Il problema immigrati non lo affronta nessuno

La polemica tra il leader della Lega Salvini e il segretario della CEI ha raggiunto vette al limite dell’assurdo (perfino una terribile intervista a mons. Galantino cancellata con tante scuse dal sito di Famiglia Cristiana). È il solito modo per evitare di affrontare seriamente il tema dell’immigrazione clandestina. Alimentando anche falsi miti, come quello della generosità dei paesi poveri contrapposta all’egoismo dei paesi ricchi.

Galantino-Salvini, uno scontro poco serio

di Riccardo Cascioli (13/08/2015)

Che l’Italia sia un popolo di tifosi è risaputo. Il problema è la tendenza a vivere da tifosi non solo lo sport, ma tutta la realtà, dalla politica all’economia fino alle relazioni internazionali. E così in politica ogni problema, ogni questione da affrontare diventa il pretesto per infinite polemiche tra opposte tifoserie, senza che il problema in questione venga mai affrontato veramente. Se poi alla gazzarra dei politici (e dei giornalisti) si aggiungono anche i prelati, il quadro diventa desolante.

L’ultimo scontro sulla questione degli immigrati clandestini ne è un drammatico esempio. In realtà la polemica va avanti da tempo, soprattutto perché c’è un’emergenza che dura da anni e nessuno sembra potere – o volere – immaginare una strada per uscirne. Così accade che una frase del Papa in risposta a dei giovani diventa il pretesto per scatenare l’ennesima bagarre. «Respingere i migranti è un atto di guerra», avevano titolato tutti i giornali già pregustando pagine piene di reazioni e controreazioni nei giorni successivi. E infatti, ecco l’assalto: «Se li prenda in Vaticano» è il succo delle dichiarazioni del leader della Lega Matteo Salvini, in buona compagnia con Beppe Grillo. E dietro tutti i giornali d’area.

Sarebbe bastato ridicolizzare i critici opponendo la verità: non solo il fatto che sono proprio le strutture ecclesiastiche (Caritas in testa) in prima linea nell’accoglienza e nell’assistenza agli immigrati; ma soprattutto che il Papa non aveva fatto un discorso in generale e men che meno si riferiva al Mediterraneo e al dibattito in corso in Italia. Invece, parlando di conflitti e tensioni, aveva fatto riferimento al recente caso dei Rohingya, popolazione musulmana in fuga dal Myanmar e respinta in mare da diversi paesi del Sud est asiatico (ma i Paesi poveri non erano generosi?): «Questo è un conflitto non risolto, questo è guerra, questo si chiama violenza, si chiama uccidere», aveva detto papa Francesco. Non c’entrava il Mediterraneo, anche se più volte ha speso parole per questo dramma cercando di risvegliare dall’indifferenza. Ma chiunque abbia ancora la possibilità di usare almeno un pizzico di ragione non può non vedere che il caso dei Rohingya è ben diverso da ciò che sta avvenendo sulle nostre coste e che le domande cui devono rispondere i governi europei sono altre.

E invece no, sull’equivoco ci si è buttato a pesce il segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino, di ritorno da un viaggio nei campi profughi della Giordania, definendo alcuni politici “piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!”. Più che una difesa a caldo del Papa da attacchi oggettivamente sguaiati è suonato come un regolamento di conti di tipo prettamente politico. Tanto è vero che – mentre la polemica anti-Chiesa da parte del leader della Lega e dei giornali amici cresceva di intensità – Galantino si ripeteva in modo ancora più chiaro in una intervista apparsa ieri sul sito di Famiglia Cristiana. «Piazzisti di fanfaronate», rilanciava, e si spingeva fino a condannare severamente i preti e i cattolici che votano o simpatizzano per la Lega. Una sorta di scomunica, dichiarazioni di una durezza senza precedenti, soprattutto da parte di chi non solo non ha mai trovato nulla da ridire sulla militanza in partiti che hanno come programma la distruzione della famiglia e il disprezzo della vita ma che con costoro ha addirittura sempre predicato il dialogo (per non dire compromesso) non disdegnando neanche incontri conviviali.

