Inquisizione gesuita pro gender

Ateneo americano invita a denunciare i docenti contrari alle nozze gay.

di Matteo Matzuzzi

Non se l’aspettavano proprio, nel quartier generale della Conferenza episcopale americana, che la prima università del paese ad adeguarsi alle norme anti discriminazione varate di recente dal dipartimento del Lavoro fosse la cattolicissima Marquette University, fondata nel 1881 dai padri gesuiti e da loro retta ancora oggi che con i suoi quasi ottomila studenti è uno dei più grandi atenei della Compagnia negli Stati Uniti. A inizio dicembre, il governo federale pubblicava l’ultimo decreto che rendeva effettivo l’ordine emesso nel luglio scorso da Barack Obama finalizzato a proibire la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’orientamento di genere di quanti sottoposti alla contrattazione lavorativa federale. E destinatarie del provvedimento erano anche le università e i college statunitensi. Due giorni dopo la pubblicazione del provvedimento governativo, la Conferenza episcopale rilasciava una nota pubblica in cui si chiariva che “la chiesa cattolica insegna che ogni marchio di ingiusta discriminazione nei confronti di coloro che provano attrazione per persone dello stesso sesso deve essere evitato”, ma nella fattispecie – da una prima lettura – sembra che queste norme proibiscano ben più che “l’ingiusta discriminazione”. In particolare, scrivevano i vescovi guidati da mons. Joseph Kurtz, “vietare la disapprovazione religiosa e morale della condotta omosessuale crea una seria minaccia alla libertà di coscienza e di libertà religiosa, perché mai i cattolici potrebbero approvare tale condotta”.

Della nota, che forniva un orientamento per tutti gli enti scolastici del paese, a Milwaukee, sede della Marquette University, hanno fatto carta straccia. E se la conferenza episcopale ribadisce nero su bianco che quella dell’identità di genere è “una falsa ideologia che ignora la realtà biologica”, nel campus del Wisconsin si organizza un corso creato ad hoc in cui, attraverso una storia a fumetti, si racconta la vicenda di Hans, un disabile in sedia a rotelle che si decide a denunciare le sue colleghe Becky e Maria, colpevoli d’aver parlato pubblicamente della loro opposizione al matrimonio tra omosessuali. Hans si sente offeso per quanto le due signore andavano dicendo per una settimana intera, ma in un primo momento decide di non dire nulla. Poi, alla fine, denuncia la conversazione tra le due, nonostante Becky abbia replicato che facendo ciò calpestava la sua libertà di parola. Non conta, racconta la storia: le due signore stavano sì esprimendo liberamente le proprie opinioni, ma ciò era comunque discriminatorio. Ed è questo il messaggio che l’ateneo vuole far passare: come già deliberato a suo tempo dalla commissione per le pari opportunità occupazionali e sottolineato dalla Catholic News Agency, l’essere contrari alle nozze gay può essere considerato un comportamento “molesto”. Per questo, tutti i dipendenti dell’ateneo sono tenuti a comportarsi come Hans, denunciando alle autorità competenti chi pubblicamente si mostri contrario alle unioni tra persone dello stesso sesso. Anche se quelle conversazioni non abbiano esplicitamente un intento offensivo. La storia a fumetti è stata realizzata da una società specializzata di Austin, la Workplace Answers, che già da tempo ha siglato accordi di cooperazione con ben sette università rette dalla Compagnia di Gesù.

Il caso richiama alla memoria quanto accaduto nei mesi scorsi in altri celebri campus gesuiti d’America, come il Loyola Marymount di Los Angeles e la prestigiosa Georgetown University di Washington. Se nella prima università lo scorso anno si battagliò a lungo tra studenti e finanziatori gelosi custodi della “identità cattolica dell’ateneo” e vertici desiderosi di tutelare “la peculiarità di accoglienza e tolleranza verso tutti”, anche di quanti affiggevano sulle porte delle aule e degli uffici adesivi pro choice, alla Georgetown, fecero un passo ulteriore, istituendo i corsi in cui si predicava il diritto di abortire e di ricorrere ai più moderni metodi contraccettivi. A tenerli, era stato chiamato il National Women’s Law Center, celebre per le sue battaglie contro gli ospedali privati cattolici che, per ragioni di coscienza, si rifiutano di aiutare a interrompere le gravidanze. Dai vertici, un solo e lapidario commento: “Nessun imbarazzo, qui si favorisce il libero scambio di idee”.

© Foglio Quotidiano (16/12/2014)

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