Gli “interessi” di certi teologi gay friendly

Aumentano le dichiarazioni, talora rassegnate, altre volte esortative, rivolte alla regolamentazione (parola chiave usata per introdurre ogni sorta di nefandezza) delle unioni civili, leggi matrimonio con adozione omosessuale dissimulata.

di Renzo Puccetti

Nel 1957 Nilla Pizzi cantava a Sanremo di una casetta fatta e disfatta in Canadà. Improbabile che quel motivetto alludesse a qualcosa di reale, tuttavia mi è tornato in mente dopo avere letto le dichiarazioni talora rassegnate, altre volte esortative, rivolte alla regolamentazione (parola chiave universale usata per introdurre nel regolamento ogni sorta di nefandezza) delle unioni civili, leggi matrimonio con adozione omosessuale dissimulata. Bisogna prendere atto dei mutamenti sociali, bisogna sapere accogliere il buono che anche in queste unioni è presente, dicono; qualcuno è giunto all’ammirevole inventiva esegetica capace di negare l’esistenza di un qualsiasi fondamento biblico alla condanna degli atti omosessuali, con tanti saluti allo scandalo dei più piccoli e piomba libera tutti per gli effemminati e sodomiti di Corinto.

La blasfemia dilaga...
La blasfemia dilaga…

Non che mi stupisca più di tanto. Si tratta di un cliché già visto ai tempi dell’enciclica Humanae vitae, quando, mentre a Roma si discuteva della contraccezione, nell’Università Cattolica di Lovanio teologi illuminati si riunivano per ammettere la liceità morale dell’aborto. Vi domanderete che cosa c’entri la casetta in Canadà con gli omosessuali. Se lo fate è perché non avete letto dei fatti di Langley, nella Columbia Britannica, sede della Trinity Western University, l’Università privata fondata dagli evangelici nel 1985. Dopo 20 anni di pianificazione, nel dicembre 2013 l’Università riceve dalla federazione canadese degli ordini forensi e dal ministro dell’Università il disco verde per l’apertura di una facoltà di giurisprudenza. Ma nel giugno 2014 i membri degli ordini degli avvocati della Columbia Britannica hanno messo ai voti una risoluzione volta a ritirare il riconoscimento ordinistico e per ottenere un analogo ritiro da parte delle autorità governative della provincia. La proposta è passata con 3.210 favorevoli contro 968 voti contrari, mentre ben 8.822 membri non hanno votato. Ciò è stato sufficiente per bloccare il processo di avvio della facoltà costringendo l’Università ad accendere una serie di azioni legali l’ultima delle quali, nella provincia della Nuova Scozia, l’ha vista prevalere davanti alla Corte Suprema dello Stato. Ma altre cause dovranno essere vinte, perché senza l’approvazione degli ordini, i laureati in quell’Università non possono esercitare la professione nel territorio il cui ordine ha rifiutato il riconoscimento; in pratica se la lobby giacobina prevarrà, ridurranno la laurea alla Trinity ad un inutile diplomino.

Ma di quale colpa si è macchiata quell’Università? Forse si tratta di una falla nel processo diformazione accademica? Il personale docente non risulta all’altezza? Nulla di tutto questo. Negli statuti è previsto che gli iscritti si impegnino a condurre una vita in accordo alla dottrina cristiana, che prevede che gli atti sessuali siano riservati soltanto ad un uomo e una donna sposati. Questo è ciò che fa problema. Nessuno è costretto a iscriversi alla Trinity, ma il solo fatto che questo regolamento sia in vigore agli occhi dei vertici ordinistici forensi rende l’istituzione per nulla diversa da una università che pretendesse il rispetto del razzismo. La posizione dell’Università sul matrimonio omosessuale è stata infatti additata dalle lobbies radicali ai vertici degli ordini, come analoga ad una opposizione del matrimonio tra razze diverse. Sono passati soltanto dieci anni da quando nel 2005 il Canada fu la quarta nazione al mondo a istituire il matrimonio omosessuale. Avevano assicurato che il matrimonio gay non avrebbe intaccato in alcun modo la libertà degli oppositori, in tanti, anche se in principio contrari, avevano dato credito al campo liberale, esattamente così come oggi sta avvenendo in Italia.

La Costituzione canadese, analogamente a quella italiana, riconosce il diritto alla libertà di coscienza e alla libertà religiosa, i canadesi hanno l’espresso diritto alla «libertà di pensiero, di convinzione, di opinione e di espressione». Il preambolo alla stessa legge sul matrimonio gay sancisce per tutti il diritto alla «libertà di coscienza e di religione», ma oggi che cos’è rimasto di quei diritti se l’invocarli porta all’esclusione civile con l’accusa implicita di razzismo? Nel 2012 una legge dell’Ontario ha stabilito che la presenza di associazioni gay nelle scuole non possa essere vietata, anche nelle scuole cattoliche. A marzo il consiglio comunale di Toronto ha votato per l’esclusione dalla Commissione Sanità di un fiduciario espresso da una scuola cattolica. Quale era la sua colpa? Essere contro il matrimonio omosessuale e soprattutto contro la presenza nelle scuole delle sigle omosessualiste. A dirlo sono stati i suoi accusatori: «Lo permetteremmo come società se si trattasse dell’alleanza neri-bianchi?», ha domandato retoricamente il capo della commissione. «Questi sono temi effettivi che riguardano i diritti umani, il diritto dei gay e delle lesbiche a condurre una vita eguale nella città di Toronto», ha rincarato un altro membro.