Le dichiarazioni sono state così eccessive che qualcuno deve aver finalmente chiesto conto a Galantino delle sue uscite, dato che ieri in tarda serata la direzione di Famiglia Cristiana è intervenuta togliendo l’intervista dal sito e precisando, «dopo aver parlato con lo stesso monsignor Galantino, che le dichiarazioni a lui attribuite sono state riportate in modo esagerato nei toni all’interno di un colloquio confidenziale con il nostro giornalista» (clicca qui). Con tante scuse per l’incidente e rinnovata stima e affetto per il monsignore. Ovviamente nessuno crede che quelle dichiarazioni non siano il vero pensiero di monsignor Galantino, anche se renderle pubbliche è stato un autogol. È un pensiero che meriterà un ulteriore approfondimento, ma tutto questo polemizzare politico – come si diceva all’inizio – distoglie dall’affronto del problema.

L’immigrazione clandestina, appunto. Quelli che “Ributtiamoli indietro” e quelli che “Prendiamoli tutti” sono le opposte tifoserie che con i loro fumogeni coprono l’assoluta inadeguatezza della classe politica europea incapace di confrontarsi e gestire uno dei più gravi problemi che abbiamo di fronte.

Abbiamo affrontato questo tema molte volte, cercando di spiegarne tutti i fattori (e lo facciamo ancora oggi con l’articolo di Anna Bono che smonta il mito sempreverde dei Paesi poveri che sarebbero così accoglienti e generosi) e suggerendo anche possibili soluzioni basate anche su precedenti interventi della comunità internazionale. Non staremo a ripetere il tutto, però è doveroso almeno ripuntualizzare alcuni aspetti fondamentali.

Anzitutto il fatto che non siamo di fronte a un fenomeno contingente, legato a situazioni particolari destinate a essere superate. Si ha sempre la speranza che un conflitto, per quanto lungo e violento esso sia, abbia una fine. Tanto è vero che la stragrande maggioranza di coloro che fuggono dalle guerre si accampano in zone vicine, nell’attesa di poter ritornare nelle proprie città e case. E infatti solo una minima parte di coloro che arrivano sulle nostre coste sono in fuga dalla Siria o dall’Iraq. Il problema è tutto un altro e lo aveva spiegato benissimo alla Nuova BQ il demografo Giancarlo Blangiardo alcuni mesi fa quando con una immagine efficace affermava che «qui non si tratta di svuotare lo stagno, prendendosi ognuno una parte, e poi dopo rimane pulito; invece abbiamo davanti un fiume in arrivo che si ingrossa». E spiegava: «I numeri parlano chiaro. Se non ci fossero le migrazioni l’Europa a 28 perderebbe in venti anni 20 milioni di abitanti. L’Africa sub-sahariana invece nei prossimi 10 anni vedrà aumentare le persone in età lavorativa di 140 milioni di unità. Non sono previsioni future, sono tutte persone già nate, che già ci sono. Ebbene, se prendiamo solo i più giovani – ovvero la fascia tra 20 e 44 anni – l’aumento nei prossimi dieci anni sarà di 103 milioni di unità. Vale a dire che ci sono 100 milioni di persone che nei prossimi dieci anni saranno tentate di andare altrove. Non è detto che ciò succeda, per tanti motivi, ma laddove non ci sono opportunità e si immaginano chissà quali possibilità in Europa, ci si illude molto facilmente. Lo abbiamo visto in un recente passato anche per l’Albania. Allora dobbiamo decidere se vogliamo continuare a creare queste illusioni collettive o se invece vogliamo vedere le cose con realismo. Se qualcuno pensa di risolvere i problemi portando qui decine di milioni di persone sta ponendo le premesse per un grande disastro».

