Bene e male, norme ed eccezioni. Dopo “Amoris Laetitia” è battaglia sulla morale cattolica

Da padre Antonio Spadaro a Enzo Bianchi, da Alberto Melloni ad Avvenire e Famiglia Cristiana: i commenti che hanno seguito la pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, mettono in rilievo la lettura “in discontinuità” che viene data al documento di papa Francesco sulla famiglia. In questi due articoli esaminiamo la problematicità di alcune affermazioni alla luce proprio della morale cattolica.

Il bene ovunque? È il grande equivoco

di Tommaso Scandroglio (11-04-2016)

Il cardinale Christoph Schönborn viene intervistato lo scorso 26 settembre da Padre Antonio Spadaro per La Civiltà Cattolica. Il discorso finisce sulle convivenze e il porporato invita a «guardare e discernere in una coppia, in un’unione di fatto, in dei conviventi, gli elementi di vero eroismo, di vera carità, di vero dono reciproco. (…) Chi siamo noi per giudicare e dire che non esistono in loro elementi di verità e di santificazione?». Secondo l’alto prelato a volte ci sarebbe del bene nel male e quindi occorrerebbe valorizzarlo. La posizione di Schönborn esprime un’idea abbastanza diffusa in casa cattolica e più volte emersa nei lavori sinodali sulla famiglia. E così ci sono elementi di verità nella convivenza come l’affetto dei conviventi, etero o omosessuali che siano, o nella fecondazione omologa, come il fatto che il bambino crescerà con i suoi genitori biologici e via dicendo.

Ma la morale naturale, e quindi quella cattolica, non la pensano così. Per comprenderlo ci dobbiamo rifare alle fonti della moralità: oggetto, fine e circostanze. Fine buono e circostanze non hanno il potere di cambiare un oggetto malvagio. Rubare è malvagio. Il fine buono di farlo per i poveri – elemento buono dell’atto rubare – non cambia la natura dell’atto. La condizione positiva di aver rapinato una banca trattando con fare gentile i clienti e i cassieri non muta l’oggetto malvagio dell’atto. La condizione di aver instaurato una convivenza ricca di affetto non muta la malvagità della convivenza. La condizione di far crescere un bambino, concepito in provetta, con i propri genitori o il fine buono di avere un bambino con le tecniche di fecondazione in vitro non muta la malvagità di queste pratiche.

Quindi un fine buono e una modalità buona (condizione) di compiere un atto malvagio non mutano l’oggetto malvagio dell’atto, ma possono solo mutare la responsabilità soggettiva dell’agente: minor responsabilità per il rapinatore per aver rapinato con gentilezza rispetto ad aver usato modi bruti; minor responsabilità per il ladro per aver rubato al fine di dare tutto ai poveri; minor responsabilità dei genitori per aver fatto ricorso alla Fivet per avere un figlio e non per venderlo a terzi. La responsabilità dunque può aggravarsi o pesare di meno a seconda del fine perseguito e della circostanza. Così alcuni elementi buoni in astratto possono per paradosso ridondare negativamente sulla responsabilità individuale: rubare con destrezza accresce la responsabilità del ladro; fare il male con astuzia e raggiri è peggio per l’agente perché lo porta a fare il male con più efficacia.

È il caso di Satana: anche in lui ci sono elementi buoni, come ad esempio l’eccezionale intelligenza, però è usata per fini malvagi: meglio sarebbe per lui che facesse il male stupidamente. È peggio per la persona omosessuale “volere bene” al compagno, perché vive più profondamente l’omosessualità, tendenza intrinsecamente malvagia e la consolida in sé e nell’altra persona. È peggio per i conviventi “volersi bene”, perché fortificano un vincolo che è intrinsecamente disordinato: il vero affetto significherebbe volere l’oggettivo bene dell’altro e la convivenza non è il bene dell’altro. Quindi il valorizzare intelligenza, affetto etc. vale in ambito speculativo. In ambito pratico – cioè della morale – un talento se usato male diventa condanna per l’agente, si perverte e diventa un aggravio di colpa.

Quindi bisogna distinguere il piano teoretico/speculativo da quello morale/pratico. Nel primo caso il talento dell’intelligenza, della destrezza, l’affetto, etc. sono elementi di per sè buoni. Nel secondo caso occorre verificare come questi talenti o passioni vengono usati o come si incardinano in un dato atto. Anche Gesù lodò l’amministratore disonesto (Lc 16, 8), ma era una lode speculativa, riguardante la sua sola abilità nell’alterare i registri. Ma sul piano pratico sarebbe stato meglio per l’amministratore rubare senza destrezza perché avrebbe provocato meno danni (di cui risponderà) e non avrebbe usato di un suo talento per fini diversi da quelli voluti dalla natura e da Dio. In altre parole se la natura dell’atto o della condizione è malvagia avvelena anche tutti i frutti buoni.

