“La Civiltà Cattolica” ha una nuova sede. A Santa Marta

Scrive ciò che papa Francesco vorrebbe fare in tema di famiglia, ma forse non farà perché frenato dal sinodo. Le obiezioni di uno studioso americano a un articolo sul Concilio di Trento, che secondo la rivista avrebbe ammesso le seconde nozze.

di Sandro Magister (08/09/2015)

“La Civiltà Cattolica” non è una rivista qualsiasi. Scritta esclusivamente da gesuiti, le sue bozze passano da sempre al vaglio delle autorità vaticane, prima della pubblicazione. Con Pio XII era personalmente il papa a esercitare questo controllo e a ispirare alcuni articoli. Giovanni XXIII lasciò fare alla segreteria di Stato, e così i successori.

derecha-papaMa con Francesco il legame tra il papa e la rivista è di nuovo diretto. L’attuale direttore de “La Civiltà Cattolica”, padre Antonio Spadaro, intrattiene con Jorge Mario Bergoglio un rapporto strettissimo e confidenziale, fino a essere diventato il principe dei suoi intervistatori ed interpreti.

Tutto ciò che questa rivista scrive sul sinodo sulla famiglia, quindi, tende a essere ricondotto a lui, a Francesco.

E in effetti, tutti gli articoli fin qui pubblicati in materia inclinano in forma più o meno marcata a sostenere quel “processo” di aggiornamento della pastorale del matrimonio all’insegna della “misericordia” che risulta essere il reale intento del papa e che per molti – compresi alcuni scrittori de “La Civiltà Cattolica” – dovrebbe concretizzarsi nell’ammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati e nella benedizione delle unioni omosessuali.

L’ultimo quaderno della rivista e un suo libro di imminente pubblicazione sono l’ennesima prova di questo orientamento.

Su “La Civiltà Cattolica” del 12 settembre 2015 sono due gli articoli dedicati alla materia del sinodo.

Il primo, del gesuita Bert Daelemans, sulla “sacramentalità del matrimonio”, è più strettamente teologico. Ma non manca di sottolineare che anche “le ferite fanno parte di una anamnesi sana, realista e piena di speranza del sacramento” e che tra le famiglie la Chiesa dovrebbe “curare soprattutto quelle più ferite”, con intuibile riferimento all’immagine cara a Bergoglio della Chiesa come “ospedale a campo”.

Il secondo articolo, di padre Humberto Miguel Yáñez, è invece la recensione di un volume a più voci promosso dal pontificio consiglio per la famiglia e stampato dalla Libreria Editrice Vaticana: “Famiglia e Chiesa, un legame indivisibile”.

Ma si tratta di una recensione chiaramente orientata, visto l’ampio spazio che dedica alla tesi – condivisa dal recensore – di uno dei curatori del volume, il teologo Giampaolo Dianin, sostenitore dell’ammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati.

E nel concludere, padre Yáñez scrive di attendere proprio da papa Francesco quel passo avanti nel processo di cambiamento che il sinodo non sarebbe in grado di compiere perché troppo diviso al suo interno, processo qui definito come “uscita verso le periferie esistenziali”, con formula tipica di Bergoglio:

“Anche se non si arrivasse a un consenso totale su tutti i problemi, l’esercizio della sinodalità sarà sempre una ricchezza e un dono per la Chiesa. E comunque sia, il successore di Pietro, con la sua autorevolezza di pastore e dottore, avrà il compito di decidere, in ultima analisi, le vie da intraprendere nell’uscita ecclesiale proprio verso quelle periferie esistenziali che raccolgono le condizioni sopra considerate”.

Il volume de “La Civiltà Cattolica” di imminente pubblicazione sui temi del sinodo è intitolato: “La famiglia, ospedale da campo”. E ha un sottotitolo che spiega chiaramente di che si tratta: “Dibattito biblico, teologico e pastorale sul matrimonio, nei contributi degli scrittori della Civiltà Cattolica”.

Edito dalla Queriniana – la stessa che pubblica in Italia la rivista “Concilium” – nella prestigiosa collana “Giornale di teologia”, il volume raccoglie in quasi 300 pagine quindici saggi di dodici autori, tutti gesuiti, più l’introduzione di padre Spadaro. Eccone l’indice anticipato dalla Queriniana: > La famiglia, ospedale da campo

Alcuni dei saggi ivi compresi sono già apparsi come articoli de “La Civiltà Cattolica”, come ad esempio quello sopra citato di padre Daelemans.

