Fra il Che e Cristo. Il mito dei cattocomunisti

Dopo la svolta fra Usa e Cuba, riproponiamo il capitolo di Novecento. Il Secolo senza Croce dedicato al “paradiso” comunista. Agnoli spiega come il regime abbia creato un cristianesimo parallelo, sostituendo il Che a Cristo. E come questo mito sia creduto da buona parte del cattolicesimo progressista.

di Francesco Agnoli

Per capire il rapporto del comunismo cubano con la fede cattolica e la Chiesa, bisogna ricordare che il comunismo è una fede, atea, intollerante, che non ne permette altre.

Scrive il già citato Franqui, ricordando il suo passato di comunista e di castrista: “Credere è un bisogno innato dell’uomo. Gli esseri umani hanno bisogno di qualcosa che vada oltre la loro piccolezza, le loro domande, in uno spazio e in tempo immensi… Probabilmente chi non ha la fede religiosa (come me, ndr) è più propenso ad avere quella politica”. E qualche riga dopo: “Forse il fatto di non avere una fede religiosa mi spinse ad abbracciare una fede politica…”.

Dovunque il comunismo si sia affermato ha dunque avuto necessità di affermarsi come fede, di eliminare la fede vera e propria, l’idea stessa del trascendente, per sacralizzare al massimo il partito e il suo leader. Si parla dunque sempre di culto della personalità: che si tratti di Stalin, di Mao, di Kim Il Sung, o di Castro.

Riguardo a quest’ultimo una volta al potere, nel 1959, egli ha cercato in ogni modo di sradicare il cristianesimo dal suo popolo. Eppure era cresciuto studiando presso istituti religiosi, a cui i suoi genitori lo avevano iscritto anche grazie al costo modesto e accessibile. Dichiarò lui stesso: “Questo era possibile perché i preti non erano stipendiati. Ricevevano soltanto il vitto e vivevano con grande austerità… Austeri, serissimi, pronti al sacrificio e lavoratori indefessi, i gesuiti prestavano servizio gratuitamente, e in questo modo tagliavano le spese”. Ancora: “lo spirito di sacrificio e l’austerità dei gesuiti, la vita che conducevano, il loro lavoro e il loro impegno facevano sì che la scuola fosse accessibile a quel prezzo…Tutti quei gesuiti erano di destra. Alcuni di loro erano ovviamente persone di buon cuore che esprimevano la loro solidarietà verso altre persone; sotto certi aspetti erano irreprensibili”. Inoltre “apprezzavano il carattere, la rettitudine, l’onestà, il coraggio e la capacità di sacrificio….”.

Ma io, aggiungeva Castro, “non ho mai avuto davvero una convinzione religiosa o una fede religiosa. A scuola nessuno mai è riuscito ad instillarmele….”; ho invece, aggiungeva, una fede politica che mi rende un “uomo pieno di fiducia e ottimismo” .

Una volta al potere, Castro tenta di distruggere in tutti i modi la fede cattolica, flirtando con i teologi della liberazione, appoggiando la massoneria e il culto afro-americano della Santeria e creando una sorta di mitizzazione della propria figura e di quella del Che. Riguardo a quest’ultimo, infatti, la dura bellezza del suo volto, e la sua morte “eroica”, con le armi in pugno, saranno utilizzati dal regime e dai comunisti di mezzo mondo, per creare una sorta di icona, un “Cristo laico”, il Che appunto, presentato come un eroe giusto, buono e capace di morire per i suoi ideali. Qualcosa di ben diverso da quello che fu in realtà il Che: uno spietato, freddo, sanguinario comunista, disposto a distruggere tutto ciò che si opponesse ai suoi disegni e alla sua visione ideologica.

