Grande festa a Parigi per l’accordo sul clima Ma non è una cosa seria. Fortunatamente

Un accordo alla fine è stato raggiunto e la cosa più significativa è la firma dei rappresentanti di tutti i Paesi. Perché sui contenuti invece è più fumo che arrosto: impegni di tagliare le emissioni ma ognuno pone il suo obiettivo. E per la neutralità in fatto di emissioni di anidride carbonica c’è tempo fino al 2100 per mettersi in regola. Ma se un accordo era urgente ora, per evitare di finire tutti arrostiti, che senso ha dare tempo svariati decenni per l’eventuale rimedio?

di Riccardo Cascioli (13-12-2015)

Evviva! Evviva! Il pianeta è salvo. I leader di 200 paesi del mondo hanno finalmente firmato il tanto sospirato “Accordo di Parigi” ordinando alla terra di non aumentare troppo le temperature ed evitando così tutte quelle catastrofi che un aumento eccessivo di temperatura comporta. È così che ci verrà presentato il documento firmato ieri nella capitale francese, al termine della ventunesima Conferenza fra le parti (COP21), che dovrebbe sostituire nel 2020 il Protocollo di Kyoto. Ovviamente ci sono i soliti gruppi ecologisti radicali che esprimono insoddisfazione perché bisognava fare di più, ma almeno nei primi giorni avranno poco spazio sui media, troppo impegnati a celebrare questo «accordo storico», come è stato definito dai rappresentanti delle diverse delegazioni.

La verità è che, anche per chi crede nella teoria del Riscaldamento globale antropogenico (provocato dall’uomo), l’«Accordo di Parigi» è più fumo che arrosto. Per poter ottenere quello che è l’unico risultato significativo – ovvero la firma di tutti i Paesi che si impegnano a ridurre le emissioni di anidride carbonica – si è dovuto trovare un accordo al ribasso, i cui punti fondamentali sono già stati ieri da noi anticipati in questo articolo.

In realtà a una lettura critica l’accordo di Parigi si colloca tra l’assurdo e il ridicolo. Tutti i paesi si impegnano a mantenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Già questa è un’affermazione strabiliante: il solo pensare di poter regolare la temperatura della Terra implica la conoscenza perfetta di tutti i fattori che determinano il clima e l’esatta interrelazione che c’è fra di essi. Cosicché intervenendo di un tot su uno di questi fattori si dovrebbe essere sicuri di poter raggiungere la temperatura desiderata. Ma la scienza è lontanissima da questo traguardo; i tanto decantati modelli climatici non sono neanche in grado di ricostruire il clima attuale, figurarsi da qui a 20, 50 o 100 anni. E infatti le previsioni fatte venti anni fa – per cui già adesso rispetto al 1990 la temperatura sarebbe dovuta crescere di 0,75°C – risultano già sbagliate. Oltretutto l’impegno è anche generico, troppo vago per essere vero: sotto i 2°C, tendente a 1,5°C.

Ma andiamo avanti: l’impegno riguarda sostanzialmente solo uno dei gas serra, l’anidride carbonica (CO2), le cui emissioni di carattere antropico si devono all’uso dei combustibili fossili. A questo punto uno è legittimato a credere che gli scienziati – e di riflesso i politici – possano misurare con precisione la relazione causa-effetto tra CO2 e temperature. Cosicché si possa dire che a una certa quantità di emissioni corrisponde esattamente un certo aumento di temperatura. Ma anche questo non è il caso: pur lasciando da parte il fatto che dalle attività umane viene al massimo il 5% delle emissioni totali di CO2 (il resto è naturale) e che tra i gas serra la CO2 vale meno del 10%, mai nessuno scienziato – neanche i più militanti pro-riscaldamento – ha neanche azzardato di proporre un calcolo del genere. Ma se non si conosce questo dato in base a cosa posso affermare di poter controllare l’aumento delle temperature? Probabilmente a naso, tanto è vero che l’Accordo evita anche di stabilire oggettivamente la quota di emissione per ogni paese. Ogni governo è tenuto a stabilire lui stesso l’obiettivo da raggiungere, obiettivo che sarà verificato poi ogni 5 anni. Quindi ci si impegna a non far crescere la temperatura della Terra sopra i 2°C stabilendo obiettivi a caso. Dal punto di vista scientifico un vero unicum.

Ma non è finita: l’«Accordo di Parigi» non prevede l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica, ma la loro neutralità; ovvero si potrà emettere nella quantità che alberi, terreni e mari possono assorbire naturalmente. Ma senza fretta: la neutralità dovrà essere raggiunta tra il 2050 e il 2100. Vale a dire che abbiamo circa 85 anni per metterci in regola e in base a obiettivi stabiliti su base volontaria. Ma se la decisione a contenere le temperature è attuale, come potrà mai incidere un rimedio che sarà a regime tra diversi decenni? Mistero.

Allora la domanda sorge spontanea: fino a quando saremo disposti a farci prendere in giro?

FONTE: lanuovabq.it

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