Pacifista e dialogante: è il solito Francesco della Cavani

Pauperista, pacifista e dialogante con l’islam. Il terzo film di Liliana Cavani su san Francesco è simile agli altri due nel raffigurare il Poverello d’Assisi secondo le solite regole del pensiero politicamente corretto del momento. Con la complicità della Rai che ha costretto i contribuenti a sorbirsi la fantastoria della Cavani.

di Rino Cammilleri

Contare i film su san Francesco è ormai impossibile e, personalmente, non nascondo di averne le tasche piene. Non del santo, ci mancherebbe, ma del suo brand di «più amato dagli italiani» come la cucina scavolini. Non c’è epoca che non ne aggiorni la figura in base al pensiero politicamente corretto del momento. La Cavani, poi, dato il ritmo sempre più parossistico del cambiamento, ogni tot anni sente l’esigenza di rinverdirlo per renderlo “attuale”. Ci aspettiamo dunque, visto l’andazzo corrente, un Francesco gay (in fondo, gli elementi biografici ci sarebbero: amicizia platonica con Chiara, compagnia di soli giovani maschi…).

Per questo è con un certo fastidio – e anche per accontentare mia moglie – che ho guardato la seconda e ultima parte del nuovo Francesco cavaniano su RaiUno. Come volevasi dimostrare, non mi sono affatto pentito di non aver guardato la prima. Infatti, pur di mostrare un Francesco-secondo-me, la storia è stata fatta a coriandoli. Francesco pacifista che quasi si picchia coi crociati perché non vuole che vadano all’assalto, il colloquio col sultano diventato il contrario esatto di quel che fu, la solita solfa del Poverello ribelle contro l’istituzione-Chiesa, la menata della povertà assoluta e dell’ignoranza beata, Chiara che addirittura fa lo sciopero della fame perché non le vogliono far fare la povera come vuole lei… Basta, per pietà, lasciatelo in pace quel santo, non se ne può più.

Leggendo un paio di interviste della regista a Credere (7 dicembre) e A sua immagine (6 dicembre) si nota, tra le altre, questa perla “francescana”: «un’idea di fratellanza diffusa, inedita per i suoi tempi e precorritrice di quello che sarà il secolo dei Lumi e la Rivoluzione francese». E ci mancava giusto il Francesco giacobino, alla collezione. Quanto fosse, poi, «inedita» l’idea lo potrebbero dire i valdesi, che giusto prima di Francesco la ebbero, e pure organizzata. La povertà? Appena morto il fondatore, il suo movimento si scisse e i Fraticelli pretesero di interpretarne il vero pensiero: povertà assoluta e totalizzante (infatti, si autodefinirono Spirituali). La Chiesa li scomunicò. Perché? Perché una cosa è fare il povero, come fece Francesco, altra è voler imporlo a tutti come la sola esatta interpretazione del Vangelo. L’ignoranza vista come virtuosa e beata? A Francesco interessava solo l’umiltà, tant’è che autorizzò sant’Antonio di Padova ad aprire una scuola per francescani: i laici potevano predicare solo se avevano studiato, altrimenti avrebbero propalato solo eresie e stravaganze. Infatti, i seguaci di Pietro Valdo pretendevano di predicare senza un previo esame da parte della Chiesa.

Francesco sapeva bene che contro i ferratissimi catari ci voleva una solida base dottrinale, perciò contro di loro mandò il suo uomo migliore, Antonio. Già, perché i catari avevano invaso le regioni più ricche e colte d’Europa, il Norditalia e la Provenza, terra della sua adorata mammà (in omaggio alla quale suo padre lo aveva chiamato, appunto, Francesco). Fu contro la dottrina catara antimaterialista che Francesco intonò il celebre Cantico delle creature (che però non elenca alcun animale). Per fronteggiare l’altro grave pericolo che la cristianità correva, l’islam, inviò in Africa cinque missionari. Che però tornarono stecchiti come protomartiri, perché con la semplicità “francescana” si poteva solo finire ammazzati. E allora Francesco decise di provvedere personalmente. Non era affatto uno sconosciuto tra i crociati (come nel film della Cavani viene mostrato), al contrario era già famoso e venerato. Il sultano sapeva bene che quello era un po’ il cappellano dei combattenti cristiani, e che questi sarebbero diventati delle belve se gli avesse torto un capello. Solo per questo Francesco fu trattato con riguardo, ma il suo fu un sonoro flop. Invece, secondo il Cavani-pensiero, nel film «c’è il Francesco antesignano del dialogo tra religioni». Chi, lui? Francesco reclamò l’ordalia per dimostrare la superiorità di Cristo, una medievalissima prova del fuoco che il sultano si guardò bene dall’accettare.

Altro che dialogo interreligioso. Fu proprio un francescano, il beato Raimondo Lullo, a rendersi conto che bisognava cambiare metodo: a crociate finite (e fallite), creò una scuola in cui i francescani imparavano l’arabo e studiavano il Corano, proprio per cercare un “dialogo” coi musulmani. Ma fu un fallimento anche questo, e lo stesso Lullo finì lapidato in Africa. É vero, una fiction non è un documentario e la Cavani o chi per lei ha il diritto di narrare fantastorie fin che vuole. Ma è anche vero che, così, il contribuente è costretto a sorbirsi fantastorie che non formano ma deformano. Quando ero piccolo io -tanto, tanto tempo fa in una galassia lontana lontana- le suore portavano le scolaresche a vedere Marcellino pane e vino. Oggi le porteranno a vedere l’ennesimo film su Francesco, senza avvertire che già il titolo è sbagliato: dovrebbe chiamarsi Cosa Liliana Cavani pensa, oggi, di san Francesco d’Assisi. Il bello è, tra l’altro, che la regista non ha mai cambiato idea su Francesco, fin dal primo dei suoi tre film, quello del 1966. Anzi, non ha mai cambiato idea su niente, basta pensare al suo Galileo. Infatti, ecco un altro brano di intervista su Francesco: «É il cambiamento: la rivoluzione, l’evoluzione spirituale e privata di ognuno di noi. É il rifiuto dell’omologazione, della dittatura». Ma sì, speriamo che prima o poi un regista lo faccia davvero un Francesco che rifiuta l’omologazione e la dittatura. Quelle del politicamente corretto.

Mel Gibson, dove sei?

© La Nuova Bussola Quotidiana (12/12/2014)

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