Sinodo. Vietato l’ingresso al positivista Kelsen

di Sandro Magister

Ricevo e pubblico la seguente “riflessione verso il sinodo dei vescovi di ottobre 2015″. L’autore è dottorando presso la facoltà di diritto canonico della Pontificia Università della Santa Croce in Roma.

LA VERITÀ E IL “VANGELO” DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA

di Giovanni Parise

All’approssimarsi del sinodo di ottobre, assistiamo a un vivace dibattito sulle varie dinamiche che possono in qualche modo inerire al vasto mondo della famiglia, con aspettative più o meno sorprendenti su sessualità, unioni e coppie di fatto, unioni omosessuali, divorzio, seconde nozze.

Hans Kelsen
Hans Kelsen

Tuttavia, come lo stesso sommo pontefice ha avuto modo di ricordare, l’importante è fermare l’attenzione sul “Vangelo della famiglia”, sul fatto che la famiglia stessa sia “Vangelo”, sulla verità della e sulla famiglia, mostrandone il suo fondamento e indicando i problemi e i fraintendimenti che stanno alla base dell’attuale “crisi”.

Un primo errore in cui si cade è il ritenere che il matrimonio sia stato definito nei suoi caratteri essenziali – unione fra uomo e donna, fedeltà, indissolubilità, apertura alla vita; cf. canoni 1055-1056 del CJC – dall’esterno, ovvero che questi caratteri gli siano stati conferiti da un’autorità “umana” e pertanto, in un’ottica di presunta e pretestuosa evoluzione, questi stessi possano essere cambiati se, per esempio sembri essere maggiormente conforme alla dignità dell’uomo e alla sua libertà il poter sciogliere un vincolo contratto, anziché esserne schiavo per sempre, se si ritenesse “morta” quella relazione, almeno a livello sentimentale. Oppure, in un’esasperazione fuorviante del “diritto di eguaglianza”, sarebbe giusto riconoscere a coppie omosessuali la possibilità di vedere riconosciuta la loro relazione come un matrimonio, alla pari delle coppie eterosessuali, e così via.

È un po’ quello che accade anche nel positivismo giuridico, ben esposto da Hans Kelsen: una qualsiasi norma, proprio in quanto positiva, cioè posta ed imposta dall’autorità o dalla maggioranza, è per ciò stesso valida, buona e diventa “diritto giusto”. La fallacia e la perniciosità suprema di un tale pensiero sono state smascherate da più parti (Hervada, Errazuriz…) e l’inconsistenza pericolosa di tale impostazione è evidente a tutti, per esempio, se si pensa alle leggi razziali imposte dal regime nazista di Hitler ma non certo qualificabili come “diritto giusto”.

Il papa emerito Benedetto XVI, nel suo monumentale discorso al parlamento di Berlino nel settembre del 2011 ha ben risposto a queste posizioni, richiamando il concetto classico di realismo giuridico, laddove diritto è la “ipsa res iusta” in natura e giustizia è “cuique suum tribuendi” (Ulpiano). E questo vale indubbiamente per una realtà anzitutto naturale qual è il matrimonio: Cristo ha assunto a sacramento ciò stesso che è in natura (can. 1055 § 1) e, come insegna il Concilio Vaticano II, è Cristo stesso, nuovo Adamo, che, nella redenzione, svela l’uomo all’uomo, mostrandogli la sua altissima vocazione divina (cf. Gaudium et spes, 22).

Non si tratta, pertanto, di un discorso legato a un dato credo religioso: no! “Il matrimonio – quello stesso che, senza alcuna aggiunta coniugale, è fonte di grazia sacramentale per i battezzati – corrisponde alla verità antropologica dell’uomo, di qualsiasi uomo o donna indipendentemente dalla sua razza, religione, convinzione, posizione sociale e politica, ed è perciò valido e vero in sé, in natura” (Pedro-Juan Viladrich). Quindi la corretta ottica entro cui porsi per superare l’empasse, in cui sembra si sia caduti a riguardo del matrimonio e della famiglia, è quella di tornare al realismo, assumendo una corretta antropologia veramente rispettosa dell’uomo, contrastando, così, l’individualismo e il relativismo imperanti specialmente nelle nostre culture occidentali.

Il matrimonio e la famiglia, quindi, così come sono stati finora concepiti e così come la Chiesa li propone, non sono frutto di una cultura che può cambiare, ma sono così in natura e, pertanto, sono di per sé rispondenti al meglio alla verità dell’uomo: cambiarli altro non significa che pervertire la verità dell’uomo, barattandola con surrogati svianti e lesivi della dignità della creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio-Amore.

La vigente normativa canonica sul matrimonio e, di riflesso, sulla famiglia, pertanto, se letta in quest’ottica e in combinato col magistero sull’argomento (si pensi specialmente all’esortazione apostolica “Familiaris consortio” di san Giovanni Paolo II), appare in tutta la sua rispondenza all’esigenza di tutelare la verità di queste importanti e fondamentali realtà.

