Anche al Sinodo è il metodo che fa la differenza

Qualcuno si è chiesto se non fosse stato possibile l’adozione di un metodo che non permettesse di inserire in un documento ufficiale affermazioni apertamente contrarie alla dottrina. Al Concilio chi forzava le procedure era soprattutto l’ala dell’innovazione.

di Stefano Fontana

Quanto è importante il metodo in un Sinodo? La lettera dei 13 cardinali al Papa riguardava problemi di metodo. Solo questioni procedurali? Tecniche? O, peggio, di schieramento e tattiche? Vale la pena, forse, esaminare più a fondo la questione del metodo di questo Sinodo, proprio prendendo spunto dalla lettera cardinalizia. Gli storici del Vaticano II hanno ben messo in luce tutta l’importanza che ebbero le questioni procedurali per l’esito, umanamente parlando, del Concilio. Ci furono volute forzature al regolamento e molti furono i protagonisti che svolsero questo ruolo proprio operando sul metodo e le procedure. La questione non è quindi da sottovalutare.

È del tutto evidente che su questo piano questo Sinodo sulla famiglia è stato una vera novità. Un metodo completamente nuovo che in qualche caso ha sollevato delle domande.E non solo in quest’ultima fase in cui molti si chiedono, per esempio, cosa dovranno votare i Padri, se un documento in blocco oppure delle proposizioni. Tutti vedono che non sono domande peregrine, dato che le diverse risposte comportano esiti diversi del Sinodo stesso. Dopo le esperienze della Relatio post disceptationem e dell’Instrumentum laboris votare un testo in blocco viene percepito come molto rischioso. La decisione di affidare al cardinale Kasper la lezione introduttiva ai cardinali è stata la prima novità metodologica, non priva di conseguenze. Da allora si sono formati come due partiti, nonostante il Sinodo, come ha detto il Papa, non sia un parlamento politico.

Inoltre, la riflessione si è concentrata attorno ad un unico nucleo tematico – quello della comunione ai divorziati risposati civilmente – con il rischio di fagocitare tutti gli altri. La divisione in due fasi straordinaria e ordinaria è pure stata una assoluta novità metodologica densa di conseguenze. Il Sinodo straordinario non aveva una funzione deliberativa, però ha votato un documento che ha senz’altro influito sul Sinodo ordinario. La lunghezza della fase sinodale ha dato spazio a molteplici esternazioni che hanno creato un clima confuso e la decisione di non rendere pubblici gli interventi dei Padri, diversamente dal passato, ha alimentato la possibilità di ricostruzioni non sempre precise. Ora si aggiunge l’incertezza su cosa si dovrà votare e sulla composizione della segreteria che scriverà la relazione finale, incertezze però rafforzate dalle precedenti incertezze metodologiche.

Qualcuno si è chiesto se non fosse stato possibile l’adozione di un metodo che non permettesse di inserire in un documento ufficiale affermazioni apertamente contrarie alla dottrina. Il metodo dovrebbe anche garantire che la discussione avvenga dentro la dottrina e non fuori di essa, come avviene nei parlamenti politici che non hanno dottrina. La questione del metodo ha quindi caratterizzato tutta la fase sinodale e non solo a partire dalla recente lettera dei 13 cardinali e ha contribuito a determinare l’incertezza in questo Sinodo. Al Concilio chi forzava le procedure era soprattutto l’ala dell’innovazione.

Credo che un motivo fosse l’idea che la cosa importante non fosse tanto influire sui testi finali quanto innescare dei processi reali conseguenti al Concilio inteso come evento. Le incertezze procedurali di questo Sinodo potranno forse non influire sui documenti finali, ma intanto hanno aperto molte fessure da cui sono uscite suggestioni che hanno già provocato molti effetti nella mentalità e nella prassi di sacerdoti e fedeli. Le incertezze procedurali possono avere questi effetti, ecco perché non sono mai solo procedurali.

© La Nuova BQ (16-10-2015)

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