Coi sacramenti non si scherza, né si fa sociologia

Il nuovo libro di don Nicola Bux sulla crisi del sacerdote. Messori: “Non sappiamo che farcene di preti sociologi, sindacalisti, politologi e psicologi, attività che noi sappiamo fare molto meglio di loro. Ma abbiamo bisogno di un uomo cui sono state imposte le mani e che, solo lui, può assicurarci il perdono di quel Cristo di cui è tramite”.

Parterre ricco di autorità quello che farà da sfondo alla presentazione del nuovo libro di don Nicola Bux Con i sacramenti non si scherza (Cantagalli, 2016). Il libro, che affronta una tematica decisiva oggi nella vita Chiesa, è stato scritto con la prefazione di Vittorio Messori e verrà presentato domani. Con Bux a Palazzo della Rovere a Roma (ore 17.30 in via della Conciliazione, 33) ci saranno anche i cardinali Robert Sarah, Raymond Leo Burke e l’economista Ettore Gotti Tedeschi. Di seguito la prefazione curata da Vittorio Messori gentilmente concessa dall’editore alla Nuova Bussola Quotidiana.


di Vittorio Messori (05-04-2016)

Scrive don Nicola Bux, affrontando la trattazione del sacramento dell’ordine: “I caratteri distintivi del sacerdozio sono nel conferimento e nell’esercizio dei tre munera , ossia compiti o uffici: insegnare , santificare e governare”. Quanto al “governare”, non so se don Nicola ne abbia modo o motivo. Sul “santificare” non ho dubbi: so quanto sia instancabile nel tenere fede alla sua chiamata di mediatore tra sacro e profano, tra Dio e uomo, amministratore convinto e competente com’è dei sacramenti. Venendo all’insegnare: beh, proprio questo suo nuovo libro è una conferma in più di come prenda sul serio il munus affidatogli alla consacrazione sacerdotale. Oltre a molti altri libri è, questo, il terzo che dedica alla liturgia nella Chiesa di sempre e, soprattutto, di oggi.

La sua grande competenza, da ben noto e stimato cattedratico del tema, è messa al servizio dell’insegnamento attraverso queste opere: non, dunque, per gruppi selezionati di studenti ma per ogni cattolico, praticante abituale o saltuario che sia. O anche, come càpita sempre più spesso, semplicemente per una donna o per un uomo in ricerca. Infiltrata dalla corrente oggi prevalente in Occidente e che tende a creare una sorta di società liquida, dove tutto sembra, appunto, liquefarsi in tutto, anche la Chiesa pare voler dissolvere i contorni netti della fede in una sorta di brodo indeterminato e rimescolato dal “secondo me” di certi sacerdoti.

Non ostacolati, anzi istigati, dai teologi che sappiamo. Ebbene: della fede, i sacramenti sono l’espressione, il frutto, il dono più alto e prezioso. Ecco, dunque, il nostro liturgista dedicarsi al tema, con la passione consueta, seguendo l’utile schema già impiegato nei libri precedenti. Innanzitutto, cioè, chiarire, per ognuno dei sette “segni efficaci” l’oggetto, il significato, la storia. Poi – necessaria, e più che mai attuale – l’avvertenza circa le deformazioni, gli equivoci, le aggiunte o le sottrazioni che oggi minacciano quel sacramento. Dunque, una catechesi in uno stile che sa essere al contempo dotto e divulgativo, seguìta da una sorta di “manuale per l’uso“. L’efficacia è confermata anche dall’ottimo successo che i libri hanno avuto non solo in Italia ma anche nei Paesi nella cui lingua sono stati tradotti.

Don Bux sa essere severo verso certi suoi confratelli e verso quel loro prurito “creativo“ che li induce a intaccare una disciplina liturgica che non è inutile formalismo bensì sostanza stessa del sacramento. Ma i suoi avvertimenti non hanno il tono sprezzante o imperioso dell’inquistore o, peggio, dell’ideologo con le sue sbarre e le sue gabbie. In lui, il richiamo all’ordine è espresso, in fondo, con la comprensione di chi ben sa quale sia la cultura deformata e deformante in cui anche gli uomini di Chiesa sono immersi. E ben sa, oltretutto, quanto incompleta e magari sospetta sia la formazione (se ancora è tale) che viene impartita troppo spesso allo sparuto gruppo dei seminaristi superstiti. Pare di cogliere nel professore che qui scrive una sorta di pietas per i poveri preti, pur dietro il rimbrotto. Ad essi, da confratello specialista ma non per questo chiuso nella torre d’avorio accademica, ad essi, dunque addita non solo una lista di errori e di equivoci, ma anche la direzione verso la quale muoversi per cercare di rimediare.

Alla base di tutto quanto succede nella Catholica ormai da decenni, c’è quanto l’autore denunciava anche nei libri precedenti: quella “svolta antropocentrica che ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio”. La sociologia invece della teologia, il Mondo che oscura il Cielo, l’orizzontale senza il verticale, la profanità che scaccia la sacralità. La sintesi cattolica – quella sorta di legge dell’et-et, di unione degli opposti che regge l’intero edificio della fede – è stata troppo spesso abbandonata per una unilateralità inammissibile.