È proprio inserendosi in questo cammino di riscoperta del Vangelo della famiglia e prima, quindi, del matrimonio che possiamo superare ogni riduzionismo funzionalistico degli stessi istituti, come ad esempio il piegarli a concezioni estranee quali: l’unione omosessuale; le convivenze che si caratterizzano per la loro instabilità e per il non impegno assunto verso il per-sempre-con te, che fa dei due “una caro”; il divorzio; l’ammissione della possibilità di “rompere” vincoli validamente contratti o di “ammetterli” in qualche modo o tramite qualche prassi che possa far pensare in questo senso. “È il colmo del paradosso che, forse in ragione del patrimonio giuridico e dell’onorabilità della famiglia matrimoniale, quelle ideologie che nel XX secolo hanno combattuto il matrimonio, accusandolo di arcaica struttura patriarcale e di essere strumento chiave per la sottomissione della donna, abbiano fatto fronte comune nel XXI secolo per rivendicare proprio quella contestata forma matrimoniale per la convivenza omosessuale. Tali oscillazioni, in apparenza contraddittorie, sono possibili soltanto in base al relativismo profondo che ‘unifica’ la Babele antropologica” (Viladrich).

La famiglia non va difesa solo perché funzionale alla società, di cui è cellula primordiale e fondamentale. Anche questa posizione, alla fine, infatti, sarebbe un piegare il matrimonio e la famiglia al mero dato funzionale, benché sia verissimo che queste realtà naturali sono indubitabilmente la base prima dell’umana convivenza (basti pensare che tutte le relazioni si definiscono in base alla parentela scaturente proprio dal matrimonio e che ha per paradigma la famiglia, in cui nascono e si formano tali rapporti vitali primari ed imprescindibili per l’essere stesso dell’uomo), ma è questa che deriva da quelle, non viceversa. Perciò l’unità, l’indissolubilità, la monogamia non sono caratteri funzionali che vengono dati a queste realtà solo per un maggiore bene dell’umana famiglia, ma appartengono alle stesse come essenziali di per sé, e proprio perché rispondenti all’uomo esistono e corrispondono, poi, al maggiore bene della società.

Quindi, non si può negare che unità e indissolubilità si colleghino pienamente alla verità dell’uomo e siano, pertanto, comprensibili solo qualora si torni ad abbracciare una retta antropologia rispettosa dell’uomo stesso, ritenendolo, cioè, capace di amare, di donarsi totalmente ed esclusivamente e per sempre; si tratta di una vera antropologia sulla sessualità e sull’amore umani, che sono l’intimità ontica dell’essere stesso dell’uomo.

Infine, non dobbiamo impostare la nostra riflessione in base alla fallace casistica umana. Gesù, interrogato e messo alla prova da alcuni farisei circa il ripudio (Mt 19, 3-12), non dà risposte in base alla casistica, indulgendo su una falsa misericordia, ma si richiama al principio, a quel principio naturale della verità sul matrimonio e sulla famiglia, ed aggiunge: “avete letto”. Questo ci permette di capire che questa verità, questo Vangelo della e sulla famiglia è qualcosa di intellegibile all’uomo, essendoci “segni che indicano la verità dell’uomo, maschio e femmina” (Viladrich); non è legato a nessuna visione culturale o religiosa, ma è in natura e, proprio per ciò, è accessibile all’uomo, a qualsiasi uomo, a prescindere dal credo che professa.

Semmai, la Chiesa, proprio perché insegna e difende la verità, si trova, in questo senso, a difendere la famiglia vera e il matrimonio vero che sono ben rispondenti alla libertà e all’essenza ontologica dell’uomo, e non, viceversa, che questi assumano determinate caratteristiche ed elementi perché è intervenuta la Chiesa, o una determinata cultura. Sottolinea Viladrich: “Solo il consenso dei due contraenti fonda l’una caro e, soprattutto, non è Dio il contraente, che acconsente in luogo degli sposi, né supplisce un’eventuale mancanza di volontà o capacità dei fidanzati. La verità dell’unione, con le sue proprietà intrinseche, è offerta all’uomo e alla donna, ma sono questi con la loro libera volontà ad accogliere questa possibilità, e mettendola in atto diventano sposi”. Viene rispettata la libertà e, al contempo, viene fatto dono agli sposi di poter essere quello che devono essere.

È, pertanto, in quest’ottica che, a nostro avviso, sarebbero da porsi sia le discussioni che le riflessioni presinodali in materia. Lo sforzo pastorale della Chiesa, che per sua divina istituzione deve continuare la presenza di Cristo buon pastore accanto all’uomo, dovrebbe tendere proprio alla retta formazione antropologica degli uomini e delle donne di questi tempi, ricchi di potenzialità, ma anche tanto minacciati dalle tenebre.

E, infine, anche l’umile compito del canonista, ma anche del giudice chiamato alla grande responsabilità di valutare su una materia tanto importante perché direttamente afferente alla salvezza delle anime, dovrebbe essere volto allo sforzo d’interpretazione e di applicazione della norma secondo una visione giusta dell’uomo e, quindi, del matrimonio e della famiglia, secondo verità.

Così, tra le sfide del mondo contemporaneo, la famiglia potrà essere Vangelo, annuncio e testimonianza, rispondendo alla sua altissima vocazione e alla sua missione di essere manifestazione della verità dell’uomo e, così, configurarsi come bene per il vivere dell’intera umanità.

© Settimo Cielo (16/05/2015)

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