Ma tutto ciò, senza l’esito sperato. Scrive infatti nel dicembre 2010 la blogger cubana Yoani Sanchez: “Nell’isola che un tempo proibì le pratiche religiose per decreto molti cubani hanno rinforzato la loro fede”. Hanno dovuto nascondersi, sono stati esclusi dalla politica, hanno temuto di celebrare il Natale, sono stati educati all’ateismo scientifico, ma con successo solo parziale: “A scuola ci ripetevano che ‘la religione è l’oppio dei popoli’, ma anche i discorsi politici avevano una liturgia, prevedevano una prova di fede e una dedizione disinteressata a un “messia” che pure lui portava la barba e che pretendeva da noi sacrificio e devozione totale”. Ancora: “Nessuno osa dire chi è responsabile di aver creato un soggetto (il cubano di oggi, ndr) indolente e senza personalità, senza vocazione e obiettivi, dissoluto e amorale, disinteressato al lavoro e senza alcuna aspirazione al benessere, irrispettoso delle leggi, privo di sogni e ideali. Questo tipo d’uomo è il prodotto del prolungato ateismo forzato… È un essere che non crede in niente, neppure in se stesso. Dalle sue ceneri risorge oggi la religione e persino noi che abbiamo perduto la fede lungo il cammino, vorremmo ritrovare la speranza per poter chiedere senza paura che durante questo Natale accada un miracolo” .

Per la verità il mito di Cuba è creato e mantenuto in vita, per anni, non solo da atei dichiarati, di fede comunista, ma anche da molti cattolici. E’ un caso unico, dal momento che tutti gli altri regimi comunisti sono sorti in un’epoca in cui la posizione della Chiesa verso il comunismo era chiaramente di condanna. Pochi anni dopo la rivoluzione cubana, invece, si ha nella Chiesa una grande rivoluzione, ben spiegata da autori come Roberto de Mattei, nel suo Concilio Vaticano II, una storia mai scritta (Lindau, 2011) e dal teologo cattolico Brunero Gherardini.

Per dirla con Paolo VI, il “fumo di Satana” penetra nel tempio e si diffonde nella Chiesa un pensiero non più cristiano. E’ la famosa crisi dell’epoca conciliare e post conciliare. Ebbene, proprio questa crisi di fede provoca la nascita di una forte corrente “cristiana” a favore del comunismo, incapace di vedere l’intrinseca perversione e malvagità di tale dottrina.

Nel 1974, per capirci, esce in Italia un libro, A Cuba, di Ernesto Cardenal, che può essere molto utile per capire l’infatuazione per la rivoluzione cubana, anche tra “cattolici”, che attraversa l’Europa di quegli anni. Il libro è pubblicato dall’editore cattolico “Cittadella”, di Assisi, la città che diverrà simbolo dell’ecumenismo indifferentista, e porta la prefazione di mons. Ernesto Balducci, alfiere del rinnovamento cattolico post conciliare.

In tale prefazione Cuba è vista come un miraggio concreto, come una utopia realizzata, in cui è sorto un nuovo “cristianesimo precristiano”, che ha portato a “maturazione i caratteri nativi della gente cubana come la generosità gratuita, l’estro creativo, la giocosità corale”. A Cuba, spiega Balducci, si vive in una “società liberata e consegnata ormai alla crescita autentica”, sebbene la Chiesa cattolica, cui Balducci dice di appartenere, ma con sdegno, come un Mancuso o un Martini di oggi, non capisca e sconti “la sua lunga solidarietà con il capitalismo imperialistico”. Gli uomini di Chiesa cubana, continua Balducci, non hanno abbracciato la rivoluzione, e questo colpevolmente: che poi scontino qualche persecuzione è in fondo colpa loro, perché si ostinano a non vedere il carattere evangelico del regime di un uomo eccezionale come Castro, finendo così in “esilio volontario, sulla scia dei miliardari”. La rivoluzione cubana, conclude il monsignore, integrando cristianesimo e comunismo, e nonostante attacchi all’istituzione Chiesa, rappresenta “una delle prospettive (forse la prospettiva maestra) che si sono aperte alla Chiesa dopo il concilio”. Alla prefazione di Balducci segue, appunto, il diario di Ernesto Cardenal, cioè di un celebre poeta latino-americano, divenuto sacerdote cattolico, che narra la sua permanenza a Cuba, 11 anni dopo la rivoluzione. Cardenal dichiara di voler di raccontare tutto ciò che ha visto e sentito, senza filtri, come farebbe un vero amico della rivoluzione: cioè narrando il negativo e il positivo. Ma le sue pagine appaiono quelle di un innamorato alle prime fasi, quando la violenza del sentimento offusca completamente lo sguardo.

