Dottrina, tenerezza e tante balle (ma che Sinodo hanno visto i giornali?)

I giornali di tutto il mondo si sono concentrati su due soli temi in discussione. E in entrambi i casi non hanno voluto capire cosa sta davvero a cuore alla Chiesa.

di Rachele Schirle (27-10-2015)

Il Sinodo sulla famiglia si è concluso con un documento finale di 59 pagine organizzate in 94 paragrafi. Vi sono esaminati la famiglia e i contesti antropologico-culturale e socio-economico; il ruolo della famiglia nel piano di Dio (storia della Salvezza, magistero della Chiesa, dottrina cristiana), la sua missione nel mondo. Si sottolinea il valore del matrimonio nell’ordine della creazione e la sua pienezza sacramentale, l’indissolubilità e fecondità dell’unione sponsale, l’intimo legame fra Chiesa e famiglia, eccetera. L’attenzione dei media, però, sin dalla vigilia del Sinodo era tutta centrata su due questioni: le coppie di persone dello stesso sesso e la possibilità che battezzati divorziati e risposati fossero ammessi all’Eucarestia. Il tutto sullo sfondo di un’asserita battaglia interna alla Chiesa fra progressisti e conservatori, fra papa Francesco e gli avversari della linea di papa Francesco.

Sul primo punto, la Relazione finale dice al numero 76: «Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4). Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso».

Il criterio di san Wojtyla

L’altro tema, quella della Comunione per i divorziati, semplicemente nella Relazione finale non c’è. Ben tre paragrafi sono dedicati alla condizione dei cattolici divorziati e risposati civilmente, ma in nessuno ci si pronuncia chiaramente sulla questione dell’accesso all’Eucarestia. Troviamo che «i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza».

Al n. 85 si coglie un’apertura in certi casi: «San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido” (Familiaris Consortio, 84). È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo».

Al n. 86 è posto un paletto preciso rispetto all’apertura: «Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cfr. Familiaris Consortio, n. 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa».

In Italia e all’estero due film diversi

Fin qui l’obiettività dei testi. Come sono stati interpretati dai giornali italiani e stranieri? Sembra che non abbiano visto lo stesso film. Il Fatto quotidiano ha titolato: “Il papa ottiene dal Sinodo un’apertura sui divorziati”; “Sinodo: la comunione ai divorziati risposati passa per soli due voti. Francesco spacca la politica della Chiesa” e “Per le coppie omosessuali niente di fatto”. La Stampa batte e ribatte: “Comunione ai divorziati, sì ma per un solo voto. Così Papa Francesco ha piegato i conservatori”. “La minoranza rigorista sconfitta dalla mossa a sorpresa in assemblea”. “Cade divieto assoluto di comunione ai divorziati: sì del Sinodo ma con un solo voto di scarto”. La Repubblica: “Sinodo: 2/3 dei vescovi, sì alla comunione ai divorziati”. E ancora: “Sì ai divorziati, ma Sinodo diviso. Il Papa: superiamo i complotti”. Mentre l’editorialista Eugenio Scalfari scrive: “Conservatori e temporalisti lo frenano ma Francesco non si fermerà”. Il Corriere della Sera: “Il Sinodo apre sulla comunione ai divorziati”; «Ora il Papa ha le mani libere. Scriverà presto il suo documento» (citando il superiore dei gesuiti).

Luc Van Looy, vescovo di Gent
Luc Van Looy, vescovo di Gent

All’estero hanno visto le cose un po’ diversamente. In Spagna El País titola: “Il Sinodo della famiglia si chiude senza soddisfare le aspettative del papa”; negli Stati Uniti il Wall Street Journal dichiara: “I vescovi portano il papa alla sconfitta sull’apertura ai cattolici divorziati – Il Sinodo si conclude senza avallare un percorso per accedere all’eucarestia per coloro che hanno divorziato e si sono risposati”. Per il Daily Telegraph (Londra) “Il Sinodo si è concluso. Niente di sostanziale è cambiato”, mentre per l’edizione domenicale del Times “Il papa attacca i vescovi per aver bloccato la riforma gay”. The Tablet, il periodico dei cattolici britannici liberal, commenta amaramente: “Il Sinodo sulla Famiglia si è concluso senza alcun consenso sulla questione della comunione per i cattolici divorziati risposati e con il rifiuto di ogni cambiamento nella dottrina della Chiesa sull’omosessualità”. Il New York Times nel corpo di un articolo: «I reporter che chiedevano chiarezza si sono affollati attorno al portavoce: “Non possono ricevere la Comunione”, ha detto padre Thomas Rosica». In Francia Le Monde comunica in prima pagina: “Il sinodo frena le riforme del papa sulla famiglia”.

Il paragrafo ignorato

Alcuni giornali italiani successivamente ai titoli encomiastici citati all’inizio hanno proposto pezzi più riflessivi e in chiaroscuro, chiarendo che l’accesso dei divorziati risposati all’Eucarestia non potrebbe avvenire che valutando caso per caso. Nessuno di essi tuttavia ha fatto molto caso al testo al numero 76, nettissimo nella chiusura alla valorizzazione delle relazioni omosessuali e tutt’altro che tenero nella denuncia dei tentativi di condizionare le Chiese locali e i paesi poveri minacciando loro danni a livello finanziario se non accettano il matrimonio fra persone dello stesso sesso.

A quanto pare quello che ha detto il belga monsignor Luc Van Looy, vescovo di Gent, in una conferenza stampa di chiusura del Sinodo, e cioè che «questo Sinodo inaugura la Chiesa della tenerezza e decreta la fine della Chiesa che divide il mondo in buoni e cattivi», non è proprio giusto. Qualche cattivo, secondo i padri sinodali, in giro ancora c’è.

Fonte: tempi.it

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