Papa Sabiniano, chi era costui?

Siamo andati a “ripescare” papa Sabiniano per trovare un esempio storico che permetta di riflettere su due problemi attuali della vita ecclesiale: un certo pendolarismo nella successione dei papi e il disagio di alcuni verso il papa regnante.

di P. Riccardo Barile OP

«Carneade! Chi era costui?». L’inizio del burrascosissimo cap. VIII de I promessi sposi ha riportato alla ribalta un nome destinato all’oblio. Ciò che invece non è ancora avvenuto per papa Sabiniano, a fronte del quale quasi tutti sono nella situazione del povero don Abbondio: «Chi era costui?», senza poter capire come mai qui se ne parla. Beh, è il sottoscritto che è andato a ripescarlo per trovare un esempio storico che permetta di riflettere su due problemi attuali della vita ecclesiale: un certo pendolarismo nella successione dei Papi e il disagio di alcuni verso il Papa regnante.

È infatti noto che, come nella lirica ad un certo punto si creò la categoria de “i vedovi della Callas”, così, dopo pontificati dai contorni precisi e con una successione dai contorni altrettanto precisi, ma non uguali, si crea più o meno la stessa categoria: con Giovanni XXIII “i vedovi di Pio XII” e oggi “i vedovi di Ratzinger”. E come con “i vedovi della Callas” una cantante – sembra – si lasciò sfuggire: «Ma adesso ci sono io!», la stessa risposta, volente o nolente, deve darla il Papa regnante. Con un’aggiunta però: «Adesso ci sono io, ma passerò anch’io, perché l’unico che rimane è Gesù Cristo, “lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8), al quale dovrò rendere conto delle azioni compiute mentre ero nel corpo (cf 2Cor 5,10)».

Sabiniano fu il successore di un grandissimo Papa: san Gregorio Magno († 604). E nei due anni di pontificato (604-606) il pendolarismo fu quasi perfetto, studiandosi di privilegiare orientamenti spesso opposti al predecessore.n Eppure Sabiniano fu apprezzato da Gregorio Magno, che lo destinò come suo uomo di fiducia a Bisanzio, dove però questi conseguì degli insuccessi dovuti a una certa ingenuità verso i bizantini, per cui fu richiamato e inviato in Gallia con più modesti incarichi. Nonostante premesse del genere, Sabiniano fu eletto a succedere a Gregorio Magno. E qui apparve che la sua ingenuità era invece furbizia: era meno filobarbaro di Gregorio e più filobizantino di lui, per cui i buoni rapporti con i bizantini di Bisanzio e con gli ecclesiastici filobizantini di Roma lo collocarono sulla cattedra di Pietro e dunque «la sua elezione va interpretata come il segno di una reazione concreta all’indirizzo che Gregorio aveva impresso al suo pontificato» (Treccani, Enciclopedia dei Papi I, p. 575). Ci pare impossibile, abituati come siamo a celebrare la grandezza di Gregorio Magno, eppure…

Oltre alla politica filobizantina, Sabiniano attuò altre correzioni di rotta. Negli incarichi curiali favorì il clero secolare, in controtendenza a Gregorio che aveva privilegiato il clero regolare. Soprattutto cambiò metodo nella erogazione del grano pontificio ai poveri in occasione di carestie: Gregorio l’aveva distribuito gratuitamente, Sabiniano lo fece pagare. Anche se va presa in considerazione l’ipotesi che con il ricavato si mettessero in piedi altre iniziative di carità, nella vicenda tanto Gregorio rimase simpatico, quanto Sabiniano ne uscì antipatico. Paolo Diacono († 799) molti anni più tardi nel cap. 29 della Vita di san Gregorio Magno diede corpo letterario alla leggenda nera: a fronte delle lamentele del popolo che lo invitava a comportarsi come Gregorio, Sabiniano avrebbe risposto: «Se Gregorio accolse tutti per favorire la fama della sua lode, noi non possiamo pascolare tutti». Al che Gregorio gli sarebbe apparso tre volte invitandolo a cambiare comportamento e, di fronte al rifiuto, in una quarta apparizione «dopo averlo minacciato, lo percosse sulla testa. (Sabiniano) ne provò un gran dolore e morì poco dopo» (PL 75,58). È inverosimile che un papa ammodo come Gregorio Magno e per di più in gloria, si fosse così comportato! Ma è vera l’antipatia verso Sabiniano, tanto che si dovette modificare il tragitto della sepoltura per evitare oltraggi al cadavere.

