Riforma della Chiesa? Riconfermando l’autorità del Papa

«Il cattolico deve riconoscere il suo spirito di fede e tornare ad imitare Cristo, per cambiare il mondo. Per riuscirci non può fare a meno dell’Autorità spirituale e morale del papa, che si impone con la sua credibilità e fede. La Chiesa deve esser si consolatrice ma, prima, deve esser maestra. Si dice che si vorrebbe un papa liberale, ma in realtà si vorrebbe un papa più “onorario” che effettivo. Un papa non ispirato dallo Spirito Santo, un papa che non fa Magistero, ma si limita a consolare e parlare di povertà (materiale non spirituale) e occupazione, si vorrebbe un papa che trasformasse il cattolicesimo “romano” in cattolicesimo umano».

di Ettore Gotti Tedeschi (19/02/2015)

Già da fine ‘800 si chiedeva, con insistenza, alla Chiesa cattolica di riformarsi, adattandosi alle esigenze della modernità. Ciò al fine di non perdere parte del mondo cattolico, conquistare il mondo laico e sostenere le vocazioni con proposte più moderne. Questo avvicinarsi alla modernità, pena la credibilità della Chiesa stessa, significava, già da allora, riformare la liturgia, ridimensionare i dogmi, relativizzare il peccato, accettare le nuove sfide scientifiche, e così via. San Pio X, invece di riconoscere la validità di queste istanze, le condannò. Se le richieste dei modernisti fossero state accolte il Cattolicesimo sarebbe stato trasformato in una specie di socialismo (oggi diremmo in una onlus). Il modernismo sembrò vinto, ma questo “rinnovamento” rimase una tentazione viva, vivissima.

Pope_Francis_Korea_Haemi_Castle_19_croppedResta pertanto vera l’ipotesi che il cattolicesimo possa esser riformato, come oggi si insiste a proporre? Forse si, ma come è spiegato nell’Enciclica Lumen Fidei, non come auspica qualche teologo. I nostri ultimi tempi, in modo sempre più accelerato, hanno creato nuove tentazioni, nuove forme di peccato e sempre minor sensibilità nel riconoscerli. Che deve fare la Chiesa, continuare a considerarli peccato o cominciare a scusarli perché sempre più difficili da vincere? In teoria la Chiesa stessa avrebbe dovuto “attrezzarsi” per contrastare l’evoluzione delle tentazioni e del peccato, invece il rischio corso è stato quello di configurare il peccato secondo la forza stessa di contrastarlo. Si direbbe che taluni vogliano tutelare la Chiesa dal male anziché rafforzarla per contrastarlo.

Ma la domanda chiave è: la comprensione e la scusa del peccato, implicitamente realizzata, ha migliorato l’uomo e la società? Si deve pensare, come lasciano immaginare alcuni illustri teologi contemporanei, che l’uomo sia più libero e migliore se può peccare, essendo però compreso e scusato (magari solo nella prassi) dalla Chiesa? E pertanto, quale conseguenza di questa comprensione questo uomo si ri-avvicina alla fede?

Vorrei esporre alcune riserve sui rischi di questo atteggiamento. Anzitutto ho l’impressione che invece di trovare le chiese piene di peccatori pentiti e neo convertiti, queste vengono meno frequentate dai fedeli alla tradizione, confusi e disorientati. Ma vengono anche derise da chi vede, compiacendosene, rinnegare i principi dottrinali. Così come vengono invece apprezzate da chi vorrebbe la Chiesa che finalmente si limita a fare apostolato sociale anziché dottrinale. Le riserve crescono osservando che nei seminari si insegna teologia del relativismo e si insiste, senza adeguata preparazione, a sostenere ecumenismo e dialogo. Intanto, con una certa superficialità, si esalta l’ambientalismo, che prescinde dalla Creazione e, sfuggendo di mano, potrebbe diventare la moderna dottrina universale.

