Il vescovo di Padova, mons. Cipolla, si è arreso

Fu nominato da Papa Francesco fuori dalla terna della CEI.

di Bonifacio Borruso (02-12-2015)

«Non avrei paura a fare marcia indietro su tante nostre tradizioni»: Claudio Cipolla è apparso l’altro ieri sera sugli schermi di Rete Veneta, emittente regionale e, con l’eloquio gentile che gli è proprio, la croce pettorale ben in vista, lo zucchetto in testa, insomma con tutto quello che compete a un vescovo di Santa Romana Chiesa, ha decretato la resa del cattolicesimo. Il vescovo di Padova, sollecitato sull’onda delle polemiche esplose nel Milanese, col preside di Rozzano accusato di aver voluto cassare le festività natalizie, ha risposto che «pur di mantenerci nella pace, nell’amicizia nella fraternità», evidentemente verso le altre confessioni religiose, lui farebbe «tanti passi indietro». Non uno solo, si badi bene, chessò la rinuncia a un presepe vivente, ma molti passi del gambero. Un rinculo generale, per la pace. E il quieto vivere. Monsignor Cipolla, mantovano, 60 anni, a lungo direttore della Caritas della sua città, e stato chiamato nel luglio scorso a guidare la diocesi patavina da Papa Francesco, che non lo ha scelto nella solita terna proposta dalla Conferenza episcopale Italiana, come ormai fa sempre più spesso. È uno dei «vescovi parroci» che sta caratterizzando questo pontificato, così come è successo a Palermo e a Bologna, con un certo clamore.

La mansueta dichiarazione del presule avviene in specialissimo sincrono proprio con l’azione pastorale del Capo, ossia Jorge Bergoglio, che nel suo viaggio africano si è fatto scortare da un gruppo di imam in una moschea centroafricana. E idealmente monsignor Cipolla entra nelle moschee della sua diocesi dichiarandosi pronto a chiedere ai propri fedeli di riavvolgere nella carta le statuine del presepe, ai parroci di riportare i sacrestia certi addobbi pronti per ricordare la nascita di Cristo e ai cori parrocchiali di smettere di provare l’Adeste fidelis, di cui circolava già l’edizione italiana ché la latina faceva un po’ effetto levevriano. Insomma se Cipolla guidasse la Chiesa ambrosiana, dove dall’Avvento e fino a Natale si benedicono le famiglie e le case, avrebbe già dato il rompete le righe a parroci e chierichetti.

Ci si domanda se quelle padovane siano le prove tecniche della «Chiesa in uscita» annunciata da Papa Francesco, in cui l’atto di andare incontro agli altri, senza far proselitismo ovviamente ché la sola parola indigna il pontefice, in cui l’atto di abbracciare gli altri, si diceva, preveda la totale smobilitazione delle propria identità. Creando cioè un bel mondo, senza religioni, e avverando cioè la profezia cantata da John Lenon in Imagine. O, più facilmente, un mondo dove le confessioni più giovani e aggressive, con 600 anni di storia in meno come quella musulmana, si accomodino a piacimento nella società, grazie al «religiosamente corretto» dei Bergoglio e dei Cipolla. Fra qualche anno gli storici della Chiesa ne potrebbe scrivere parlando di rottamazione. Anzi la «Chiesa ospedale da campo», altra immagine ricorrente nella narrazione bergogliana, servirà a ricoverare i cattolici depressi e in crisi di identità. Una santa clinica psichiatrica.

Intanto qualcuno avvisi Michel Houellebeq, l’autore di Sottomissione, il romanzo che racconta l’islamizzazione della Francia per via democratica: se lo vorrà potrà trovare a Padova, città del Santo, nel senso di Antonio, materiale per un bel sequel letterario. E quelli dell’Isis la smettano di inondare i social network con le immagini delle croci divelte nei territori del Califfo. Non penseranno mica di impressionarci? Da noi ci pensano i vescovi a smontarle

FONTE: italiaoggi.it

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