Si potrebbero portare altri esempi: il successore di san Pio V, il bolognese Ugo Boncompagni poi Gregorio XIII (1572-1585), era persona seria ma con un figlio “fatto” a Bologna con una persona di servizio per sistemare questioni ereditarie e durante la fase bolognese del concilio di Trento, di cui era consultore giuridico; Gregorio XIII poi favorì il figlio con incarichi civili e la ricerca di una ricca ereditiera per moglie e di certo in questo era pendolare e alternativo all’austero san Pio V! E anche Pio IX all’inizio godeva fama di “liberale” ed era alternativo al predecessore Gregorio XVI ecc.

Uscendo dalla storia ed entrando nell’attualità, non è forse la nostra situazione? Per cui la conclusione è di accettare di buon grado anche oggi una certa dose di pendolarismo, dando per scontato che stili di vita, insistenze su tematiche, criteri per la nomina dei vescovi ecc. sono diversi. È normale ed è un modo con il quale la divina provvidenza equilibra la storia, in primis la storia della Chiesa. Il fatto che un papa sia stato grande o santo, non impedisce che a lui succeda una figura alternativa e discontinua. C’è però una seconda constatazione e conclusione: Sabiniano era filobizantino già sotto papa Gregorio; Roncalli, regnante papa Pacelli, spesso reagiva già da “Giovanni XXIII”; Ratzinger già intorno al 1970 elaborò le considerazioni teologiche che sono a fondamento del Motu proprio Summorum Pontificum – venuto 37 anni dopo! – sulla “liberalizzazione” della liturgia anteriore all’attuale riforma e qui fermiamoci perché un giusto rispetto istituzionale consiglia di non aprire il file Bergoglio.

La conclusione che se ne trae è che tutti costoro avevano un proprio dono: una «grazia secondo la misura del dono di Cristo … una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (Ef 4,8; 1Cor 12,7). Certo rispettando il governo della Chiesa, restarono fedeli a questo dono e ad un certo punto, divenuti papi, lo posero con particolare intensità «a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10). Se vi avessero rinunciato semplicemente per “imitare” il Papa regnante, qualche ricchezza sarebbe andata persa e non si sarebbe più potuto concludere con il versetto successivo 1Pt 4,11: «perché in tutto sia glorificato Dio». A un livello più modesto, la considerazione vale per quanti perseguono oggi attenzioni che sembrano “sorpassate” come la valutazione della dottrina e della legge e della disciplina, un certo modo di rapportarsi con Dio e con il mondo, un certo modo di celebrare e accostarsi ai misteri sino – perché no? – alla comunione in ginocchio. Chi ha ricevuto questo dono, deve continuare a coltivarlo non come “appendice di un pontificato”, ma appunto come la misura “personale” del dono di Cristo.

Naturalmente questa fedeltà, pur aperta al confronto, deve restare, evitando di far tornare attuale il ritornello di quella (vecchia) canzone di Orietta Berti che a un certo punto faceva: «Tu cambi bandiera!». Qualche volta – troppe volte – oggi ritorna alla mente… Questa fedeltà esige di accettare cordialmente di vivere una certa marginalità, che, paradossalmente, è più reale di tanta “periferia virtuale”. La Chiesa, infatti, è come un negozio o come un magazzino con vetrine bellissime dove però non sempre tutto può trovarsi in esposizione; oppure è una scena sulla quale non sempre possono trovare spazio tutti gli attori. Ciò che conta è che le ricchezze ci siano e siano custodite da chi ne ha il dono. Se il criterio per tralasciarle fosse il non essere posti in vetrina o al governo, oggi, con l’esaltazione dei “preti di strada”, i certosini dovrebbero chiudere bottega… Se qualcosa di buono si persegue e con una fedeltà che si propone ma che non vuole a tutti i costi imporsi, il bene sarà un giorno accolto e valorizzato. Ma con tempi lunghi, magari anche dopo la morte di quanti lo hanno custodito.

Giovanni Paolo II, al n. 8 della Lettera apostolica Orientale Lumen (2.5.1995), osservava che la tradizione conserva tutto ciò che lo Spirito ha disseminato nella storia «dando quindi speranza a coloro che, pur non avendo veduto i loro sforzi di bene coronati da successo, sanno che qualcun altro li porterà a compimento; allora l’uomo si sentirà meno solo, meno rinchiuso nell’angolo angusto del proprio operato individuale». È una considerazione che dà molta speranza e che, con le debite proporzioni si può adattare al nostro discorso. Certo la problematica non è tutta qui perché ci sono altre inquietudini di tipo diverso che vanno affrontate con discorsi diversi, comunque papa Sabiniano – ormai non più un «Chi era costui?»- fin qui ci ha già insegnato e consolato abbastanza.

© La Nuova BQ (15-11-2015)

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