È una semplice equazione: il matrimonio gay è un diritto umano, se sei contro, dicono, sei contro i diritti umani e dunque non sei degno di sedere in un consesso civile, tanto meno in una rappresentanza cittadina. Sei un appestato da isolare, da affamare fino a quando non schianterai o cederai. Quanto possa reggere il paragone col razzismo risulta evidente dal lavoro del professor Steven Mock, della Waterloo University, che ha dimostrato come a distanza di dieci anni un terzo del campione omosessuale dichiari un differente orientamento sessuale, con una percentuale di cambiamento addirittura del 56% tra i bisessuali. Ma per la razza non è così; persino il povero Michael Jacson, con tutti i suoi miliardi e le decine di interventi per diventare bianco, è riuscito soltanto a trasformarsi in una penosa caricatura dell’uomo che fu. Tornando al Canada apprendiamo che da settembre, nello Stato dell’Ontario, per i bambini dalla terza elementare in su, partirà un programma per tutte le scuole, statali e private, volto a insegnare la teoria della fluidità di genere: a partire dagli otto anni sarà insegnato che essere maschio e sentirsi femmina o viceversa è perfettamente normale al pari di essere maschio ed essere attratti da un altro maschio.

Ecco, vorrei che tutti, compresi monsignori in libera uscita e “pornoteologi”, per usare una categoria di padre Cornelio Fabro, tenessero presente che i loro ragionamenti non riguardano soltanto le loro stanche membra, ma anche i legittimi interessi nostri, dei nostri figli e delle altre generazioni che seguiranno. Mi sforzo sempre di comprendere le posizioni dell’interlocutore, ma se in materia di morale non è dottrina definita, cioè immutabile e infallibile, l’insegnamento della Chiesa sugli atti omosessuali, non riesco a comprendere cosa esista di teologicamente tale. Se oggi mettono sul banco degli imputati la dottrina sull’omosessualità che cosa nel prossimo futuro tratterrà loro dal discutere di ogni altra tipologia di atti sessuali compresi quelli pedofilici? Già, c’è sempre il paspartout della pastorale, che però se contraddice la dottrina, anziché renderla assimilabile,e conduce ad una vita secondo la carne e contraria allo Spirito, è utile come un asciugacapelli in pieno deserto. Sarò brutale, ma sono gli eventi a imporlo.  Papa Francesco ha parlato contro i gay che fanno lobby, una cosa molto differente dalle persone con orientamento omosessuale che hanno buona volontà e cercano Dio, persone che la dottrina ci insegna potranno benissimo precederci in Paradiso.

Ecco, qui oggi formulo una proposta: quando un personaggio che ci si aspetti proporre e difendere la dottrina cattolica parla invece contro la dottrina stessa per esprimere piuttosto le sue personali convinzioni, cominci col formulare una dichiarazione previa sugli eventuali competing interests, facendoci capire se ascoltiamo il pastore semplicemente smarrito, il filosofo o il lobbista. Ha esperienza passata o recente di rapporti omosessuali? È ricattabile? Ha qualcuno attorno a sé con vissuti tali da potere condizionare emotivamente il proprio giudizio? Si tratta in questo caso di un processo mentale per cui se un congiunto ha una relazione omosessuale, poiché egli è comunque una brava persona, allora non ci può essere alcunché di male nella pratica omosessuale. Lo ha denunciato in un recente intervento padre Robert Barron, «uno dei migliori ambasciatori della Chiesa», secondo il cardinale George, rilevando come questo genere di processo sentimentale precluda persino l’accesso a una discussione morale minimamente coerente e logica. Ecco, io vorrei che un pastore o un teologo, prima di esporre le sue tesi, prima di rispondere in un’intervista, di parlare in una conferenza, di scrivere un testo, seguisse con la Chiesa e i fedeli lo stesso standard di onestà e trasparenza intellettuale richiesto a uno qualsiasi di noi quando pubblichiamo un artico scientifico, così da rendere valutabile il contenuto nella sua interezza. Vorrei che considerassero bene il fatto che la stessa squalifica che raggiunge un autore scientifico che abbia mentito su tale punto, raggiungerebbe loro se si scoprisse che non hanno detto la verità. Ecco, io oggi rivolgo la richiesta a quanti entrano nel dibattito sinodale sulla famiglia leggendo il loro discorsetto Love-is-love: «dichiarate i vostri conflitti d’interesse».

© La Nuova BQ (16/06/2015)

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