E dunque potremmo concludere in sintesi che gli elementi di verità sono tali sul piano teoretico, invece sul piano pratico – dato che si sostanziano in “fine” e “circostanze” – non possono incidere su un atto che per sua natura è malvagio o su una condizione che di suo è già disordinata, ma possono solo mutare, in peggio o in meglio, la responsabilità dell’agente. Infatti a livello speculativo si parla di “verità-menzogna”, su quello morale di “bene-male”.

Questo tema che riguarda l’esistenza di presunti semina boni in malo va spesso a braccetto con quello che riguarda la dinamica della perfezione. Si argomenta così ad esempio: le convivenze non sono ancora pienezza di amore coniugale ma si instradano verso quella direzione. L’omosessualità potrebbe essere il primo passo di conversione verso una sana relazione eterosessuale. Il discorso non regge perché la perfezione è sì un cammino sempre tendente alla crescita e quindi moto verso la pienezza, ma nel senso che ad un bene si aggiunge un altro bene. Ad esempio ad una virtù se ne aggiunge un’altra oppure si vive più profondamente la stessa virtù.

Quindi la perfezione è un moto che da un bene procede verso altro bene, è un completamento di un bene. Il male non può essere incipit di pienezza, ma contraddice la pienezza. Solo la decisione di abbandonare il male è incipit di pienezza. Il male non è il primo passo verso il bene, bensì è il primo passo verso un male maggiore. Ed infatti come il bene chiama a sé altro bene (virtù), il male chiama a sé altro male (vizio). Suggerendo ai conviventi di continuare la convivenza o alle persone omosessuali di continuare ad assumere condotte omosessuali si instradano queste persone non verso la perfezione morale, bensì verso la sua degradazione. In caso contrario dovremmo suggerire ad un alcolista, come rimedio per diventare sobrio, quello di continuare a bere.

Questo articolo è ripreso dal dossier sulla morale cattolica pubblicato dal mensile “Il Timone” nel numero 151 (Marzo 2016).

FONTE: lanuovabq.it


Valorizzare l’adulterio citando (male) san Tommaso

di Luisella Scrosati (11-04-2016)

Dopo la pubblicazione dell’Enciclica Familiaris Consortio (1981), come anche della Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 1994, da più parti si invocò il principio di epicheia per “bypassare” il divieto, ivi presente, relativamente all’ammissione ai sacramenti dei divorziati-risposati, appoggiandosi sul fatto che i casi particolari non possono essere semplicemente dedotti da leggi universali.

Secondo i contestatori, le posizioni espresse in tali documenti – come per altro quelle chiaramente insegnate da Veritatis Splendor – rappresenterebbero una visione troppo legalista della vita cristiana, che non terrebbe conto della complessità delle situazioni né della misericordia. Analoghe osservazioni le abbiamo udite a più riprese dalle parole del cardinal Kasper, il quale si appellava ad una visione più ampia, più attenta alle situazioni concrete delle persone, più misericordiosa, e in tale contesto il cardinale tedesco ritornava ad indicare nel principio di epicheia la strada da percorrere. Si tratta di considerazioni attraenti, perché ciascuno di noi sente di condividere profondamente una prospettiva che non pone l’uomo per la legge, ma la legge per l’uomo. Nello stesso tempo però bisogna uscire dalla dinamica propria degli slogan e vedere come effettivamente stiano le cose.

Il documento del 1994 della Congregazione della Dottrina della Fede che stabilisce che «la struttura dell’Esortazione [Familiaris Consortio § 84, relativamente all’impossibilità dell’ammissione all’Eucaristia dei divorziati-risposati che vivono more uxorio, n.d.a.] e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni», non può essere derubricato facilmente ad opinione né può essere con leggerezza bollato come un’interpretazione legalista e farisaica della morale.

In Amoris Laetitia, specialmente nel capitolo ottavo (Accompagnare, discernere e integrare la fragilità), risuonano le stesse argomentazioni del cardinal Kasper del 20 febbraio 2014. In particolare vale la pena soffermarsi sull’utilizzo problematico del principio di epicheia. Prendiamo il § 304: «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano». Quindi il Papa prega di rileggere una considerazione di San Tommaso (Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4.), che richiama indirettamente l’epicheia, poi ripresa dal Papa in questi termini: «È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione».