Oppure come i due a firma del gesuita Giancarlo Pani, professore di storia del cristianesimo all’Università “La Sapienza” di Roma e recentemente aggregato in forma stabile al “collegio degli scrittori” de “La Civiltà Cattolica”

Specialmente il primo di questi due articoli all’epoca aveva fatto sensazione, per la data della sua uscita, nell’immediata vigilia della prima delle due sessione del sinodo, nell’ottobre del 2014, e più ancora per il suo contenuto: > Seconde nozze a Venezia per “La Civiltà Cattolica” (4.10.2014)

La tesi di padre Pani è che il Concilio di Trento, nell’astenersi dal condannare in forma diretta le seconde nozze in uso nelle Chiese orientali non solo tra i fedeli ortodossi ma anche – in alcune aree a confessione mista sotto il dominio di Venezia – tra quelli in unione con Roma, compì nel XVI secolo un profetico gesto di “misericordia evangelica” che la Chiesa cattolica d’oggi dovrebbe riprendere e rafforzare, a beneficio di “quei cristiani che vivono con sofferenza un rapporto coniugale fallito”.

Subito dopo l’uscita dell’articolo, però, questa tesi si trovò contestata da vari studiosi, che la ritenevano insostenibile sia sul piano storico che su quello teologìco.

Una di queste voci critiche – ospitata da www.chiesa – fu quella di E. Christian Brugger, professore di teologia morale nel St. John Vianney Theological Seminar di Denver, Stati Uniti, e specialista del Concilio di Trento: > La vera storia di questo sinodo. Regista, esecutori, aiuti (17.10.2014)

Oggi il professor Brugger ritorna sull’argomento con un libro espressamente da lui dedicato all’insegnamento del Concilio di Trento in materia di matrimonio – di cui prevede la pubblicazione l’anno venturo – e con una lettera già personalmente inviata a 22 padri sinodali di Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, qui sotto riprodotta a beneficio di un più vasto pubblico, nell’imminenza della seconda e ultima sessione del sinodo.

A lui la parola.

__________

“MA QUESTO LA CHIESA CATTOLICA NON LO PUÒ FARE”

di E. Christian Brugger

Gentile Arcivescovo,

le scrivo in vista della prossima assemblea del sinodo dei vescovi in ottobre, per affrontare un punto controverso riguardante l’insegnamento del Concilio di Trento sull’indissolubilità del matrimonio.

Alcuni sostengono che la Chiesa cattolica può adottare una pratica limitata di divorzio e nuovo matrimonio per motivi analoghi al principio pastorale ortodosso di “oikonomia”, e può farlo senza negare la dottrina cattolica dell’indissolubilità. Essi sostengono che il Concilio di Trento, in uno dei suoi canoni sull’indissolubilità (il canone 7), implicitamente ha insegnato che la pratica greca non era errata, e così il Concilio avrebbe lasciata aperta la possibilità di un compromesso “pastorale” che permetta ad alcuni che sono sposati sacramentalmente di risposarsi mentre i loro primi coniugi sono ancora in vita

Questo giudizio non solo fraintende la dottrina cattolica dell’indissolubilità, ma anche snatura gravemente le intenzioni del Concilio di Trento.

Nell’agosto del 1563, il Concilio accolse la petizione di una delegazione della Repubblica di Venezia che chiedeva di ridiscutere l’ultima formulazione del canone, che condannava in modo diretto chiunque dicesse che il matrimonio può essere sciolto a causa di un adulterio.

I legati veneziani spiegarono che in alcuni territori sotto la giurisdizione politica di Venezia la maggior parte degli abitanti, che erano cristiani greci, vivevano in un’unità particolare ma fragile con la Chiesa romana. Il governo veneziano consentiva agli arcipreti greci di esercitare un potere limitato sul clero greco e sulla liturgia greca, mentre gli abitanti greci erano sottoposti alla giurisdizione – vagamente definita – dei vescovi locali nominati da Roma e professavano periodicamente il riconoscimento dell’autorità di Roma. E pur soggetti e obbedienti all’autorità romana, i greci mantenevano un “rito antichissimo dei loro padri”, che permetteva loro di rimandare una moglie adultera e sposarne un’altra, una tradizione conosciuta e tollerata dalla Chiesa romana. La pubblicazione di un anatema a quel punto avrebbe pesato sui greci, e sarebbe stato per loro un motivo di confusione e di ribellione contro Roma. La delegazione supplicò dunque il Concilio di moderare il linguaggio del canone per risparmiare a quei greci il peso di un anatema.

