Sinodo: molte le voci, unica la regia. Dove ci sta portando?

Potrebbe apparire superfluo seguire gli andamenti del Sinodo giorno per giorno, pensando che in realtà quel che conta saranno le conclusioni. Ma in realtà…

di Maria Guarini

Potrebbe apparire superfluo seguire gli andamenti del Sinodo giorno per giorno, pensando che in realtà quel che conta saranno le conclusioni. Ma nelle circostanze attuali perplessi che il Papa, al termine dell’Assise, emanerà subito un documento conclusivo che non potrà essere, com’è sempre stato, una sintesi anche deliberativa dei diversi contributi, che richiede di solito da un anno a due di lavoro; ma sarà con ogni probabilità un testo preparato in anticipo: probabilmente dal team riservato e ristretto di Villa Malta [qui]. E l’andamento lascia intravvedere la ben nota e difficilmente conciliabile dicotomia, della quale non possono lasciarci indifferenti alcuni dati che emergono dal briefing di ieri con i giornalisti [qui].

  1. Tra i 72 interventi dei padri di ieri mattina, qualcuno avanza proposte che prevedono non una soluzione univoca per la questione dei divorziati risposati, ma soluzioni variabili da chiesa a chiesa, e da cultura a cultura.
  2. Da non sottovalutare le dichiarazioni del vescovo canadese Durocher e di monsignor Claudio Celli (Comunicazioni Sociali), che fanno eco alle dichiarazioni del giorno precedente di mons. Bruno Forte richiamando la relazione di apertura del cardinale Erdö e di fatto ridimensionandola:
  3. Vescovo Durocher: «quello di Erdö è un pezzo importante, ma è solo un pezzo».
  • Mons. Celli : «La Chiesa parla all’uomo e alla donna di oggi, entra in contatto con la realtà familiare e matrimoniale che è ricca e complessa, molto più ricca e complessa della semplice unione tra un uomo e una donna… Il panorama è totalmente aperto sui divorziati risposati… Se si fosse chiuso con la relazione Erdö, che cosa ci stiamo a fare qui?»
  • Inoltre nel mattutino, sempre di ieri, di Santa Marta il papa ha detto: «Dove c’è il Signore c’è la misericordia. E Sant’Ambrogio aggiungeva: ‘E dove c’è la rigidità ci sono i suoi ministri’. La testardaggine che sfida la missione, che sfida la misericordia». Era il suo commento alle letture del giorno che gli ha fatto ribadire uno dei suoi concetti chiave: un monito ai padri sinodali?

21942213936_08b9c73b3b_kInfine, una dichiarazione di Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e Padre sinodale, il quale ha guidato la riunione-ombra di Villa Malta ricordata in apertura: «Francesco ha chiesto di non cedere all’ermeneutica cospirativa [!?] che è sociologicamente debole e spiritualmente non aiuta… Bisogna stare attenti a che, con la scusa di difendere la fede, non si difendano solamente le proprie idee: è importante che la Chiesa non cada nel complesso dell’accerchiamento di pochi puri da parte di un mondo ostile. È necessario che la Chiesa madre e maestra accolga i figli che alleva con la loro esistenza concreta. La Chiesa è maestra quando insegna e parla la lingua madre comprensibile dalle persone alle quali si rivolge».

Affermazioni sofiste di questo genere rappresentano l’ossessionante martellamento con cui viene ripetuto il mantra della ‘misericordia’ brandita come una clava e rivelano una mente ormai satura dei fumi del mondo, che salgono densi a competere con ben altre ispirazioni.

A tutto ciò si aggiunge la conclusione dell’udienza papale di oggi:

«Possa l’entusiasmo dei Padri sinodali, animati dallo Spirito Santo, fomentare lo slancio di una Chiesa che abbandona le vecchie reti e si rimette a pescare confidando nella parola del suo Signore. Preghiamo intensamente per questo! Cristo, del resto, ha promesso e ci rincuora: se persino i cattivi padri non rifiutano il pane ai figli affamati, figuriamoci se Dio non darà lo Spirito a coloro che – pur imperfetti come sono – lo chiedono con appassionata insistenza (cfr Lc 11,9-13)».

Quel che precede è un discorso ineccepibile: ma la ‘mosca nel vino’ è quella «Chiesa che abbandona le vecchie reti», che purtroppo non rassicura dal rischio – troppe sono le avvisaglie – di possibile scissione della pastorale dalla dottrina, che non è un reperto museale, ma l’insegnamento vivo di Colui che ha fondato e ha reso feconda nei secoli e perennemente vivifica la Sua Chiesa cattolica, apostolica, romana.

Non smettiamo di ricordare che pastorale significa “tradurre” la dottrina in prassi non apportare modifiche alla dottrina e neppure servirsi della prassi per scavalcarla. Invece c’è da temere che il loro nuovo sistema di aggirare la dottrina possa essere la ‘pastorale latitudinaria’, a seconda dei luoghi e delle culture… La collegialità portata alle sue estreme deleterie conseguenze.

Fonte: chiesaepostconcilio.blogspot.it

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