Quanto ai sacramenti in particolare: da laico, sarei tentato di lanciare una sorta di monito ai sacerdoti. Attenti, mi verrebbe da dire, non sappiamo che farcene, (ne abbiamo già troppi) di sociologi, sindacalisti, politologi, psicologi, ecologi, sessuologi e, in genere, di tuttologi! Attenti, perché non c’è bisogno di preti, frati, monaci che esercitino i mestieri che dicevo, per giunta spesso da improbabili orecchianti. Non si dimentichi mai che quella che soltanto il consacrato può esercitare, quella dove non ha e non può avere “concorrenza”, è la funzione di tramite, di legame, tra l’uomo e Dio. Nell’amministrazione, appunto, dei sacramenti. E‘ il “santificare“ il munus che – per ridurci all’essenziale – ne giustifica l’esistenza e la presenza. Ottimo, se ben condotto, l’impegno clericale nel sociale, nella cultura, in ogni campo dell’attività, della cultura, del lavoro umani. Ottimo ma non indispensabile: anche noi laici quegli impegni sappiamo esercitarli e li esercitiamo, assai spesso, ben meglio. Da professionisti e non da dilettanti. Ma solo un uomo cui sono state imposte le mani scandendo sul suo capo le parole alte e terribili tu es sacerdos in aeternum, solo un uomo così può assicurarci il perdono di quel Cristo di cui è tramite; e può trasformare, nella fede, il vino e il pane nel sangue e nella carne del Redentore. Lui solo. Nessun altro al mondo.

Le folle si accalcano, per un istinto profondo, attorno all’altare e al confessionale di padre Pio, spintonando per essere il più vicini possibile alla sua eucaristia e per potere avere il privilegio di affidare a lui i peccati che Gesù giudicherà. Ma non si conoscono folle, se non di studenti iscritti a quel corso, attorno alla cattedra del chierico teologo che spiega che è puerile credere alla realtà anche “materiale“ dell’eucaristia. E che è una sceneggiata, indegna del cristiano adulto, pensare che il perdono dei peccato passi attrverso uno strumento, un uomo come noi. Già: ma al contempo, invisibilmente, diverso. Diverso perché consacrato.

Post Scriptum. Proprio il giorno dopo avere concluso le pagine qui sopra, ho ricevuto l’ultimo libro di Hans Küng: Morire felici? Il teologo svizzero (che si offende se qualcuno non lo definisce “cristiano”, anzi “cattolico”) è tra i promotori ed attivisti di Exit, la più nota ed attiva organizzazione in Europa per la “morte assistita”, cioè l’aiuto fattivo per l’eutanasia. Con macabra ipocrisia , chi chiede di farla finita è trattato come in un confortevole albergo e, al momento da lui desiderato, è fatto accomodare sulla poltrona di un salotto silenzioso e deserto. Una infermiera pone sul tavolino un bicchiere con una bevanda dal sapore gradevole ma spaventosamente tossica e se ne va , chiudendo la porta. Porta che sarà riaperta poco dopo per constatare la morte e portare via il cadavere. Ipocrisia macabra, dicevo: Exit si limita a mettere a disposizione un luogo tranquillo e a posare sul mobile un veleno mortale: che può farci se quel signore, o quella signora, decidono di bere la mistura? Sono liberi, perbacco, nessuno li obbliga.

Il “cattolico” Küng è prete e non ha mai chiesto di abbandonare il sacerdozio, anche se nessuno lo ha mai visto con un clergyman o, peggio, con paramenti ecclesiastici, ed egli stesso si stupirebbe molto se qualcuno lo chiamasse “don Hans”. Già nel capitolo introduttivo di questo suo pamphlet che intende dimostrarci quanto suicidio ed eutanasia siano “biblici”, anzi “evangelici”, non manca, come sempre, di scagliarsi contro quella Catholica che lo ha ordinato, che gli ha dato il potere di amministrare i sacramenti. Scrive, dicendo di desiderare il vero bene dell’uomo, cosa che non fanno i disumani monsignori romani: “Vorrei una Chiesa che aiutasse l’uomo a morire, anziché limitarsi a dargli l’estrema unzione. Si tratta di aiutare a morire bene una persona che vuole dire addio alla vita”.

Impegno sociale sino agli estremi, dunque: una struttura creata e gestita dalla Chiesa che accolga gli aspiranti suicidi e li aiuti a raggiungere il loro fine, rapidamente e senza dolore. Questa è la carità, questo il dovere della comunità cristiana! E’ forse caritatevole limitarsi a quel sacramento, a quell’estrema unzione (o unzione degli infermi, come oggi si dice ) che si limita ad accompagnare alla morte biascicando antiche parole e procedendo ad anacronistiche unzioni, non occupandosi però delle sofferenze fisiche del morituro? Lui, Küng, non ha dato e non da il buon esempio, pilastro illustre com’è di Exit , di quella agenzia “sociale” che accoglie, con premura cristiana, chi altrimenti sarebbe costretto a gettarsi nel fiume o dalla finestra o a farsi stritolare dal treno?

È con amarezza che ho qui spiacevole conferma della domanda che, sopra, mi facevo: dimentichi come sono del loro ruolo di insondabile valore, di un ruolo che nessun altro al mondo può esercitare, che ce ne facciamo di preti così? Chi, accanto al suo letto di morte, chi vorrebbe un professore di teologia nella prestigiosa università di Tübingen e non lo scambierebbe volentieri col più oscuro e magari indotto dei preti, ancora consapevole, però, del valore tanto misterioso quanto efficace – nel senso vero – del sacramento?

FONTE: lanuovabq.it

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