Vescovi e politica, una lezione di vent’anni fa

Il maldestro intervento politico di monsignor Galantino è in fondo agevolato dal totale vuoto di presenza cristiana attiva e consapevole nella vita pubblica del nostro Paese. Da dove ripartire? Nella lettera sulle responsabilità dei cattolici nella società italiana, scritta da Giovanni Paolo II nel 1994 si trovano indicazioni tuttora attuali.

di Robi Ronza

«Se la situazione attuale sollecita il rinnovamento sociale e politico, a noi Pastori tocca richiamarne con forza i necessari presupposti, che si riconducono al rinnovamento delle menti e dei cuori, e dunque al rinnovamento culturale, morale e religioso (cfr. Veritatis splendor, n.98). Proprio qui si colloca la nostra missione pastorale: dobbiamo chiamare tutti ad uno specifico esame di coscienza (…) a un bilancio non solo di carattere politico, ma anche e soprattutto di carattere culturale ed etico (…)». Di fronte all’estemporanea polemica innescata dalle dichiarazioni del segretario della Cei riguardo alla questione dei migranti (clicca qui) mi è tornata alla memoria il documento da cui è tratto questo passaggio. Si tratta della lettera “circa le responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell’attuale momento storico” che all’inizio del 1994, il giorno dell’Epifania di quell’anno, Giovanni Paolo II aveva inviato ai vescovi italiani.

Nunzio Galantino
Nunzio Galantino

La lettera (reperibile qui) è ricca di insegnamenti anche per il nostro presente. Qui ne citiamo qualche frase, ma consigliandone vivamente la lettura per intero. Si era allora nel pieno della crisi politica passata alla storia come “Tangentopoli”. Senza ignorare il dovere morale e giuridico della condanna di chi si era reso responsabile di furti e malversazioni, Giovanni Paolo II osservava con grande saggezza che “una società ben ordinata non può mettere le decisioni sulla sua sorte futura nelle mani della sola autorità giudiziaria” e che il potere legislativo e quello esecutivo “hanno le proprie specifiche competenze e responsabilità”. In tale prospettiva riteneva che compito della Chiesa in quella situazione dovesse essere “l’esortazione al rinnovamento morale e ad una profonda solidarietà degli italiani, così da assicurare le condizioni della riconciliazione e del superamento delle divisioni e delle contrapposizioni”. Gli era poi altrettanto chiaro che i laici cristiani avevano nella situazione delle loro specifiche responsabilità cui “non possono sottrarsi”.

Venendo alla cronaca di questi giorni è indubbio che l’intervento del segretario della Cei sia stato purtroppo obiettivamente maldestro. La cosa ci dispiace, e molto, ma proprio in quanto cristiani siamo comunque dalla sua parte. Facendo poi lo “specifico esame di coscienza” cui Giovanni Paolo II invitava, come laici dobbiamo però in primo luogo domandarci che cosa possiamo fare per colmare al più presto il totale vuoto di presenza cristiana attiva e consapevole che oggi caratterizza i maggiori livelli della vita pubblica del nostro Paese.

Galantino e Bruno Forte.
Galantino e Bruno Forte.

Per questo è potuto accadere che un vescovo con un ruolo importante nell’episcopato italiano cadesse nelle sabbie mobili dell’attuale dibattito politico, con tutta la superficialità e lo squallore che lo caratterizza. Un sacerdote parla e deve parlare con chiunque, ma è necessario che un vescovo segretario della Cei si imbarchi in una polemica con un personaggio della statura politica di Matteo Salvini? Una polemica che poi è dilagata risvegliando anche in altre figure di primo piano della politica italiana il Matteo Salvini che alberga nella profondità inconfessata della loro rispettiva psiche? Con l’attuale segretario della Lega Nord avrebbero dovuto confrontarsi dei leader politici cristiani di adeguato peso se ci fossero stati, ma non ci sono.

In Italia, osservava allora Giovanni Paolo II, la Chiesa può “fare molto di più di quanto si ritiene generalmente. Essa è una grande forza sociale che unisce gli abitanti dell’ Italia, dal Nord al Sud. Una forza che ha superato la prova della storia”. E aggiungeva: “La Chiesa è una tale forza prima di tutto attraverso la preghiera, e l’unità nella preghiera. È giunto il momento in cui questa convinzione può e deve essere maggiormente concretizzata. L’esortazione stessa ad una tale preghiera, la sua preparazione programmatica, la sua profonda motivazione in questo momento storico, saranno per tutti gli italiani un invito a riflettere e a comprendere. Saranno forse anche un esempio e uno stimolo per le altre Nazioni. «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5). La parola di Gesù contiene il più convincente invito alla preghiera ed insieme il più forte motivo di fiducia nella presenza del Salvatore in mezzo a noi. Proprio questa presenza è fonte inesauribile di speranza e di coraggio anche nelle situazioni confuse e travagliate della storia dei singoli e dei popoli”.

Anche oggi dalla Chiesa ci aspetteremmo parole come queste piuttosto che schermaglie politiche estive. Perché tutto ciò di nuovo possa accadere la Cei deve fare la sua parte, ma anche noi la nostra.

© La Nuova BQ (14/08/2015)

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