Così Cardenal riporta qua e là alcune critiche al regime, fattegli da persone cubane che ha conosciuto, ma minimizza sempre: a Cuba i cattolici non possono accedere alle università e ai “lavori buoni”; molti giovani credenti sono stati fucilati, al grido di “Viva Cristo Re”; il Natale, come in tutte le dittature, è stato spostato al 26 luglio, anniversario della rivoluzione; nell’isola non c’è alcuna libertà di stampa; gli omosessuali vengono perseguitati (mentre oggi a Cuba si viaggia verso i matrimoni gay); ci sono state 800 o 1000 fucilazioni nei primi tre anni (“niente rispetto ai tempi di Batista”)…

Soprattutto, a Cuba vi sono alcuni campi di lavoro forzato. Cardenal, infatti, racconta di aver incontrato, tra gli altri, un tale Eugenio, ex cattolico, che gli ha parlato anch’egli dei campi di concentramento (Umap: unità militare di aiuto alla produzione). Eugenio gli racconta di esserci finito in quanto cattolico: insieme a lui testimoni di Geova ed omosessuali. Gli omosessuali, aggiunge, “erano felici di essere mandati in campo di concentramento, che per loro era un paradiso”. Infatti vi incontrano altri omosessuali. Poco importa che nei campi si lavori da 12 a 16 ore al giorno, e che qualcuno, per la disperazione, si suicidi.

Io, ha concluso Eugenio, ero “controrivoluzionario”, “di famiglia piccolo borghese”, insieme ad altri 35000 prigionieri: ma nel campo ho capito la verità! Tanto che “in seguito ho avuto l’opportunità di andarmene ma non me ne sono andato. Nel campo di concentramento mi sono reso conto che non dovevo andarmene. Per lottare allo scopo di migliorare la rivoluzione bisogna essere rivoluzionario. Anche le cose negative e gli abusi nel campo di concentramento hanno contribuito a farmi rivoluzionario” .

La colpa degli abusi, infatti, non è del regime, di Fidel Castro, ma di Raul e dei funzionari. Uscito dal campo, io come tanti, conclude Eugenio, siamo diventati “anticlericali”, ci siamo accorti che i campi di lavoro forzati sono necessari alla rivoluzione. Così abbiamo ripudiato il nostro vecchio mondo ottuso e controrivoluzionario: “trovavo la parrocchia sempre più incomprensibile. Liturgia, gesti, parole, pensieri, tutto sembrava vuoto e lontano dalla realtà”.

A parte queste notazioni sconcertanti per la leggerezza con cui vengono esposte, e che pure aprono squarci su verità inquietanti, il libro di Cardenal è tutto un peana, un inno, un canto senza freni alla rivoluzione, in cui l’autore vede il paradiso terrestre realizzato, né più né meno.

Spiega infatti che a Cuba “una casta di paria non esiste più, tutto il popolo è stato alfabetizzato”; che l’Avana “è la città più allegra che ho visto. L’unica allegra”, perché “nessuno corre dietro al denaro. Su nessun volto si nota una preoccupazione economica. Non ci sono tassisti in agguato degli stranieri, né prostitute, né mendicanti… Migliaia di gente è andata via: ma quelli che sono rimasti sono felici e sono padroni di tutto… Non ci sono differenze nel modo di vestire: nessuna invidia”.