Capisco bene che oggi una rigida chiusura (tipo Controriforma) che imponga regole rigide esterne di religiosità, non dia certezza di crescere la fede e vincere il male, perché potrebbe impoverire la pietà, lo spirito e crescere la diffidenza verso un mondo ostile alla Chiesa. Ma il rischio opposto è spegnere la ricerca di unità di vita. Molti ritengono che il vero problema stia ormai (lo ha anche spiegato Papa Francesco illustrando le 15 malattie del clero che evidenziano i difetti di un sacerdozio burocratico) nella scarsa formazione dottrinale e morale del clero, nel “prete per professione” anziché per vocazione, con minor animo sacerdotale e vita interiore. E quello che è grave è che questo, a sua volta, ha provocato sempre minor capacità di influenzare la società. Certo non sono mai mancati i veri santi (e i miracoli), ma l’indifferenza crescente ha causato la diffidenza verso di loro e ridotto la loro capacità di influenza. Si sente sempre più parlare di ecumenismo, non osservando che la prima rottura da sanare è all’interno del mondo cattolico, prima di quella con altre fedi cristiane.

Una vera riforma dovrebbe riguardare tre punti: cosa credere, come credere, chi deve avere l’autorità di deciderlo.

Le riforme cosiddette moderniste si son sempre occupate di tutti e tre i punti. Ma soprattutto del terzo, avendo sempre avuto l’ansia di cambiare l’Autorità della Chiesa, senza la quale nessuna riforma (cosa e come) sarebbe possibile. Per poter obbedire a coscienze spesso malformate si vorrebbe non dover obbedire al Papa. Così si denuncia la Chiesa quale impositrice di dogmi, anche coercitivamente. Contemporaneamente si reclama il diritto alla coscienza di esser cattolici per convinzione anziché per ordine del Papa, si rinuncia all’apostolato, si scusa il peccato, ma soprattutto si fa l’errore che io considero persino più grave: si promuove, come priorità, la soluzione della miseria materiale e sociale, anziché la soluzione della miseria spirituale.

Questa è la vera origine di tutte le altre miserie ed è il vero “mestiere” della Chiesa. Conseguentemente si rinuncia alla educazione della dottrina cattolica (se non è popolare o politicamente corretta), si rinuncia alla apologetica. Così si lascia crollare la trascendenza a favore della immanenza. La verità non viene più prima della libertà, ma si accetta solo se nasce dal dialogo. I dogmi devono evolvere, ed il primo che deve evolvere è quello della infallibilità del Papa. Tutto ciò in nome di un progresso di cui neppure si intende il significato. Progresso nella dottrina significa mutarla? No, progresso significa accrescere il valore di una cosa che rimane sé stessa. Mutarla significa trasformarla in un’altra cosa.

Se ciò è chiaro penso sia comprensibile che non si tratta tanto di pensare a riforme per una Chiesa, sacra per il deposito di fede e per i mezzi che deve usare per diffonderla. Forse basta riconfermare l’Autorità del Papa (e la gerarchia) che riconfermi cosa credere e come credere. Il Papa Emerito Benedetto XVI conclude Caritas in Veritate spiegando che per risolvere i nostri problemi (dovuti alla cultura nichilista dominante) non sono gli strumenti che vanno cambiati, bensì gli uomini che li usano. Ciò vuol dire far tornare il cattolico ad esser presente in ogni rapporto sociale, ad esser indispensabile alla società, a tornar ad esser una casta utile ed esser riconosciuto tale, non esser apprezzato dal mondo solo se fa della assistenza sociale, un socialismo umanitario.

Il cattolico deve riconoscere il suo spirito di fede e tornare ad imitare Cristo, per cambiare il mondo. Per riuscirci non può fare a meno dell’Autorità spirituale e morale del Papa, che si impone con la sua credibilità e fede. La Chiesa deve esser si consolatrice ma, prima, deve esser maestra. Si dice che si vorrebbe un Papa liberale, ma in realtà si vorrebbe un Papa più “onorario” che effettivo. Un Papa non ispirato dallo Spirito Santo, un Papa che non fa Magistero, ma si limita a consolare e parlare di povertà (materiale non spirituale) e occupazione, si vorrebbe un Papa che trasformasse il cattolicesimo “romano” in cattolicesimo umano. Si rilegga e si mediti l’Enciclica di Papa Francesco Lumen Fidei, li è scritto cosa significa “riformare” la Chiesa.

Fonte: muniatintrantes.blogspot.it

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