Ma cos’è la tanto invocata epicheia? Essa è una virtù che permette di vivere secondo il bene indicato e protetto dalla legge, laddove questa risulti difettosa a motivo della sua universalità. La legge è infatti per definizione universale: essa punta al bene comune, senza poter tener presente tutta la casistica immaginabile. Possono perciò presentarsi situazioni non previste dal legislatore, nelle quali, per mantenersi fedeli alla mens della legge (che è il bene), sia necessario agire contrariamente alla sua lettera.

San Tommaso stesso fa un esempio semplice, ma molto chiaro: «La legge stabilisce che la roba lasciata in deposito venga restituita, poiché ciò è giusto nella maggior parte dei casi; capita però talvolta che sia nocivo: p. es., se chi richiede la spada è un pazzo furioso fuori di sé, oppure se uno la richiede per combattere contro la patria» (Summa Theologiae, II-II, q. 120, a. 1). È chiaro: per conseguire il bene comune promosso dalla legge, in questo caso si deve necessariamente contravvenire alla sua applicazione letterale. San Tommaso esplicita: «se nasce un caso in cui l’osservanza della legge è dannosa al bene comune, allora essa non va osservata» (Summa Theologiae, I-II, q. 96, a. 6).

Da quanto detto, seppur necessariamente in breve, risulta chiaro che l’epicheia:

  1. non è un’eccezione alla legge, né la tolleranza di un male, né un compromesso: essa è invece principio di una scelta oggettivamente buona ed è la perfezione della giustizia;
  2. è una virtù che entra in gioco solo quando l’applicazione della lettera della legge fosse nociva al bene oggettivo e non quando l’osservanza della legge risultasse in alcuni casi difficoltosa o esigente;
  3. riguarda solo il caso concreto, che, a motivo dell’universalità della legge, non è stato possibile prevedere nella norma e non può perciò derogare ad altri casi particolari già previsti dal legislatore.
  4. ultimo e più importante: vi sono norme morali – chiamate assoluti morali – che per la loro propria natura non ammettono eccezioni di sorta; si tratta cioè di norme la cui trasgressione letterale non può mai raggiungere il fine della legge stessa, cioè il bene, e per questo motivo non può mai essere ammessa. In questi casi il principio di epicheia non avrebbe senso, perché nella trasgressione della lettera della legge verrebbe inscindibilmente trasgredito anche il bene morale. Si tratta di quegli atti che la tradizione morale della Chiesa definisce intrinsece malum: «Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti “irrimediabilmente” cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: “Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant’Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?”» (Veritatis Splendor, § 81).

È piuttosto singolare che nel testo dell’Esortazione si richiami solo questo articolo di San Tommaso, omettendo altri passi in cui l’Aquinate spiega bene l’esistenza degli assoluti morali e dell’impossibilità, in questo ambito, di ricorrere al principio di epicheia. Nel Commento alla Lettera ai Romani (c. 13, l. 2), per esempio, Tommaso si chiede per quale motivo San Paolo, in Rm. 13, 9, riporti solo i precetti negativi della seconda tavola della legge mosaica, quella relativa ai precetti verso il prossimo, omettendo però il comandamento “onora il padre e la madre”, e risponde: «Perché i precetti negativi sono più universali quanto alle situazioni… perché i precetti negativi obbligano semper ad semper (sempre e in ogni circostanza). In nessuna circostanza infatti si deve rubare o commettere adulterio. I precetti affermativi invece obbligano semper, ma non ad semper, ma a seconda del luogo e della circostanza». Nella stessa Summa Theologiae, poco oltre l’articolo citato nell’Esortazione, Tommaso spiega perché riguardo agli assoluti morali non si può ricorrere all’epicheia: «La dispensa di una legge è doverosa quando capita un caso particolare in cui l’osservanza letterale verrebbe a contrastare con l’intenzione del legislatore. Ora, l’intenzione di qualsiasi legislatore è ordinata in primo luogo e principalmente al bene comune, e in secondo luogo al buon ordine della giustizia e dell’onestà, nel quale va conservato o perseguito il bene comune. Se quindi si danno dei precetti che implicano la conservazione stessa del bene comune, oppure l’ordine stesso della giustizia e dell’onestà, tali precetti contengono l’intenzione stessa del legislatore: quindi non ammettono dispensa» (Summa Theologiae, I-II, q. 100, a. 8).

