Concilio e “spirito del Concilio” 2.0

Anziché bloccare la Chiesa per due anni su questioni che erano state già ampiamente discusse e risolte, si sarebbe potuto dedicare il sinodo del 2015 all’applicazione della corretta ermeneutica del Vaticano II.

di Padre Giovanni Scalese (02-03-2016)

Nello stendere il post di una settimana fa (“Formidabili quegli anni”), dove parlavo della grande nostalgia per il Concilio e gli anni immediatamente successivi da parte di molti che oggi occupano posti di responsabilità nella Chiesa, mi era venuto in mente che forse fosse il caso di riprendere il discorso sul Vaticano II, con cui questo blog era nato (si vedano le riflessioni contenute nel primo post del 30 gennaio 2009 Concilio e “spirito del Concilio”). In questi giorni poi mi è capitato di leggere un articolo su un altro blog (Campari & de Maistre), nel quale si fanno alcune valutazioni sul Concilio, sostanzialmente condivisibili, che mi hanno persuaso a riprendere la riflessione che era rimasta sospesa sette anni fa.
Va, innanzi tutto, premessa una domanda: interessa ancora a qualcuno, oggi, una riflessione sul Vaticano II? Tale riflessione era stata avviata dieci anni fa, in occasione del quarantesimo anniversario della conclusione del Concilio, dal discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005). Il Papa aveva posto la questione della corretta interpretazione del Concilio: una “ermeneutica della riforma” in contrapposizione a una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Si era quindi acceso, negli anni di Papa Ratzinger, un intenso dibattito, che si sperava avrebbe portato, prima o poi, a un chiarimento in materia, con benèfici effetti sulla vita della Chiesa. Ma, con il cambio di pontificato, sembrerebbe che di quel dibattito non sia rimasto piú nulla: a chi interessa oggi sapere in che modo vada interpretato il Concilio? Il Vaticano II sembrerebbe ormai consegnato alla storia, non perché non piú valido, ma semplicemente perché esso avrebbe svolto la sua funzione, che, nella visione dei novatores, doveva essere quella di “rompere” con il passato: compiuta tale missione, non interessa piú oggi che cosa il Concilio abbia detto; i suoi documenti hanno un valore puramente storico; oltre tutto, essendo il risultato di compromessi fra i diversi schieramenti, il loro valore è del tutto relativo; ciò che conta è lo “spirito del Concilio”, vale a dire lo spirito che ha suscitato il Concilio, che lo ha animato nel suo svolgimento (ma “ingabbiato” nella redazione finale dei documenti) e che oggi continua a suggerirci come rispondere alle sfide del mondo contemporaneo, a prescindere da quello che i Padri hanno potuto scrivere cinquant’anni fa.
Appunto… cinquant’anni fa: abbiamo appena celebrato l’anniversario della conclusione del Vaticano II. Se ne è accorto qualcuno? Il grande evento che ha caratterizzato la giornata dell’8 dicembre 2015 è stata la proiezione di uno spettacolo ambientalista sulla facciata della basilica di San Pietro… Stiamo celebrando un giubileo straordinario, convocato appunto in occasione del cinquantenario del Concilio. Ma chi se ne ricorda? Facciamocene una ragione: il Concilio è stato ormai archiviato, mentre la Chiesa prosegue il suo cammino, guidata dal soffio dello Spirito.
Eppure io sono convinto che la riflessione sul Concilio non sia affatto superata, ma anzi sia quanto mai urgente, perché solo una corretta soluzione alla “questione conciliare”, a mio parere, può ridare alla Chiesa la tranquillità che in questo momento non possiede. Per riprendere tale riflessione sono andato a rileggermi quanto scrivevo sette anni fa. Devo dire che, nonostante gli anni, mi sembra una riflessione tuttora valida, che però andrebbe integrata perché, nel frattempo, ci sono stati ulteriori contributi, che non possono essere ignorati. Tra i numerosi apporti, due in particolare hanno attirato la mia attenzione.
Mi riferisco, innanzi tutto, allo studio del Prof. Roberto De Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino, 2010. Si tratta di un saggio storico preziosissimo per ricostruire il reale svolgimento del Concilio. Fra le tante incoerenze di un Concilio che aveva la pretesa di essere “pastorale”, una soprattutto mi ha colpito: il fatto che il Vaticano II, per motivi di opportunità politica, non abbia ritenuto necessario prendere posizione di fronte al comunismo, un fenomeno certamente non marginale in quel periodo storico. Ma la stessa costatazione si potrebbe fare a proposito della massoneria e delle altre grandi ideologie che hanno caratterizzato l’epoca moderna. Viene da chiedersi: ma di quale “mondo contemporaneo” ha parlato il Concilio, se ha ignorato completamente i sistemi di pensiero che in quel momento lo dominavano?
In secondo luogo, in questi anni sono stati portati a conoscenza del grande pubblico alcuni giudizi assai critici verso il Concilio, tratti dai diari inediti di Don Divo Barsotti. Sono stati citati dal Prof. Enrico Maria Redaelli e dal Padre Serafino Tognetti. Colpisce come un uomo di Dio, quale sicuramente era Don Barsotti, nel Concilio, che ci è sempre stato presentato come una specie di “primavera dello Spirito”, vedesse piuttosto una forma di hybristutta umana in rivolta contro il Creatore. C’è, quanto meno, da riflettere.
