Pasticci diplomatici. Sánchez Sorondo e la “salute riproduttiva”

La Gerarchia usi il linguaggio della Chiesa, non quello dell’ONU.

di Sandro Magister

“È sbagliatissimo che la Chiesa si permetta di usare le parole che sono usate nelle Nazioni Unite. Abbiamo un vocabolario per esprimere ciò che crediamo”.

Questo avvertimento del cardinale Robert Sarah si attaglia perfettamente alla polemica che è scoppiata tra il vescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere delle Pontificie accademie delle scienze e delle scienze sociali, e un suo critico di oltre Atlantico, Stefano Gennarini, a proposito del tappeto rosso steso il mese scorso dal Vaticano all’economista Jeffrey Sachs e al segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, entrambi attivi fautori della riduzione delle nascite soprattutto nei paesi poveri, tramite la contraccezione e l’aborto promossi su larga scala.

Il vescovo argentino Sánchez Sorondo

Della polemica, che ha sullo sfondo l’imminente enciclica “ecologica” di papa Francesco, ha dato conto il precedente post: > Contro i presunti ispiratori della “Laudato sii”

Ma essa ha avuto un seguito ancor più fiammeggiante.

Anzitutto perché Gennarini ha controreplicato alle risposte che Sánchez Sorondo aveva dato alle sue critiche, e l’ha fatto su “First Things”, una delle più autorevoli tribune del cattolicesimo conservatore degli Stati Uniti: > The Wrong Way to Respond to Critics

E poi perché è scesa in campo,per difendere Sánchez Sorondo da questo secondo attacco, la presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, l’inglese Margaret S. Archer, direttrice del Centre for Social Ontology dell’università di Warwick: > PASS President Margaret Archer’s reply to First Things attack

Gennarini aveva avuto buon gioco nel contestare a monsignor Sánchez Sorondo queste sue parole: “Sì, abbiamo discusso [con Sachs e Ban Ki-moon], ma nella bozza del documento Sustainable Development Goals non si parla né dell’aborto né del controllo delle nascite, ma di access to family planning e di sexual and reproductive health and reproductive rights”.

Le formule citate da Sánchez Sorondo a propria giustificazione, infatti, sono proprio quelle con cui l’ONU ha sempre inteso promuovere l’aborto come “basic health service”, a partire dalla conferenze del Cairo e di Pechino della metà degli anni Novanta. Tant’è vero che contro l’uso di quelle formule si sono sempre strenuamente battuti i diplomatici della Santa Sede: ottenendo alcune volte la loro cancellazione, oppure, in caso di insuccesso, rendendo pubblico il loro dissenso.

Su First Things, Gennarini ha contestato a monsignor Sánchez Sorondo proprio il suo porsi in contrasto con questi orientamenti costanti della Santa Sede, sottoscrivendo come fossero innocue le formule abortiste da essa sempre avversate. Né Margaret Archer, intervenendo da ultima, ha minimamente potuto difendere il cancelliere della Pontificia accademia di cui ella è presidente, su questo punto cruciale.

Nella sua lettera aperta a Gennarini, piuttosto, non ha trovato di meglio che scaricare su di lui l’accusa prestampata con la quale si usano colpire i pro-life: l’accusa di interessarsi della vita solo dal concepimento al parto, e non invece per tutto quello che viene dopo, dai lavori forzati alla prostituzione minorile, al traffico di organi, insomma a quell’human trafficking che è stato oggetto dell’evento vaticano in questione, con illustri ospiti Sachs e Ban Ki-moon.

© Settimo Cielo (08/06/2015)

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