In risposta il Concilio adottò una formulazione riveduta del canone 7, che recita:

“Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, in accordo con la dottrina evangelica e apostolica, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto a motivo dell’adulterio di uno dei coniugi, e che né l’uno né l’altro, anche se innocente per non aver dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio mentre l’altro coniuge è in vita, e che quindi commette adulterio sia colui che rimandata la moglie adultera sposi un’altra, sia colei che rimandato il marito adultero sposi un altro, sia anatema”.

Vediamo che Trento ha adottato per questo canone una formulazione indiretta. Invece di condannare chi dice che il matrimonio è indissolubile nei casi di adulterio, condanna chiunque dica che “la Chiesa sbaglia” quando ha insegnato ed insegna che il matrimonio è indissolubile nei casi di adulterio.

La svolta verso una formulazione indiretta ha suscitato molte controversie nel corso dei secoli sul significato preciso del canone. Vorrei offrire qui alcuni spunti che si sono chiariti per me durante la preparazione e la stesura di un libro imminente dal titolo “Finché morte non ci separi. L’indissolubilità del matrimonio e il Concilio di Trento”.

Il canone 7 definisce dogmaticamente che la Chiesa è infallibile quando ha insegnato ed insegna che il matrimonio è indissolubile nei casi di adulterio. Ciò significa che questo insegnamento della Chiesa cattolica è certamente vero. Le implicazioni di questo sono molto significative per la pratica greca. L’adulterio era il punto d’appoggio principale sul quale sia i protestanti che i greci si basavano nell’epoca di Trento per giustificare il divorzio e le nuove nozze (essendo “adulterio” il significato correntemente attribuito nel XVI secolo al termine greco biblico “porneia” usato da Matteo nella cosiddetta “clausola di eccezione” – “eccetto in caso di ‘porneia’” – in 5, 32 e 19, 19). Nell’affermare l’inerranza della Chiesa nell’insegnamento di tale proposizione, il canone 7 insegna che Matteo non stabilisce una reale eccezione all’indissolubilità del matrimonio. La chiara implicazione per i protestanti e i greci è che se Matteo non insegna una reale eccezione, allora l’indissolubilità di un matrimonio cristiano consumato è assoluta.

Questa conclusione è avvalorata dal fatto che nell’introduzione dottrinale all’insegnamento sul matrimonio (la “Doctrina”), che precede immediatamente i canoni dogmatici, il Concilio afferma due volte che il carattere perpetuo e indissolubile del vincolo matrimoniale è una verità di divina rivelazione. Siccome la portata dell’indissolubilità non è limitata nella “Doctrina” ai casi di adulterio o qualificata da qualsiasi altra circostanza, ma è piuttosto insegnata in maniera incondizionata, sappiamo che Trento intende riferirsi a una indissolubilità assoluta. Inoltre, proprio l’insegnamento di Trento nella “Doctrina” è un esempio dell’insegnamento della Chiesa che il canone 7 definisce solennemente come infallibile.

Ma che cosa ha concesso Trento nell’adottare una formulazione indiretta per il canone 7? Per rispondere a questa domanda dobbiamo guardare più da vicino a ciò che l’intervento della delegazione veneziana implicava.

Esso implicava le cose seguenti:

1. quando i veneziani, che erano cattolici, presero il controllo dei relativi possedimenti territoriali, la popolazione locale era greca-ortodossa e praticava il divorzio e le nuove nozze;

2. i vescovi nominati dal papa erano insediati per governare quelle Chiese;

3. i sacerdoti greci e il popolo greco accettavano questi vescovi e riconoscevano il primato papale;

4. alcuni dei sacerdoti e della gente non lasciarono però cadere la pratica del divorzio e delle nuove nozze;

5. i vescovi tolleravano tale prassi.

Questo non dimostra forse che la Chiesa cattolica ammetteva che il divorzio e le nuove nozze erano possibili e che il matrimonio era scioglibile? No. Il modo in cui il Concilio ha definito la verità dell’insegnamento della Chiesa cattolica e la grande cura con cui l’ha esposto nella “Doctrina”, nel canone 5 e nel canone 7 mettono in chiaro che il Concilio non ha accettato la verità dei necessari presupposti della pratica greca-ortodossa, e quindi non ha ammesso che tale pratica fosse corretta.