Se ci limitassimo a queste considerazioni, dovremmo inevitabilmente concludere che forse sarebbe stato meglio non convocare il Concilio Vaticano II. Ma ci sono altre considerazioni da fare sull’opportunità, e forse sulla necessità, che prima o poi si facesse un concilio. Nel mio articolo del 2009 citavo la necessità di riprendere e portare a termine il lavoro iniziato nel Concilio Vaticano I. Il merito di questo “completamento” del Vaticano I va ascritto principalmente a Paolo VI, il quale ha trasformato quello che era nato come un concilio puramente pastorale in un concilio dottrinale, con un’attenzione particolare all’ecclesiologia. E direi che proprio su questo piano dottrinale possono essere individuati i frutti piú duraturi del Concilio, a prescindere dai risultati piú o meno felici delle sue riforme disciplinari o delle sue analisi pastorali.
Ma, oltre al Concilio Vaticano I, c’era un altro conto che era rimasto in sospeso nella Chiesa del Novecento, quello col modernismo. Per troppo tempo si era fatto finta che il problema fosse stato risolto con la pubblicazione del decreto Lamentabili e dell’enciclica Pascendi (1907) e con la successiva repressione di qualsiasi forma di dissenso. Ma il problema non era stato affatto risolto; era stato solo messo a tacere: il modernismo, di soppiatto, aveva continuato a diffondersi nella Chiesa, permeandone tutti i settori; diventava sempre piú improrogabile fare i conti con esso, non tanto sul piano disciplinare, quanto piuttosto su quello dottrinale. Mi pare che il Concilio Vaticano II sia servito proprio a questo, a fare un discernimento sul modernismo, per vedere che cosa ci fosse in esso di buono, che potesse in qualche modo essere ritenuto, e che cosa invece andava definitivamente respinto. Questo è ciò che ha fatto la Chiesa, cioè la Sposa di Cristo guidata dallo Spirito Santo, attraverso la riflessione dei suoi Pastori sotto la guida del Successore di Pietro, una riflessione sfociata nell’approvazione dei documenti conciliari, che esprimono, senza ombra di dubbio, il giudizio autorevole della Chiesa in campo dottrinale, disciplinare e pastorale.
Tutto ciò, naturalmente, può essere avvertito e accolto solo con uno sguardo di fede, che non ignora, ma va oltre le lotte fra gli opposti schieramenti, i giochi di potere, i maneggi delle lobby, i soprusi della presidenza, i compromessi al ribasso, che non possono certamente essere negati sul piano prettamente storico. Ed è su questo piano che alcuni hanno interpretato il Concilio, non come un discernimento, ma come unosdoganamento del modernismo. L’ambiguità di alcuni testi conciliari (inevitabile quando si trattava di trovare un accordo tra posizioni contrapposte) permetteva di dare un’interpretazione “modernista” del Vaticano II; interpretazione contrastata dai Pontefici che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro in questi cinquant’anni (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), ma che ha continuato a diffondersi subdolamente nella Chiesa a tutti i livelli, fino a riemergere in maniera manifesta (e direi in qualche caso arrogante) in questi ultimi anni.
Va aggiunto che, forse, l’attuale oblio del Concilio può avere un effetto benefico: potrebbe segnare la fine di quella assolutizzazione che ne era stata fatta nel mezzo secolo trascorso. Sembrava quasi che il Concilio fosse diventato piú importante di Cristo e del suo Vangelo: come facevo notare sette anni fa, l’accettazione incondizionata del Vaticano II sembrava essere diventata la condizione suprema per poter essere considerati cattolici. È giusto storicizzare il Concilio: esso va inserito nel suo contesto storico; rappresenta soltanto una tappa del pellegrinaggio della Chiesa nel tempo; è stato preceduto da un lungo cammino che lo ha preparato e che in esso ha trovato il suo coronamento; a sua volta, ha avviato un processo di ulteriore approfondimento e sviluppo, nella continuità della tradizione della Chiesa. Andrebbe, in maniera solenne, riaffermato quale sia la corretta interpretazione dei testi conciliari: un discorso del Papa alla Curia Romana, per quanto autorevole, non riveste tale ufficialità (anziché bloccare la Chiesa per due anni su questioni che erano state già ampiamente discusse e risolte, si sarebbe potuto dedicare il Sinodo del 2015 appunto a questo scopo). Non trattandosi di un concilio dogmatico, non è escluso che si possano rivedere alcuni punti, o perché ambigui o perché superati dagli eventi. Non si possono però mettere in discussione le sue principali acquisizioni, non solo in campo dottrinale, ma anche disciplinare e pastorale. Se è vero che il Concilio non ha dato i risultati sperati, ci si dovrebbe chiedere, innanzi tutto, se questo incontestabile fallimento è da attribuirsi al Concilio stesso o non piuttosto a una sua eventuale mancata applicazione.
Per terminare, vorrei far notare che proprio l’esperienza che stiamo vivendo in questi anni dimostra la provvidenzialità del Vaticano II. Alcuni dei aspetti su cui si era soffermato il Concilio e che erano stati oggetto di critica da parte del mondo tradizionalista, stanno dimostrando quanto il Concilio sia stato lungimirante. La collegialità episcopale: abbiamo “tifato” tutti per i vescovi che nei recenti Sinodi si sono opposti con coraggio e tenacia alle trame della lobby tedesca per un “aggiornamento” della dottrina morale della Chiesa. La responsabilizzazione dei laici: abbiamo visto in Italia in questi mesi chi si è mosso per difendere la famiglia, nell’assenza pressoché totale delle gerarchie. L’ecumenismo: c’è voluto l’incontro con il Patriarca di Mosca per far sottoscrivere al Papa alcuni “principi non-negoziabili” che in questi ultimi anni erano stati completamente accantonati. E allora ringraziamo il Concilio per avere, con le sue “innovazioni”, messo la Chiesa nella condizione di fronteggiare le sfide della storia.
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