Sopportare il peso dell’emergenza sarebbe più semplice se si avesse la certezza che si stanno ponendo le basi per gestire il flusso migratorio previsto con politiche di medio e lungo termine. Invece i fatti dimostrano che non si sta facendo nulla, neanche ci si pone il problema: a livello europeo ci sono voluti mesi e mesi di trattative solo per decidere come dividersi 20mila immigrati, una cosa assolutamente inutile, lontana dalla realtà. E questo non fa che aumentare il senso di incertezza e alimentare paure nell’opinione pubblica, che facilmente possono risolversi drammaticamente.

Una seconda questione che va tenuta presente riguarda proprio il tema dell’indifferenza. Anche gli ecclesiastici vi fanno riferimento limitandosi alla questione dei barconi e alla necessità di accogliere le persone che arrivano. Ma poi sono indifferenti a tutto ciò che accade prima dell’imbarco. Per cui non si considera che coloro che salgono su un barcone alla volta dell’Italia o della Grecia sono già i sopravvissuti a un esodo cominciato mesi e anni prima, che ha visto tanti dei loro compagni morire nel deserto, nei passaggi di altri corsi d’acqua, vittime di grosse organizzazioni che speculano sul traffico di esseri umani e che hanno tutto l’interesse a promuovere queste migrazioni, e così via. Già questo dovrebbe spingere a una politica che scoraggi le partenze dalle coste libiche, un modo per non alimentare questo turpe traffico e questa fabbrica delle illusioni. E ancora più a ritroso bisognerebbe ricordare e affrontare il problema che è alla radice, ovvero i governi corrotti, inetti e violenti che dominano gran parte dell’Africa e costringono i propri popoli nella povertà e nella miseria. Non si può affrontare seriamente il tema dell’immigrazione senza tener conto di tutti questi fattori. Altrimenti si fa demagogia, anche pontificando sull’accoglienza. Certo, le soluzioni non sono facili, ma se non si imposta correttamente il problema, la soluzione sarà necessariamente sbagliata.

Fonte: lanuovabq.it


 

I paesi poveri generosi e i quelli ricchi egoisti? E se fosse un falso?

di Anna Bono (13/08/2015)

UNHCR è l’acronimo di United Nations High Commissioner for Refugees, in italiano Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, una traduzione che ingenera spesso degli equivoci per via del significato più ampio della parola inglese “refugees”: non solo rifugiati, cioè i detentori di uno preciso status giuridico definito in base alla Convenzione di Ginevra, ma i profughi in generale, gli espatriati a forza. L’Acnur inoltre si occupa anche degli sfollati o profughi interni.

Altri equivoci derivano da una lettura spesso affrettata o, peggio ancora, ideologica dei rapporti forniti dall’Acnur: vediamo come mai.

L’ultimo rapporto contiene i dati aggiornati a fine dicembre 2014. Il totale dei profughi a quella data è di 59,5 milioni, 8,3 milioni in più rispetto a 12 mesi prima. I problemi di lettura incominciano con i dati disaggregati. L’86% dei profughi è ospitato in paesi in via di sviluppo, il 42% in paesi con reddito annuo pro capite inferiore a 5.000 dollari e il 25% in alcuni dei paesi più poveri del mondo.

Il commento di giornalisti, politici, accademici e religiosi è quasi corale: dunque il ricco Occidente senza cuore chiude gli occhi e lascia ai poveri il compito di prendersi cura dei profughi. Sulla pagina web di La Repubblica, Paolo Brera il 18 giugno scorso commentava, ad esempio: “se l’Europa fatica ad affrontare un problema che ha largamente contribuito a creare, come possono riuscirci i paesi in via di sviluppo?”

I giudizi diventano ancora più aspri quando si passa al rapporto tra profughi e abitanti: 232 su mille in Libano e 87 su mille in Giordania, detentori del “primato della mano tesa”, fino a scendere a 15 su mille in Svezia e a 14 a Malta.