Se il Concilio avesse mantenuto la formulazione diretta, l’anatema avrebbe segnato la fine di quella tolleranza. Gli autori della petizione sostenevano che facendo così il Concilio avrebbe determinato la fine dell’accettazione dell’autorità papale da parte di quei cristiani. Optando per la formulazione indiretta, il Concilio ha quindi tollerato il divorzio e le nuove nozze all’interno di quelle Chiese particolari, imperfettamente unite com’erano con la Chiesa cattolica. Ciò che Trento ha fatto rende chiaro che la Chiesa cattolica può tollerare la pratica del divorzio e delle nuove nozze da parte di alcuni dei suoi membri che non credono che il matrimonio sia indissolubile.

Non dimostra questo che la Chiesa cattolica, come sostiene Walter Kasper, può allora adottare un principio pastorale simile alla “oikonomia”, grazie a cui nell'”economia” della salvezza la Chiesa permetta a sposi congiunti in un matrimonio sacramentale consumato di divorziare e risposarsi come un modo “per accompagnare le persone mentre fanno il loro avvicinamento progressivo al traguardo della vita”, e fare ciò senza negare la dottrina dell’indissolubilità? No. Solo dimostra che alcune Chiese particolari possono essere in comunione parziale ma non completa con la Chiesa cattolica e che la Chiesa cattolica può accogliere la loro comunione così com’è, tollerando nello stesso tempo il loro scisma residuo nonostante esso presupponga una proposizione che contraddice un verità che la Chiesa cattolica tiene ferma come divinamente rivelata.

Il Concilio di Firenze (1445), nel quale fu realizzata una riunione di breve durata con i greci, ha stabilito un precedente per ciò che Trento ha fatto nel canone 7. I padri a Firenze sapevano che i greci praticavano il divorzio e le nuove nozze. Ma il Concilio non richiese come condizione per la riunione con Roma che essi professassero ciò che la Chiesa cattolica insegna sul matrimonio. I padri conciliari a Trento erano convinti che se i vescovi delle Chiese greche avessero dichiarato la loro fede nel primato del papa, ma avessero continuato a consentire il divorzio e le nuove nozze, la Chiesa cattolica avrebbe potuto accogliere il migliorato rapporto con quelle Chiese particolari, anche se la comunione con esse fosse rimasta imperfetta .

La proposta di adottare la “oikonomia” significa però che la Chiesa cattolica stessa potrebbe adottare una pratica che presupponga la falsità della sua convinzione che l’indissolubilità assoluta del matrimonio sia divinamente rivelata. Questo la Chiesa cattolica non lo può fare. Il Vaticano II ha adottato un approccio simile quando ha affrontato l’ecumenismo. Non si è concentrato su elementi di divisione tra cattolici e ortodossi, ma su elementi di comunione residuale. Si è riferito agli ortodossi orientali come a vere Chiese, con veri sacramenti e ordini sacri. Ha evitato dichiarazioni sulle mancanze nelle posizioni orientali che rendono imperfetta la comunione. Non condannando quelle mancanze, il Vaticano II non intende dire che la Chiesa cattolica crede che quelle posizioni non siano false e contrarie alla fede, e che le pratiche fondate su di esse non siano in contrasto con l’ordine morale. Intende dire invece che quelle credenze e pratiche non sono incompatibili con una comunione parziale. Intende dire che la Chiesa cattolica e quella ortodossa non sono completamente fuori dalla comunione.

Il gesto di papa Paolo VI di cancellare l’anatema contro la Chiesa ortodossa di Costantinopoli durante il Concilio Vaticano II nel novembre del 1965 ha un significato simile alla decisione di Trento di non imporre l’anatema nel canone 7. Né l’una né l’altra di queste azioni implica che tutti gli ostacoli alla piena comunione siano stati superati. Eppure entrambe hanno dimostrato che una comunione reale anche se imperfetta esiste.

Quali che siano le soluzioni pastorali che la Chiesa adotti per affrontare la crisi globale dei cattolici divorziati e “risposati”, essa non può approvare il principio greco-ortodosso di “oikonomia” o di qualsiasi altra forma di divorzio e “nuovo matrimonio” senza essere infedele all’insegnamento di Gesù, riaffermato dal Concilio di Trento, che i matrimoni sacramentali consumati sono assolutamente indissolubili.

Con stima, in Gesù.

E. Christian Brugger
J. Francis Cardinal Stafford Chair of Moral Theology
St. John Vianney Theological Seminary
Denver, Colorado
Stati Uniti d’America

15 agosto 2015
Festa dell’Assunta

__________

Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it

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