Primi botti in vista del Sinodo di ottobre. Dalla Svizzera fanno sapere che “la Santa Famiglia non è più il modello ideale”

Il relatore generale, il cardinale Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, denuncia “una pressione senza legittimità teologica”.

di Matteo Matzuzzi

Il cardinale Péter Erdo, arcivescovo di Budapest e relatore generale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ha avvertito che “una pressione senza legittimità teologica sicuramente causa soltanto una divisione ulteriore nella Chiesa”. Insomma, meglio che non ci siano calate sull’Urbe di presuli decisi a rivoluzionare la morale sessuale cattolica – “noi non siamo una filiale di Roma”, aveva fatto sapere il cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi e pronto ad andare per conto suo a prescindere dalle risultanze sinodali – ma piedi ben piantati a terra. “Sono questioni che vanno affrontate con precisione, con un grande senso di fedeltà alla tradizione e una grande sensibilità verso le possibilità che stanno dentro l’eredità teologica e istituzionale”, ha aggiunto Erdo, che lo scorso ottobre prese pubblicamente le distanze dalla relatio post disceptationem da lui stesso firmata (ma non scritta) che annunciava svolte radicali su divorziati e risposati, omosessuali, comunione spirituale e sacramentale.

Il cardinale Péter Erdo, arcivescovo di Budapest e relatore generale dei sinodi sulla famiglia.
Il cardinale Péter Erdo, arcivescovo di Budapest e relatore generale dei sinodi sulla famiglia.

Forse, la denuncia di certe pressioni “senza legittimità teologica” è dovuta alla lettura del rapporto sullo stato della Chiesa svizzera messo a punto dall’episcopato elvetico sulla base delle risposte al questionario inviato a tutte le diocesi dopo il sinodo straordinario di qualche mese fa. Per farsene un’idea è sufficiente scaricarsi il documento (venti paginette dattiloscritte) e leggerlo. Se si ha poco tempo, basta l’estratto messo online in cui si legge testualmente che “occorre finirla con l’esclusione dai sacramenti dei divorziati risposati; i motivi di rottura d’un matrimonio sono troppo complessi perché si possa ancora ammettere la punizione globale inflitta dalla chiesa in caso di nuove nozze”e “il partenariato di omosessuali e lesbiche deve trovar posto nella Chiesa”.

Quanto alle convivenze, “emerge un ampio consenso relativo alla benedizione dei partenariati”. Non si tratta di convinzioni circoscritte a piccoli gruppi, dal momento che la “stragrande maggioranza” di quanti hanno risposto “è rappresentata dai collaboratori della chiesa, dagli agenti pastorali e dai catechisti, ma soprattutto dai fedeli impegnati nelle parrocchie, nelle comunità e nelle associazioni ecclesiastiche”. Nonostante “i feedback non siano unanimi su tutti i punti, emergono grandi affinità e tendenze generali”, come quella relativa al fatto che “il matrimonio sacramentale, concluso in chiesa, è diventato un modello minoritario”.

Soltanto “una piccola minoranza”, infatti, “esprime l’auspicio di stretta osservanza della dottrina attuale della chiesa con la sua rigorosa disciplina”. Il problema sta tutto, dicono convinti i cattolici di Svizzera, nella Santa Famiglia, “che non appare affatto come modello ideale”, tant’è che si propone un approccio “bottom-up” (così nel testo). La dottrina, si legge nel rapporto “deve sapersi affermare rispetto ai criteri sviluppati in virtù dell’esperienza di vita e di fede delle persone”. C’è bisogno di inaugurare “uno sviluppo e un rinnovamento della tradizione”, e per farlo bisogna prendere come punto di partenza “l’allontanamento tra i fedeli e la dottrina”, nient’altro che l’ennesimo “segno dei tempi”.

© Il Foglio (12/05/2015)

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