La Chiesa che deve salvare il mondo, e non solo farsi voler bene da esso

Lettera al direttore de “Il Foglio” (9 dicembre 2015)

Al direttore — Ricorre in questi giorni il 50° anniversario della chiusura del Vaticano II, un evento che a distanza di mezzo secolo non cessa di far discutere. Il che, di per sé, non è necessariamente un male, anzi. Per chi abbia cura di non applicare alle vicende della fede categorie che poco o nulla hanno a che fare con essa, più il Vaticano II emerge come “segno di contraddizione”, più si conferma la sua impronta divina.

Resta il fatto che entrambe le letture prevalenti, quella tradizionalista che lo vede come un evento di rottura rispetto alla “vera” Chiesa – con ciò intendendo quella tridentina – e quella progressista che, all’opposto, lo interpreta anch’essa come discontinuità ma in questo caso positivamente intesa come apertura alla modernità, peccano di miopia. Se è fin troppo facile dimostrare come durante e dopo il Vaticano II ci furono sbandamenti, eccessi ed errori, è altrettanto vero che ciò accadde non a causa del Concilio – come erroneamente sostiene la scuola tradizionalista – ma nonostante il Concilio e sulla base di una precisa interpretazione del Vaticano II, che poi è quella che storicamente ha prevalso, sviluppata in primis dalla Scuola di Bologna, che lo ha interpretato a mo’ di cesura col passato e apertura alla modernità.

È sulla scia di questa lettura che più d’uno si è sentito autorizzato a vivere e pensare la chiesa come se il Concilio fosse l’anno zero, in nome del quale si potevano (e forse si dovevano) mutuare acriticamente categorie e forme della modernità per stare finalmente al passo con i tempi. I risultati li conosciamo bene: crisi delle vocazioni e seminari svuotati, crisi del sacerdozio e conseguente abbandono dello stato clericale da parte di tantissimi preti, alcuni dei quali per stare vicino al popolo come si diceva allora (si era negli anni delle lotte operaie) smisero la talare per andare in fabbrica (sul punto, sarebbe interessante sapere quanti, dopo aver lasciato il sacerdozio, sono rimasti a fare l’operaio, ma questa è un’altra storia…), bizzarrie e amenità liturgiche di vario genere (messe beat, ecc.), smottamenti in campo morale – esemplare in tal senso la battaglia contro l’Humanae vitae del Beato Paolo VI – e dottrinale (si pensi alle varie teologie della liberazione e, più in generale, al tentativo, teorico e pratico, di tenere insieme Cristo e Marx, che in ambito politico è sfociato in quel fenomeno devastante sotto tutti i profili che va sotto il nome di cattocomunismo), ecc. ecc. Ciò di cui la chiesa ha bisogno è di tornare al Vaticano II, quello vero. Che resta un evento straordinario dove lo Spirito ha parlato alla chiesa suscitando un’azione di rinnovamento nella, non contro né oltre la tradizione, come sottolineò Benedetto XVI nel celebre discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005.

Di fronte alle sfide di oggi la cura non è fare marcia indietro né tanto meno vagheggiare balzi in avanti, ma, appunto, attuare il Concilio nell’ottica di “accordare” le verità di sempre sulla lunghezza d’onda dell’uomo contemporaneo, in linea con lo spirito di quella “nuova evangelizzazione” che, non a caso, è stata la bussola del pontificato di san Giovanni Paolo II. E avendo ben presente che la missione della chiesa è di salvare il mondo, non di farsi ben volere da esso.

Luca Del Pozzo


Al lettore —  «Guai a voi, se tutti gli uomini parleranno bene di voi, perché così fecero anche i loro padri con i falsi profeti» (Gesù, discorso della montagna).

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