Magistero fluido e “neolingua”. L’idioletto di Bergoglio

Il linguaggio fluido e non più definitorio tipico della Chiesa post conciliare [ne ho parlato qui], sembra aver raggiunto l’apice di una parabola ingravescente per effetto del cristianesimo in pillole del papa attuale. Questo di per sé non creerebbe problemi, se poi arrivassero le dovute esplicitazioni. Ma, ormai, non facciamo altro che ascoltare i soliti mantra e ad attendere invano gli approfondimenti e i completamenti di svariati discorsi, che risultano privi di obbiettività e così ognuno può darne l’interpretazione corrispondente alla sua tendenza. Non solo, ma con l’aggravante della reiterazione della comunicazione fluida di interviste e discorsi a braccio, divenuta quasi esclusiva, che si traduce in un vero e proprio magistero liquido, portatore di confusione, con temibili esiti di sovversione.

Riferendosi all’oratoria stringata, semplice, colloquiale, imperniata su parole od immagini di immediata presa comunicativa, Stefania Falasca, una giornalista amica da tempo di Bergoglio, definisce le formule linguistiche usate del papa col termine letterario “pastiche”. Si tratta dell’accostamento di parole di diverso livello o di diverso registro con effetti espressionistici, tratto tipico della comunicazione del web e del linguaggio postmoderno: associazioni linguistiche inedite nella storia del magistero petrino. [fonte]

A di là di questa valutazione, c’è da riflettere su un particolare aspetto del linguaggio usato da Bergoglio nei suoi frequenti discorsi a braccio, cioè sul suo idioletto[1] e sui relativi effetti. Nel caso del vescovo di Roma si tratta di un idioletto che potremmo definire da borgataro bairense: un gergo peculiare[2] che fa rizzare i capelli anche ai parlanti ispanici, costituito talvolta da neologismi e da argentinismi non colti, che nessun vocabolario può tradurre. Attraente e stimolante in una conversazione brillante e “creativa”, problematico dalla cattedra di Pietro. Peraltro imbastardito da un’italianizzazione approssimativa. Di fatto un linguaggio “periferico” e in più sui generis, importato nell’Urbe, non coniugabile con la sua universalità ed intraducibile anche da parte dei media che lo veicolano, altrettanto incolti sia in senso linguistico che in senso teologico ed ermeneutico. Ne troviamo riferimenti in Argentina (bergoglionismos), mentre Vatican Insider coglie l’occasione per magnificare i neologismi di Francesco.

Il fenomeno ben si adatta al linguaggio della Chiesa post-conciliare, le cui parole ormai esprimono concetti che risultano svuotati dello spessore e significato originari.

Ecco uno dei perché prevale la comunicazione basata sull’effetto immediato, sentimentale, che esclude la ragione e gli approfondimenti. Accattivante ma non nutriente per la moltitudine che riceve in maniera acritica e superficiale il ripetitivo martellamento amplificato dai media.
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1. Viene detto idioletto l’insieme degli usi linguistici caratteristici e propri di un singolo individuo o di un piccolo gruppo di parlanti. In altre parole la lingua individuale, cioè la particolare varietà d’uso del sistema linguistico di una comunità che è propria di ogni singolo parlante.
2. Il cosiddetto lunfardo (slang) di Buenos Aires (Osservatore Romano)

Pubblicato da mic (8 marzo 2014)

© CHIESA E POST-CONCILIO

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