Ue, Giscard rifiutò una lettera di Wojtyla sulle radici cristiano-giudaiche

Alla presentazione del libro di Antonio Preziosi dedicato al Papa polacco, Monsignor Fisichella svela il retroscena sul presidente della Convenzione europea dell’epoca: “Al mediatore disse: è meglio che la tenga in tasca”.

di Paolo Rodari (10/07/2015)

Un incontro tra Wojtyla e Giscard
Un incontro tra Wojtyla e Giscard

Giovanni Paolo II scrisse una lettera da consegnare per tramite di un politico italiano all’allora presidente della Convenzione europea Valery Giscard d’Estaing per perorare direttamente con lui la causa dell’inserimento del riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa nella Costituzione europea cui la Convenzione stava lavorando. Ma incontrando questo intermediario, Giscard D’Estaing rifiutò la consegna della missiva rispondendo che “se la poteva tenere in tasca”. È un retroscena svelato da monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio della Nuova evangelizzazione e allora cappellano di Montecitorio, intervenendo alla presentazione del libro di Antonio Preziosi “Immortale. Da Lolek a San Giovanni Paolo II, la grande storia di un uomo venuto da lontano”. “Allora – ha raccontato Fisichella – Giscard d’Estaing disse che ‘altri’ non avevano voluto accettare quel riferimento ma da mie fonti so che lui stesso non volle. Un personaggio italiano venne contattato dalla Santa Sede per consegnare una lettera del Papa. Giscard gli rispose: ‘È bene che la tenga in tasca e non me la consegni'”.

Alla presentazione del volume, che ripercorre la biografia del Papa polacco oggi santo, è intervenuto anche il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni che ha ricordato la portata “rivoluzionaria” dei suoi gesti. Entrando come primo Papa nella storia nella Sinagoga di Roma nel 1986 “ha avuto – ha spiegato – l’intuizione geniale di trasformare una teologia in gesti concreti. L’intuizione è stata quella di dimostrare con un gesto clamoroso che certe barriere andavano abbattute, è stato un gesto che ha dimostrato che nei posti ci si va, non solo si studia e se ne parla. Questa è stata una grande rivoluzione”. Del resto, anche quando andò in Israele nel 2000 “il popolo israeliano viveva ancora sotto l’immagine negativa del viaggio di Paolo VI che non citò mai Israele e fece una serie di scorrettezze di protocollo. Wojtyla invece ci mise il calore, la sua forza, e venne in un momento in cui la nomenclatura israeliana era molto formata da polacchi, parlavano la stessa lingua. Ha pizzicato la corda giusta”. “Una genialità, quella di Giovanni Paolo II – ha proseguito – che si è rivelata anche nell’icona del Papa che va al muro del pianto e che fa un gesto di religiosità popolare, non richiesto, lui ha avuto la genialità di cogliere il sentimento religioso popolare”.

Fonte: repubblica.it

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