I gelati, continua Cardenal, sono “certamente i migliori del mondo”; la gente legge tantissimo; le scuole sono sempre di più e organizzano anche incontri sportivi, gite, feste di ballo, uscite al mare; il pane è sempre in abbondanza (mentre, non è chiaro il perché, scarseggia la carta igienica….); lo Stato dà i soldi per festeggiare, alla grande, anche i compleanni dei bambini; il telefono è gratis e non ci sono tasse; la poliomielite, un tempo tanto diffusa, è scomparsa del tutto a partire dal 1964; ognuno ha una casa e nessuno è più “costretto a dormire in un portone, sotto un ponte o sotto un albero”; gli annunci pubblicitari “incitano sempre al sacrificio, all’eroismo, al lavoro per il bene della comunità”, non come nel capitalismo, che spingono “all’egoismo, all’interesse personale, al piacere individualista”.

E poi Cardenal butta giù cifre e dati, chiaramente di regime, senza affatto vagliarli, per dimostrare che un tempo si stava malissimo, oggi invece a Cuba si lavora, si gioisce, si vive nel benessere e fraternamente. Racconta di aver incontrato, in tutto, due mendicanti davanti ad una chiesa, non uno in più: erano “due vecchi coi capelli bianchi, pulitissimi”. “Ecco quello che si dà ai contadini, scrive, insieme alla casa, gratis: cucina elettrica o a cherosene; pentola a pressione, padelle stoviglie, lavello, frigorifero, televisore, radio, ferro da stiro…lozione per i capelli, profumo…”.

Quanto alla Chiesa, cui dice di appartenere, Cardenal stigmatizza coloro che si oppongono alla rivoluzione, poi afferma: “Da quello che vedo, Cuba è l’unico luogo al mondo dove non vi sia crisi di vocazioni”, salvo raccontare, nella stessa pagina, che dopo la rivoluzione sono fuggite 2000 religiose su 2300 (“la maggior parte per decisione propria, non perché espulse”), mentre “i sacerdoti erano circa 1000, ora sono circa 250”. Le chiese sono vuote: “volti seri, intristiti. Quasi tutti vecchi, o bambini. Pochi giovani. Nessun negro”.

Sì è vero, qua e là c’è ancora qualche problema, ammette Cardenal, ma la colpa è dei funzionari del partito, che talvolta spadroneggiano, approfittano del loro potere: ma sempre contro il volere di Castro, che è invece sempre dedito a riparare i torti, ad intervenire perché tutti vivano come lui, senza egoismi, senza invidie, senza prevaricazioni. Tanto che si può dire che Castro è al governo, ma anche “all’opposizione”!

Ad un certo punto Cardenal scrive: “Un buon osservatorio per vedere la tenerezza della rivoluzione è l’ospedale psichiatrico dell’Avana. I ricoverati vivono in padiglioni luminosi ed eleganti come un albergo di lusso. Ogni camera decorata allegramente con il bagno privato (di marmo…)…nelle sale dove i ricoverati ricevono, divani e poltrone di lusso, quadri moderni d’autore, fiori freschi. Cinema, teatro, sale da ballo per i ricoverati, biblioteca, sala di musica, campi per tutti gli sport…Naturalmente l’ospedale è gratuito. In una stanza austera, che contrasta con il lusso dell’ospedale, l’ufficio del direttore”: il quale è un compagno di Castro, dall’ epoca della rivoluzione, e quindi lavora per il lusso del popolo, ma lui vive frugalmente!

Alla fine del libro Cardenal confessa che Cuba è stata per lui “la mia esperienza più importante, dopo la conversione religiosa. Era stata un’altra conversione. Avevo scoperto che attualmente, in America latina, praticare la religione significa fare la rivoluzione”, sopprimere le classi, vivere il Vangelo come si vive a Cuba, all’ “Avana luminosa”. Come lui la pensano tanti altri intellettuali, in America latina e nel mondo, in particolare personalità della sinistra e dei vari partiti comunisti del mondo. Molti di questi dovranno col tempo pentirsi della loro “ingenuità” e ritratteranno .

Oggi, 46 anni dopo il libro di Cardenal, e dopo centinaia di racconti analoghi – smentiti, ma senza successo presso il grande pubblico, dai vari Valladares fuggiti dalle prigioni cubane e rifugiatisi all’estero-, forse anche i più gonzi, i più fideisti, possono vedere come vanno le cose: a Cuba, secondo il rapporto del 30/6/2010 di Amnesty, vi sono decine di prigionieri politici che marciscono nelle carceri, magari dichiarati pazzi e rinchiusi nei tenerissimi ospedali psichiatrici di Cardenal.

