Il vescovo “intercettato” e i moralizzatori di Stato

Il caso di monsignor Negri, arcivescovo di Ferrara, a cui è stata intercettata una chiacchierata privata e sbattuta in prima pagina su Il Fatto Quotidiano, mette in evidenza il sistema totalitario verso cui siamo già avviati, con tutti i cittadini trasformati in delatori e spie.

di Riccardo Cascioli

Bisognerà rassegnarsi al fatto che siamo in un regime totalitario, dove tutti non solo possono ma addirittura si sentono in obbligo di spiare e denunciare il vicino: per guadagnare credito davanti al potere o per eliminare un nemico. Non importa se a torto o a ragione, basta un sospetto, una frase estrapolata dal contesto, una parola fuori posto e il colpevole è servito al potente di turno.

Non per niente nei paesi democratici ci sono leggi che vietano di carpire conversazioni private altrui, in Italia se si registrano il reato è di intercettazione illecita, e se si pubblicano dovrebbe anche intervenire l’Ordine dei giornalisti e sanzionare i colpevoli. Ma pensare che questo accada è pura illusione, non è certo la prima volta che avvengono cose del genere: evidentemente in Italia la libertà, il rispetto della privacy delle persone è già morta da tempo, a dispetto delle tonnellate di carta che in tutti gli uffici pubblici e privati ci fanno firmare a tutela (dicono) della nostra privacy, in realtà per continuare a violarla con la garanzia di legge.

Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa.
Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa.

Così capita che un arcivescovo, che su un Frecciarossa sta parlando con il suo segretario o con un suo amico al telefono – venga attentamente ascoltato, forse registrato, e poi sbattuto in prima pagina e trattato da gufo che prega per la morte del Papa. È il caso di questi giorni che vede coinvolto monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e un amico della Nuova Bussola Quotidiana (sì, per noi resta un amico), a cui Il Fatto Quotidiano (25 novembre) attribuisce frasi che, ad ogni buon conto, ieri sono state smentite o precisate dallo stesso Negri in un comunicato: «Il Fatto Quotidiano – scrive l’arcivescovo – ha operato in spregio delle più elementari norme deontologiche del giornalismo, attribuendomi frasi virgolettate che non ho mai detto ed estrapolandone altre dai loro contesti originari per ricavarne contenuti opposti a quanto si stava dicendo, trasformando così l’ipotesi del giornalista in certezza. È profondamente scorretto sul piano della professione e deontologia del giornalista. La cosa più grave riguarda la prima pagina: “Francesco deve fare la fine di quell’altro Papa”. Il terribile titolo virgolettato, infatti, riporta una frase mai pronunciata da me, e prova ne è che poi tale frase non è più rintracciabile nel corpo dell’articolo. Quello che risulta chiaro è che si virgoletta l’interpretazione che “il Fatto” ha voluto dare alla vicenda, crocifiggendomi così ad una frase mai pronunciata. È una procedura di gravità inaudita».

Coinvolto nella ricostruzione del Fatto anche il giornalista Renato Farina, che sarebbe stato all’altro capo del telefono. Ma Farina – che ha annunciato immediata querela al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio e al giornalista Loris Mazzetti – smentisce tale circostanza così come nega di aver mai sentito, nelle conversazioni private avute, monsignor Negri pronunciare parole ingiuriose nei confronti del Papa.

In una lettera aperta ai fedeli della sua diocesi, subito dopo la pubblicazione dell’articolo del Fatto Quotidiano, era lo stesso monsignor Negri a rassicurare affermando che «per me, fin dagli anni della prima giovinezza, vivere il legame con il Santo Padre è stato un riferimento ineludibile e fonte di vita nuova. Senza il costante riferimento al Papa non esiste per nessuno, Vescovi compresi, la possibilità di essere veramente cristiani nel mondo. Lo dimostra il mio pensiero sulla Chiesa e sul Papa nelle decine di comunicati, negli atti di magistero e nelle numerose opere pubblicate. Sento quindi il dovere di coscienza di rinnovare, davanti a voi che siete il mio popolo, la certezza della mia fede in Cristo e della mia totale obbedienza al Papa».

Obbedienza vera, viene da aggiungere, non quella sua parodia oggi imperante che si trasforma in obbligo di adulazione imposto dalla grande stampa: da giornalisti e da intellettuali cattolici che non perdono mai occasione – nell’esaltare papa Francesco – di polemizzare con i suoi predecessori. E l’obbedienza comprende anche la possibilità (a volte il dovere) di discutere o porre obiezioni a scelte che non costituiscono dogma di fede.

© La Nuova BQ (27-11-2015)

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