Tra i vescovi USA il “regime change” è di là da venire

I vescovi americano preferiscono evangelizzare il mondo che “aggiornare” la Chiesa secondo il mondo.

di Sandro Magister

Come s’è visto nel precedente post, tra i cattolici degli Stati Uniti la popolarità di Francesco è da qualche tempo in calo. Ma anche tra i vescovi di quel paese la linea di Jorge Mario Bergoglio non sembra tanto in salute, nonostante l’energica iniezione di nomine da lui fatte, chiaramente finalizzate a un “regime change”: > La vera rivoluzione di Francesco è a colpi di nomine

Se ne è avuta conferma nella plenaria della conferenza episcopale degli Stati Uniti che si è tenuta a Baltimora dal 16 al 19 novembre. Nella votazione più “strategica” – definita proprio così –, quella che ha fissato le “priorità” dell’azione pastorale dal 2017 al 2020, i sostenitori della linea di papa Francesco hanno rimediato una disfatta, con soli 4 voti contro 233.

Le priorità approvate sono nell’ordine:

  • evangelizzazione,
  • famiglia e matrimonio,
  • vita e dignità umana,
  • vocazioni e formazione,
  • libertà religiosa.

Molto diverse da quelle che avrebbero voluto gli sconfitti, sull’onda dell’attuale pontificato: povertà, immigrazioni, giustizia sociale, ambiente. Anche il documento elaborato (a cominciare dal lontano 2007, in piena era Ratzinger) per “formare le coscienze dei cittadini credenti” nelle decisioni politiche ha registrato un’approvazione massiccia, inutilmente contrastata dai vescovi più vicini a Bergoglio. Il voto finale è stato di 217 a 16 per la nota introduttiva e di 210 a 21 per il corpo del testo.

E poi ci sono state le elezioni per i vari incarichi, alle quali concorrevano quattro candidati di fresca nomina papale: i vescovi George V. Murry di Youngstown, Robert McElroy di San Diego, Frank J. Caggiano di Bridgeport e John C. Wester di Santa Fe. Di questi quattro l’unico a passare è stato Murry, che è prevalso per 132 voti a 106 sull’arcivescovo di St. Louis Robert Carlson. Murry è gesuita ed è stato chiamato personalmente da papa Francesco a prender parte al sinodo dello scorso ottobre. La stella nascente McElroy è stata invece battuta dal vescovo di Venice Frank Dewane per 128 voti a 111. Wester è stato superato dall’arcivescovo di Los Angeles José Gomez, dell’Opus Dei, per 140 voti a 58 (ma qui c’era anche un terzo candidato in lizza, il vescovo di Little Rock Antony Taylor, che ha preso 21 voti). E Caggiano è stato sconfitto dall’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput per 141 voti a 98.

Va però dato atto che in un paio di votazioni hanno prevalso dei vescovi che possono essere classificati anch’essi tra i graditi a Bergoglio, pur non essendo stati da lui nominati. È questo il caso dell’arcivescovo di Indianapolis Joseph W. Tobin, già segretario della congregazione vaticana per i religiosi, cacciato da Roma alla fine del pontificato di Benedetto XVI perché troppo comprensivo con le suore americane inquisite per eccessi modernisti. Tobin ha battuto per 144 voti a 96 l’arcivescovo di Denver Samuel Aquila. Ed è il caso dell’arcivescovo di Atlanta Wilton D. Gregory, che ha battuto per 124 voti a 114 il vescovo di Allentown John Barres, dell’Opus Dei. Gregory fu presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti dal 2001 al 2004, ultimo della cordata che faceva capo al cardinale Joseph Bernardin, indimenticato leader della stagione progressista dell’episcopato americano che ebbe il suo apogeo negli annui Ottanta.

I paladini di Bergoglio pregustano inoltre come un loro successo la vicina uscita di scena, per raggiunti limiti di età, dell’attuale nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, a loro sommamente inviso. In quello che era probabilmente il suo ultimo discorso ai vescovi americani riuniti, Viganò ha bacchettato le scuole e le università degli Stati Uniti che di cattolico hanno mantenuto solo il nome. E ha taciuto sul caso Kim Davis, la pubblica funzionaria punita con la prigione per aver rifiutato di firmare la licenza per un matrimonio gay, da lui fatta incontrare privatamente con papa Francesco quando si trovava a Washington. Questa udienza fu in seguito sminuita da padre Federico Lombardi come “un saluto tra tanti” e, peggio, fu rumorosamente contestata da varie voci progressiste come una “trappola” predisposta proprio da Viganò ai danni di Francesco. Sta di fatto che la plenaria dei vescovi americani non ha affatto dato mostra di credere a questa versione, a giudicare dalla doppia, calorosissima “standing ovation” con cui ha salutato il nunzio Viganò.

© Settimo Cielo (20-11-2015)

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