Il vescovo Grech vuole “ripensare” la Legge di Dio

Secondo Mario Grech, prelato maltese, è necessario un cambiamento della teologia morale.

Il vescovo Mario Grech è intervenuto in seminario a Malta e ha espresso alcune valutazioni in merito ai lavori del recente sinodo. In particolare si è soffermato su tre punti principali.

Mario Grech
Mario Grech

Il primo è una questione di ecclesiologia. L’atmosfera nell’Aula del sinodo, ha detto, era quella simile alla battaglia tra due chiese: la prima – “l’ospedale da campo” – è quella che non teme di guarire le ferite dell’umanità, mentre la seconda è una chiesa “autoreferenziale, difensiva e interessata al potere, soprattutto il potere sulla coscienza delle persone.” Il vescovo Grech, noto per le sue posizioni favorevoli ad un nuovo approccio pastorale, ritiene che se si abbraccia una ecclesiologia lontana dal mondo, il rischio è quello di non avere alcun dialogo con il mondo.

Il secondo punto sottolineato da Grech ha implicazioni di non poco conto. Ha parlato della necessità di una “nuova riflessione sui sacramenti”, anche se ha ribadito che “non è in questione la dottrina”. Tuttavia, ciò che mette sul tavolo sono ripensamenti che toccano le fondamenta della fede, cioè i sacramenti per quanto riguarda l’episcopato, il matrimonio, la confessione e l’Eucaristia. Ha parlato della “necessità di una rinnovata comprensione del ministero petrino”, così come di una “ridefinizione dell’Eucaristia che non è solo il pane degli angeli, ma un aiuto per chi ha bisogno”. Mentre il sacramento della confessione deve essere interpretato non come “un trofeo per gli eletti, ma un aiuto per il pellegrino stanco.” Purtroppo il vescovo maltese non specifica in cosa consistano questi “ripensamenti”, lasciando soltanto queste indicazioni audaci e vaghe al tempo stesso.

Il terzo punto va al cuore del dibattito sinodale appena concluso. Si tratta della “necessità di un cambiamento in teologia morale”. Secondo mons. Grech “la chiesa ha a disposizione gli strumenti necessari per affrontare tutti i casi, ma sceglie di non usarli per favorire alcune risposte bianco-o-nero sui problemi morali.” Per questo richiede“il cambiamento da una morale di norme ad una delle virtù che comporta discernimento, pazienza, accompagnamento e il principio della gradualità.”

In questo ultimo punto possiamo intravvedere una certa difficoltà nei confronti dell’enciclica Veritatis Splendor (1993) di S. Giovanni Paolo II, un testo poco ricordato durante il dibattito sinodale, ma cruciale.

Al n. 15 della Veritatis Splendor si legge: “Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi come un limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l’amore (cfr. Col 3:14)”. Interpretare la norma morale come qualcosa che stabilisce esclusivamente delle limitazioni estrinseche e potenzialmente in contrasto con il bene del soggetto morale, equivale a ignorare che Gesù Cristo insegna i comandamenti come qualcosa di pregno della pienezza di vita da Lui promessa.

A proposito di cambiamenti della teologia morale secondo il discernimento e l’accompagnamento, rimane utile confrontarsi con il n°56 di Veritatis Splendor. Per evitare facili fraintendimenti.

“…alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare.”

FONTE: lanuovabq.it

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