Protagonisti del Vaticano II, il diario del card. Giuseppe Siri

Tra i personaggi italiani che più hanno segnato il dibattito conciliare ci fu Giuseppe Siri, cardinale-arcivescovo di Genova. Scrisse nel proprio Diario che si sarebbe dovuta fare attenzione proprio alla giusta accezione del termine “pastorale” da unire alla “dottrina”. 

di Angela Ambrogetti (07-01-2016)

Il lavoro del Concilio Vaticano II è ancora in molta da parte da scoprire, nonostante sia no passati 50 anni dalla sua chiusura. Uno dei tesori a disposizione degli storici sono gli Archivi e non solo quelli vaticani. Il Pontificio Comitato di Scienze Storiche già tre anni fa ha iniziato un preciso lavoro non solo di recupero ma di studio e confronto per fare il punto anche sui diversi archivi diocesani. Lo scorso dicembre si è arrivati alla II tappa del cammino con un convegno internazionale di studi che ha aperto le pagine di molta storia e personaggi.

Tra i personaggi italiani che più hanno segnato il dibattito conciliare e del quale si è molto scritto negli anni del posto Concilio in Italia ci fu Giuseppe Siri, cardinale di Genova, e presidente della Conferenza episcopale italiana. Le pagine di archivio che lo riguardano le ha aperte monsignor Giuseppe Militello dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Albenga-Imperia. Siri tenne un diario del Concilio reso noto in parte dagli scritti di Benny Lai.

siri30“Io ho potuto vedere il diario originale che è custodito dal Comitato di scienze storiche dell’Università del Laterano – spiega Militello – e anni fa la possibilità di lavorare sugli originali per farne una edizione storico- critica”.

Ci sono anche altre fonti sul periodo del Concilio?

Ho potuto anche vedere la corrispondenza che è custodita anche se molte cose sono ancora da archiviare. Ho potuto vedere le lettere con il cardinale Ruffini di Palermo, anche se non sono ancora archiviate. C’è quindi ancora da trovare.

Che cosa era il Concilio per il cardinale Siri?

Intanto era una grande opportunità per fare il punto sulla situazione teologica e pastorale di un’epoca di cambiamento. Papa Francesco ha usato questa espressione al convegno di Firenze: cambiamento d’epoca. La stessa espressione si trova negli appunti di Siri che fu uno dei pochi vescovi italiani a mandare le sue aspettative al comitato preparatorio del Concilio. Per Siri era anche il momento di rendersi conto della atmosfera internazionale e puntare sulla pastoralità che potesse avvicinare la società ai temi del Vangelo. Sulla parola “pastorale” e “pastoralismo” si è giocata la questione del Concilio Vaticano II. Così Siri scrive nel diario che si sarebbe dovuta fare attenzione proprio alla giusta accezione del termine “pastorale” da unire alla dottrina”.

E il dopo Concilio?

Il diario si chiude con la ultima sessione del Concilio, ma possiamo capire dalle corrispondenze e altro. Siri era preoccupato anche dell’uso che si sarebbe potuto fare del Concilio: “Bisognerà organizzare la ripresa della vita cattolica e arginare gli errori”, diceva. Per questo era preoccupato di portare in diocesi la grandezza dei documenti, ma anche le loro corrette interpretazioni sopratutto teologiche. E così lavorava nella rivista Renovatio e nel libro Getsemani.

Ma Siri era un conservatore?

È una personalità molto più complessa, era attento a che il cristianesimo non perdesse la sua valenza dottrina ma sempre avendo davanti agli occhi le necessità della gente. Per cui per Siri il sacerdote, lo scrisse in un libretto prima del Concilio, è certo intermediario tra Dio e il Popolo,ma deve dimostrare una conoscenza delle situazioni e del vissuto dei fedeli. L’augurio è che non ci si limiti a classificazioni banali e luoghi comuni, ma si possa cercare di capire la personalità di Siri attraverso tutto il suo itinerario umano. Una pubblicazione interessante in questo senso è quello delle sue memorie, in cui spiega anche il suo amore per la liturgia. L’idea del Convegno è quella di continuare ad abbeverarsi della testimonianza dei Padri Conciliari cercando rivivere il Concilio e il suo vero spirito, che all’epoca dei Padri non era una espressione di moda.

FONTE: acistampa.com

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