Infatti “il sistema di repressione legale in vigore nell’isola caraibica ha generato un clima di paura tra giornalisti, dissidenti e attivisti, sottoposti al rischio di arresti e persecuzioni arbitrarie da parte delle autorità. Il rapporto mette in luce le disposizioni di legge e le pratiche di governo che limitano l’informazione e che sono state utilizzate per arrestare e incriminare centinaia di persone critiche nei confronti del governo. “Le leggi sono così vaghe che quasi ogni gesto di dissidenza può essere giudicato un atto criminale sotto diversi punti di vista, rendendo molto difficile per gli attivisti pronunciarsi nettamente contro il governo. C’è un bisogno urgente di riforme per far sì che i diritti umani diventino una realtà per tutti i cubani” – ha affermato Kerrie Howard, vicedirettrice del Programma Americhe di Amnesty International” .

Quanto alla ricchezza, al benessere, al disprezzo del denaro portato dall’egualitarismo comunista, la verità è all’opposto: i cubani spesso vivono in situazioni terrificanti di povertà e di miseria, tanto che, come già in passato, non aspirano ad altro che a scappare altrove.

Prostitute e medicanti non mancano affatto, nonostante le buone intenzioni di Castro e Cardenal. La miseria, al contrario, è tale che l’unica possibilità di sopravvivere, per non pochi, è quella di vendere il proprio corpo, persino da bambini. La rete è zeppa di persone che raccontano i loro viaggi a Cuba, e dicono di aver incontrato ragazzine e ragazzini pronti a vendersi, per pochi soldi. Su gay.tv, per esempio, Felix Cossolo direttore di Clubbing, free gay magazine, riporta una testimonianza lasciatagli da un bambino cubano, che comincia così: “A Cuba i chicos minori, già a 12 anni, si prostituiscono per necessità economica, il Paese non li aiuta, le famiglie idem, ecco perché si prostituiscono. Una pratica molto diffusa a Cuba. Il 90 per cento di loro ha malattie come la sifilide, la gonorrea, condilomi e Aids. Io mi chiamo Cristian e voglio parlarvi di quando mi sono prostituito per la prima volta già a 12 anni con un cubano, chiedendo el dinero per aiutare mia madre, per comperare la comida…”.

Un italiano che racconta di aver usufruito di una prostituta cubana, nel suo diario cubano scrive: “La cosa di Cuba che dà più angoscia è la miseria morale nella quale sono costretti a dibattersi gli abitanti. Badate bene: non la miseria materiale. Da quel punto di vista il mondo, soprattutto a queste latitudini, conosce di peggio. Ma l’essere prigionieri in un paese nel quale chi lavora guadagna dagli 8 ai 20 dollari mensili e chi sta addosso ai turisti quei soldi può farli su in mezz’ora, è una cosa ripugnante. L’impressione che ho avuto è quella di una società tremendamente segnata da quest’ingiustizia. C’è mezza Cuba che si getta nelle braccia di qualsiasi straniero, convinta che lavorare sia una cosa senza senso e che l’Europa e gli Stati Uniti siano una specie di Disneyland nella quale si vive facendo shopping. Il loro sogno proibito è gettarsi in un ipermercato insieme a una Visa senza limiti di spesa. Poi c’è l’altra mezza Cuba, di solito altrettanto disillusa, ma che prova a conservare un po’ di dignità. Che non salta addosso ai turisti. Ma che osserva la situazione con una certa rabbia interiore. Quanta sia questa rabbia e a cosa possa portare, non saprei proprio dirlo” .