Ma basta scorrere il capitolo che elenca i paesi di origine dei profughi per capire che non c’entrano mani tese e porte aperte. Il 53% dei profughi provengono dalla Siria, 3,88 milioni, dall’Afghanistan, 2,59 milioni, e dalla Somalia, 1,11 milioni. Seguono Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Repubblica Centrafricana, Iraq ed Eritrea. Come è logico, cercano la salvezza nei paesi vicini. Difatti gli stati che ricevono più profughi sono la Turchia, con 1,59 milioni, il Pakistan, con 1,51, il Libano, con 1.15, l’Iran, con 982.000, l’Etiopia, con 659.500 e la Giordania, con 654.100. Seguono Kenya, Ciad, Uganda e Cina. Per fare un esempio, i due paesi verso cui fuggono gran parte dei profughi dalla Somalia, in guerra ormai da un quarto di secolo, sono il Kenya e l’Etiopia, due stati confinanti.

Molti di coloro che fuggono non hanno i mezzi per andare più lontano. Quasi tutti sperano di poter rientrare in patria prima o poi, non vogliono neanche pensare a un esilio perpetuo. Sono questi i motivi per cui i profughi si allontanano il meno possibile da casa, dal resto della famiglia: appena il necessario per essere al sicuro. Tanto è vero che i profughi sono 14,4 milioni, mentre gli sfollati, che neanche varcano i confini nazionali, sono 38,2 milioni.

C’è una cosa, poi, che i più sembrano ignorare quando parlano di accoglienza e mettono a confronto l’egoismo dei ricchi con la generosità dei poveri. L’Acnur non si limita a contare i profughi. Il suo compito è assisterli, in collaborazione con altre agenzie delle Nazioni Unite – Fao, Unicef, Oms, Ocha… – e con decine di migliaia di organizzazioni non governative. Per profughi e sfollati, al verificarsi di un’emergenza, l’Acnur allestisce dei campi, attrezzati e recintati, nei quali fa confluire i profughi che da quel momento vengono alloggiati, nutriti, curati. In seguito vengono aperte scuole, laboratori, negozi… con l’obiettivo, non sempre raggiungibile, di ricreare condizioni di vita dignitose oltre che sicure.

Gran parte dei profughi sono così assistiti dell’Acnur. Nei paesi a basso sviluppo e in quelli poveri, praticamente tutti. In Kenya, ad esempio, nel 2015 si stima che i profughi saranno quasi 643.000, interamente a carico dall’Acnur. Lo stesso dicasi per gli oltre 821.000 profughi ospitati in Etiopia e per l’1,5 milioni di profughi in Pakistan. In Giordania invece l’Acnur assisterà nel 2015 tutti i profughi dalla Siria, che si prevede possano salire a 937.000 a fine anno, e quasi 22.000 profughi dall’Iraq su un totale di 57.000.

La nota dolente è il difficile controllo sull’uso dei fondi affidati ai governi e alle organizzazioni locali. Dove la corruzione dilaga, politici e funzionari fanno sparire una parte del denaro destinato all’assistenza ai profughi. Non a caso molti governi si dimostrano così disponibili ad accoglierli.

Dove l’Acnur non arriva o non basta, molta dell’assistenza è assicurata da missioni, parrocchie e diocesi: persino nei paesi islamici. In Camerun, ad esempio, Pime e Caritas si prendono cura dei profughi nigeriani e degli sfollati camerunesi minacciati da Boko Haram: di tutti quelli che non sono in grado o non vogliono raggiungere un campo creato dall’Acnur in una località isolata e lontana. Un flusso incessante di denaro, dall’Italia e dagli altri stati cristiani, sostiene missionari e sacerdoti: a volte restano solo loro, in territori teatro di guerra, dopo che Onu e organizzazioni non governative hanno ritirato i loro operatori.

Fonte: lanuovabq.it

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