomandato “lo psichiatra”, quando ha risposto riguardo all’incontro che aveva avuto col senatore Sanders, ma saggiamente confido più nella divina misericordia che nei riformatori, i quali allargando la porta stretta per entrare nel Regno dei Cieli perimetrano la Grazia a loro misura e confidano nella loro sollecitudine pastorale “misericordiosa” invece che unicamente nell’infinita potenza della misericordia della Santissima Trinità.

Sono solo un marito, un padre e un nonno, e anche un ignorante, ma ringrazio il magistero della Chiesa per la chiarezza dell’insegnamento che mi ha dato sull’indissolubilità oggettiva del sacramento del matrimonio, proprio per esperienza vissuta.

Alcuni anni fa mia moglie è stata male e avevo pensato di esserne io la causa, per cui per il bene suo e delle mie figlie si era affacciata come soluzione nella mia mente quella di andarmene via.

Ciò che ha smascherato la menzogna della soluzione è stata l’oggettiva presenza di Gesù nel sacramento, segno efficace della sua Grazia, e quindi la certezza che questo era il vero e unico progetto buono su di me e la mia famiglia.

Ma ora le mie figlie e i miei nipoti non avranno più questa certezza, al di la delle parole di rito, perché nei fatti l’inevitabilità delle separazioni è ora molto più evidente dell’indissolubilità del matrimonio. E questo con il benestare anche del magistero.

Cordiali saluti e buon lavoro.

Giuseppe Marson
Milano

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DALL’ARGENTINA

Gentile Magister,

sono giornalista da 40 anni, ma da tre anni sono anche sacerdote. Ho amici il padre gesuita Horacio Bojorge e José Quarracino, eccellente suo traduttore e filosofo di vaglia.

Il testo che le offro è un ricordo commovente dei miei anni di seminarista e sarà un capitolo del mio prossimo libro: “Annoiarsi… ed essere santi”.

Credo che sia opportuno diffonderlo in questi tempi di confusione su matrimonio e famiglia, su grazia e peccato.

Con profonda gioia la benedico.

Padre Christian Viña
Cambaceres, Ensenada (Buenos Aires)

*

La prostituta che scelse le lacrime e non il sacrilegio

Tra il 2004 ed il 2007, nei miei primi anni da seminarista, ho prestato servizio presso la parrocchia di Santa Lucia, a Gascón y Honduras, nel quartiere Palermo di Buenos Aires. Lì, ogni domenica, alla messa delle 11, vedevo una prostituta di origine dominicana. Non importava quale fosse il clima, o se ci fosse qualche altro evento; lei non rinunciava mai al santo sacrificio.

Se ne stava seduta negli ultimi banchi, come il pubblicano del Vangelo (Lc 18, 9-14) e partecipava con sincera pietà alla celebrazione. Aveva sempre, invariabilmente, la testa bassa; e il suo atteggiamento era tale che soltanto riserva e discrezione potevano circondarla.

Rimaneva fino alla fine della messa. Ma quando era il momento di salutare, sulla porta d’ingresso della chiesa, evitava qualsiasi conversazione con i sacerdoti e altri ministri.

Alzava attorno a sé un muro impenetrabile di silenzio, sicuramente per evitare di essere protagonista, al posto di Dio, dell’incontro. E al contempo affinché la muta dei chiacchieroni non commettesse altri massacri…

I suoi abiti erano in accordo con la sacralità del luogo. Mai è stata vista con abiti leggeri ne in attitudini irrispettose o irriverenti. Possedeva, in quei momenti, un pudore e un ritegno che non si vede in altre donne che pur non praticano, ufficialmente, il “mestiere del vizio”…

Ricordo di aver scambiato con lei appena i saluti e qualche altra parole di circostanza. Venni a sapere, da altre persone, che la chiamavano Vanessa; anche se dubitavo, con fondamento, che questo fosse il suo vero nome.

Su come fosse arrivata a quel punto c’erano, come al solito, le più svariate supposizioni: da chi diceva che l’avevano fatta cadere in inganno, con la promessa di un lavoro più degno, fino a chi diceva che era sposata, ma era stata poi abbandonata dal marito. Così da trovarsi cacciata senza pietà sulla strada e nel peccato.

Ovviamente, non si parlava di lei nelle conversazioni con i sacerdoti della parrocchia. La discrezione e il sigillo sacramentale, il segreto della confessione, rendevano impossibile parlarne.

Nella messa delle 11 aiutavo il celebrante sull’altare se arrivavo per tempo dal seminario. O mi mettevo nell’ultima panca, tra il popolo, se la messa era già iniziata.

Quando arrivava il momento della comunione lei rimaneva in piedi, con la testa bassa, in lacrime. Un giorno ho perfino visto un pozzetto di lacrime sull’inginocchiatoio della panca.

Non poteva ricevere sacramentalmente Gesù nel suo Corpo, Sangue, Spirito e Divinità. E quelle abbondanti e penitenti lacrime erano la cornice del suo cammino di conversione.

Mai ho sentito uscire dalla sue labbra alcuna espressione che sfidasse gli insegnamenti di Cristo e la disciplina della Chiesa sull’eucarestia, come al contrario fanno oggi tanti che non hanno neppure fede o non frequentano la messa, ma rivendicano il loro presunto “diritto ad accedere alla comunione”.

Evidentemente, aveva ricevuto una buona formazione religiosa, per cui non era capace di conficcare un coltello nel Cuore di Cristo. Anche lei aveva scelto. E nel suo stato aveva scelto bene: scelse le lacrime e non il sacrilegio.

Oggi si dice, giustamente, che “la Chiesa è un grande ospedale di campo, dove si curano le ferite di guerra”. Immagine molto chiara, e molto vera.

Ma bisogna dire anche che in ogni ospedale possono guarire solo quelli che sono consapevoli del loro male e che, di conseguenza, non combattono contro i medici e le medicine. Se invece di avere un atteggiamento umile e ricettivo alla cura, soltanto blandiscono disubbidienza e capricci, la cancrena sarà inevitabile. E le conseguenze, funeste.

Il Signore ci ha detto (Mt 21, 28-32) che le prostitute ci precederanno nel Regno dei Cieli. E che la durezza di cuore ha come unica conseguenza il persistere nel peccato.

La lettera e lo spirito della legge, inseparabilmente uniti, ci rendono liberi. E ci preparano, come scelti da Dio, per essere “santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore” (Ef 1, 4-5).

Pretendere di fare appello soltanto al presunto spirito della legge è uccidere la lettera, cioè quello che Dio comanda. E con questo, la morte del peccatore è inevitabile.

Quella prostituta, che dopo tanto tempo e per via delle distanze non ho più rivisto, mi insegnò che il sale di Cristo brucia… ma guarisce. E che la migliore pastorale sta nell’essere servi, a tempo pieno, dell’unico Pastore e delle sue leggi. Unico, splendido e vivificante cammino di salvezza.

© Settimo Cielo (19-04-2016)

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