Analogamente una dissidente come la già citata Yoani Sanchez, il cui diario online viene pubblicato dal quotidiano La Stampa, raccontava recentemente (27/4/2010) quello che tutti gli operatori turistici e i fruitori del turismo sessuale sanno benissimo: “Indossa una maglietta attillata, ha i capelli coperti di gel e offre il suo corpo per soli venti pesos convertibili a notte. Mostra un volto con zigomi sporgenti e occhi di taglio cinese, caratteristiche comuni tra chi proviene dalle zone orientali del paese. Gesticola molto, ostenta un mix di lascivia e di innocenza capace di provocare al tempo stesso pena e desiderio. Rientra nel consistente gruppo di cubani che si guadagnano la vita con il sudore pelvico, vendendo sesso a stranieri e connazionali. A Cuba l’industria dell’amore rapido e delle brevi carezze è cresciuta in modo considerevole negli ultimi vent’anni. In certe zone dell’Avana sembra di respirare aria da bordello, soprattutto se passiamo da calle Monte all’incrocio con Cienfuegos. Donne giovani che vestono abiti appariscenti, ma un po’ scoloriti, offrono la loro “mercanzia” specialmente quando scende la notte… Queste ragazze non possono pretendere di accalappiare un gestore d’azienda statale o un turista, non avranno mai un cliente che le porti in hotel e che il giorno dopo offra una colazione a base di latte. Non usano profumi di marca e svolgono il loro lavoro nella squallida camera di una povera abitazione o in un sottoscala. Trafficano con gemiti, scambiano momenti di piacere per denaro. Questi uomini e donne – commercianti del desiderio – evitano di imbattersi nei poliziotti che controllano la zona. Cadere nelle mani di uno di loro può significare una notte in galera o la deportazione nella provincia di origine, per chi vive illegalmente in città. Tutto può finire bene se il poliziotto è sensibile alla visione di una coscia scoperta e accetta di non redigere la lettera di avviso in cambio di qualche minuto di intimità. Alcuni agenti dell’ordine torneranno spesso a riscuotere il loro pedaggio – in moneta o in servizi – per consentire a questi esseri notturni di continuare gli adescamenti agli angoli delle strade. Se una donna rifiuta di pagare il prezzo pattuito può finire in un istituto di rieducazione per prostitute, mentre un uomo può essere accusato del reato di pericolosità sociale. Si completa in questo modo il ciclo del sesso per denaro, in una città dove il lavoro onesto è una reliquia da museo e la stringente necessità convince molte persone a vendere il corpo, a mettersi in mostra nella speranza di ricevere un’offerta”.

Si capisce allora perché Alejandro Torreguitart Ruiz, nel suo Cuba particolar, Sesso all’Avana, faccia dire alla protagonista del romanzo: “Ai tempi di Batista Cuba era il casino degli americani, adesso è il casino del mondo”.

Uno strano paradiso…anche dal punto di vista economico: “Di fatto, l’embargo è già allegramente aggirato. Gli Stati Uniti sono un partner commerciale fondamentale per Cuba. Senza i beni di base provenienti dagli yankees e da altri occidentali (tra cui in prima fila anche noi italiani) i cubani sarebbero alla fame. Sotto il velo di una propaganda in cui nessuno crede più, la vita quotidiana di Cuba è quella di un paese che non produce quasi nulla. E quindi deve importare il necessario, compresa la frutta tropicale surgelata servita nei paladares (ristorantini privati ad uso dei turisti e altri privilegiati) che viene dritta dalle serre canadesi. Le tessere alimentari offrono sempre meno. Per fortuna c’è il confratello Chávez, che baratta il suo petrolio con medici e istruttori cubani, garantendo così che l’isola non resti al buio. L’unica vera risorsa economica di Cuba è il turismo. Non più fiorente come qualche tempo fa, ma almeno offre quella valuta pregiata di cui il regime dei fratelli Castro ha disperatamente bisogno. Spazzata via dalle dure repliche della storia l’ideologia castrista, peculiare miscela di nazionalismo e comunismo…che cosa resta della rivoluzione dei barbudos? Un palcoscenico di cartapesta, che minaccia di crollare da un momento all’altro. Ma resiste…” .

Tratto da: “Novecento. Il Secolo senza Croce”, SugarCo, Milano 2011

FONTE: lanuovabq.it

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