Ancora, in un altro passo, Tommaso spiega che «propriamente l’epicheia corrisponde alla giustizia legale» (Summa Theologiae, II-II, q. 120, a. 2, ad. 1) e non può quindi essere presa in considerazione nell’ambito della legge naturale, essendo sì superiore alla giustizia legale, ma «non è superiore a qualsiasi giustizia» (Ivi, ad. 2).

Occorre fare attenzione anche a tirare in ballo la virtù della prudenza, come se questa fosse una virtù che abilita a trovare eccezioni: «Nel caso dei precetti morali positivi, la prudenza ha sempre il compito di verificarne la pertinenza in una determinata situazione, per esempio tenendo conto di altri doveri forse più importanti o urgenti. Ma i precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la “creatività” di una qualche determinazione contraria. Una volta riconosciuta in concreto la specie morale di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce» (VS 67). È il principio che ha portato molti al martirio, piuttosto che commettere un male.

Perché? Perché la prudenza non concretizza la norma universale adattandola ai casi particolari, ma è quella virtù che guida l’azione concreta perché raggiunga il bene che le è proprio. La prudenza, in certo qual modo, “riconosce” nell’azione concreta il bene da conseguire, quel bene che è indicato dalla legge, e quindi lo persegue.

Nel nostro caso, l’atto morale di avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio rientra sempre nella specie morale dell’adulterio o della fornicazione. Non esistono situazioni o circostanze che possano modificarne la specie morale. Come scriveva vent’anni fa il prof. Angel Rodriguez Luño, «non è esatto dire che queste azioni sono in sé cattive indipendentemente dal loro contesto [perché altrimenti, in questo caso, sarebbe legittima l’accusa di astrattismo e legalismo, n.d.a], perché in realtà sono azioni che portano con sé e inseparabilmente un contesto» (Acta Philosophica, 5(1996), fasc. 1, p.72).

Una relazione di tipo sessuale ha intrinsecamente legata la dimensione donativa e procreativa e dunque essa richiede il contesto matrimoniale. Se si inizia ad ipotizzare che, nella situazione di divorziati-risposati, «molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, “non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli”» (Amoris Laetitia, nota 329), allora si opera un’inversione clamorosa e non si capisce più il senso della legge morale. Se io autorizzo a pensare che in certe situazioni, per un fine buono, l’adulterio perde la sua connotazione malvagia, sto facendo implicitamente questo ragionamento: 1) principio generale: l’atto sessuale è un male; 2) applicazione concreta: il matrimonio è l’unica eccezione riconosciuta in cui l’atto sessuale non sia un male; 3) potrebbero darsi altre situazioni concrete in cui l’atto sessuale non sia un male.

Invece la posizione corretta è la seguente: 1) l’esercizio della sessualità è un bene che significa intrinsecamente la donazione nuziale; 2) l’esercizio della sessualità in un contesto non matrimoniale contraddice l’intrinseco significato dell’atto; 3) perciò, l’adulterio e la fornicazione sono semper et pro semper intrinsecamente cattive.

Ecco perché non ha senso invocare l’epicheia e la virtù di prudenza, perché sarebbe come dire che in certi casi, si possa ammettere un po’ di ingiustizia, un po’ di lussuria, etc. Ed ecco perché la strada della ricerca delle eccezioni rivela in realtà un impianto morale di fondo molto legalistico (che paradossalmente è proprio quello che si voleva respingere!) che non parte dall’equazione bene-legge morale, ma da una visione della legge morale come limite. Perciò appare – falsamente – come un atto di misericordia quella di ricercare delle situazioni in cui liberare le persone da una legge morale che sarebbe per loro oppressiva.

A quanti sono divorziati-risposati e non possono per gravi motivi separarsi, la continenza non è un traguardo lodevole, ma è l’unica modalità per conseguire il proprio bene ed il bene della persona con cui si convive.

FONTE: lanuovabq.it


© La Nuova Bussola Quotidiana (11-04-2016)

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Un pensiero riguardo “Bene e male, norme ed eccezioni. Dopo “Amoris Laetitia” è battaglia sulla morale cattolica

  1. Tutti i vari Spadaro, Bianchi, Melloni, quelli di Avvenire, di Famiglia Cristiana e i loro bergogliani sodali dovrebbero sapere che tutti i regimi – arrivati al capolinea – hanno la loro piazza Loreto, anche se non è di questo mondo.

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